LA CELEBRAZIONE
«Entro in punta di piedi con umiltà»: monsignor Dianin presiede la solenne liturgia in Cattedrale
Accorati applausi e una ricca Messa hanno accolto il nuovo arcivescovo di Gorizia. Il patriarca di Venezia ricorda la storia travagliata della città.
«Entro in punta di piedi per ascoltare tutto e tutti con l’umiltà del cuore»: sono alcune parole pronunciate da monsignor Giampaolo Dianin, arcivescovo metropolita di Gorizia, durante l’omelia della sua messa di presa di possesso canonico dell’Arcidiocesi di Gorizia. Due lunghi e accorati applausi lo hanno accolto all’ingresso della Chiesa metropolitana al canto dell’Ecce Sacerdos Magnus di Vinko Vodopivec, eseguito dai cori riuniti dell’arcidiocesi diretti da don Francesco Fragiacomo con all’organo Marco Colella.
Prima dell’arrivo a Gorizia, la sosta ad Aquileia nella millenaria basilica patriarcale incontrando le comunità della Bassa Friulana e l’omologo di Udine, monsignor Riccardo Lamba, e il predecessore, monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli. Al suo arrivo dinanzi la Cattedrale a Gorizia, l’arcivescovo mons. Giampaolo Dianin ha ricevuto gli onori da un picchetto militare interforze, che ha ringraziato per il servizio. Quindi, all’ingresso della chiesa, è stato accolto dal sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna. «Ho il compito di rappresentare, a nome mio e di tutti i sindaci presenti, il benvenuto a Gorizia», ha espresso il Primo Cittadino, che ha quindi voluto iniziare il tutto con una stretta di mano.
Ricordando anche il rapporto di amicizia e collaborazione con il suo predecessore, monsignor Redaelli, salutato la scorsa settimana, Ziberna ha desiderato dire che quello in cui monsignor Dianin arriva è un «mondo forse un po’ diverso da altri e so che Lei approfondirà ulteriormente tutte le particolarità di questo territorio, della sua storia, delle sue lingue. A tal proposito l’appuntamento della Capitale europea della Cultura, vissuto lo scorso anno, ha svolto un ruolo di acceleratore del processo di rimarginamento delle vecchie ferite e di rinsaldamento dei rapporti, in corso anche grazie alla Chiesa goriziana».
Dopo aver baciato la Croce dei Principi, accolto dal Capitolo Metropolitano Theresiano, monsignor Dianin ha sostato un attimo nella cappella del Santissimo Sacramento e ha poi proseguito per la Celebrazione Eucaristica, nella quale si è svolto il rito della lettura della Bolla pontificia da parte della Cancelliere diocesana, l’avvocato Alessia Urdan, e esposta dal diacono Cristