L'esistenza nel limbo dell'eterna giovinezza, Perrotta porta 'Dei figli' al Comunale di Monfalcone

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L'esistenza nel limbo dell'eterna giovinezza, Perrotta porta 'Dei figli' al Comunale di Monfalcone

Di Ivan Bianchi • Pubblicato il 09 Nov 2022
Copertina per L'esistenza nel limbo dell'eterna giovinezza, Perrotta porta 'Dei figli' al Comunale di Monfalcone

L’ultimo capitolo della trilogia sulla famiglia prova a ragionare sulla strana generazione di 'giovani' tra i 18 e i 45 anni che non ha intenzione di dimettersi dal ruolo di figlio.

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All’interno della rassegna collaterale del cartellone di Prosa “FuturaMente”, dedicata alle nuove generazioni e che attraversa i diversi linguaggi teatrali, Dei figli conclude la trilogia di Mario Perrotta incentrata sulla famiglia contemporanea, indagando quella strana generazione allargata di “giovani” tra i 18 e i 45 anni che non intende dimettersi dal ruolo di figlio, fenomeno tipicamente italiano. Perrotta, una delle voci più significative del panorama teatrale italiano, scrive il progetto con la consulenza drammaturgica dello psicoanalista Massimo Recalcati: dal confronto tra i due ecco nascere la scintilla di un lavoro complesso. Il nuovo millennio ha portato con sé lo stravolgimento totale della triade “padre-madre-figli” – racconta il regista e attore – alterando le fattezze di ruoli che parevano immutabili nei secoli. Dei figli è uno sguardo sul presente, per indagare quanto profonda e duratura sia la mutazione delle famiglie millennial e quanto di universale ed eterno resti ancora. Sul palco anche i bravissimi Luigi Bignone, Dalila Cozzolino e Matteo Ippolito.

Recalcati parla di “cronicizzazione” dell’adolescenza, che oggi non è più il riflesso psicologico della “tempesta” psicosessuale della pubertà, bensì una condizione di vita perpetua che impedisce al figlio di diventare uomo e assumersi le conseguenze dei propri atti. Nel ruolo dunque della vittima, tanto innocente quanto inconsolabile, l’eterno adolescente colpevolizza il mondo degli adulti.

Quattro personaggi transitano in una casa che è un limbo, un purgatorio per chiunque vi passi ad abitare: nell’intreccio amaramente comico di Dei figli, incombono le famiglie di origine dei protagonisti: genitori, sorelle e cugini, che compaiono in video e in audio interpretati dai volti e dalle voci straordinarie di Arturo Cirillo, Alessandro Mor, Marta Pizzigallo, Paola Roscioli e Maria Grazia Solano. Ne risulta un avvitamento senza fine di esistenze a rischio, imbrigliate nel riflettere su loro stesse. Il nuovo spettacolo di Mario Perrotta indaga le molteplici sfumature dell’essere figlio, senza dimenticare la forza, lo splendore e l’audacia straordinaria della giovinezza. Alle 20.00, nella cornice informale del Bar del Teatro, l’incontro introduttivo allo spettacolo “Dietro le Quinte” è condotto dal critico teatrale Mario Brandolin.

“È una trilogia dedicata alle tre figure principali della famiglia, padre, madre e figli”, racconta Mario Perrotta. “L’ho pensata dopo essere diventato padre da qualche anno: mi sono fatto alcune domande, specialmente su situazioni che non sono semplicissime, come l’essere padre. Cerco, poi, di rileggerle nel teatro”.

“La famiglia contemporanea è in una fase di transizione importante, soprattutto in occidente. Si sono persi i riferimenti, e alcuni casi per fortuna, però siamo ancora alla ricerca di nuovi. Lo spettacolo dei figli si occupa di coloro che sono tra i 18 e i 45 anni che non avrebbero più diritto di essere figli ma dovrebbero cominciare a preoccuparsi di essere adulti e invece continuano a fare i figli sine die, probabilmente fino a morte sopravvenuta dei genitori. Un gioco tutto italiano, un gioco a due dove i figli continuano a voler fare i figli ma ci sono i genitori che glielo consentono. Fanno finta di vivere lontano dalla famiglia ma vivono in una casa insieme in perenne contatto con le famiglie che li controllano e gestiscono da dei monitor che vengono accesi alla colazione e spenti al momento della buonanotte. In scena ci sono quattro personaggi dal vivo e altri cinque in video”, sono ancora le parole di Perrotta.

“Mamma e papà sono e restano i riferimenti per la vita ma anche per l’economia. Lo spettacolo è molto sarcastico. Si ride e si riflette con le vite di questi nullafacenti. Ognuno con un suo dramma personale nel rapporto con la propria famiglia d’origine”. In tutto ciò si inserisce la tecnologia. “La tecnologia per sua natura si chiama “medium”, ovvero “mezzo”, sta in mezzo ed è un mezzo, è neutro. Lo puoi usare bene o male, noi tendenzialmente lo usiamo male. Con i cosiddetti “social”, che preferisco chiamare “asocial”, si possono fare le primavere arabe, e quindi anche essere usati per fini sani, per mettere in contatto le persone e liberarsi dal giogo della dittatura. Ma sui social facciamo un racconto continuo e ossessivo di noi stessi mentre gi altri sono impegnati a fare la stessa cosa: è un continuo racconto, di come siamo, della foto sotto quel monumento, delle polpette che ho mangiato ecc… lo trovo allucinante, è una non vita. La vita è quella fatta di corpi, di sguardi, di toccarsi, di emozioni, come nel teatro”, continua Perrotta.

Uno spettacolo dove i personaggi hanno due protesi, da una parte il cellulare, dall’altra il bicchiere. “Il bello è che gli stessi attori si raccontano così. Anche iconograficamente nello spettacolo vengono rappresentati con le mani occupate e con queste palandrane che li mostrano per quello che sono, scioperati”. Perrotta narra di come le storie si intrecciano in una coreografia che non ha pareti. Le stanze vengono “identificate con i monitor dove appaiono i parenti. Le vite dei protagonisti cominciano a intrecciarsi fino a un sabato, che è quello della resa finale: tutte le vite che hanno fermentato in quella casa arrivano allo scontro, ovvero al momento della resa dei conti. Li vediamo precipitare nel baratro. Con questa presenza ossessiva dei genitori che continuano a intervenire dai monitor: abbiamo fatto un lavoro complesso con gli attori per poter mettere in atto questo gioco con la tecnologia”, racconta ancora.

Una narrazione che crea emozioni discordanti. “C’è un momento in cui scendiamo in sala durante lo spettacolo e, assieme alla gente, osserviamo i video dei genitori che parlano. Ho visto in sala cose mai viste: alcuni ridevano, altri piangevano, la cosa che ci ha spiazzato tutti è stata vedere la platea ridere e piangere assieme. Non sanno esattamente se sono quei genitori che stanno osservando o sono i figli che vogliono essere osservati. Il dramma è quello, o sei genitore e ti comporti da tale o sei anche figlio e ti accorgi della dualità delle emozioni. Non mi era mai capitato, sono due reazioni emotive. Si riconosce l’assurdità di questo modo di vivere. La catarsi avviene non dopo lo spettacolo ma durante, quando gli spettatori si riconoscono e ridono ma hanno anche compassione e piangono”.

Perrotta conclude ricordando come “spesso il teatro è a tesi, sale sul palco e dà le proprie risposte. Io preferisco un teatro che fa delle domande, per quanto sia bruciante la fotografia lo spettatore va a casa con le proprie domande”.

Prenotazioni telefoniche e via mail: Biglietteria del Teatro 0481 494664 / biglietteria.teatro@comune.monfalcone.go.it. Per informazioni: Ufficio Teatro 0481 494369 / teatro@comune.monfalcone.go.it.  

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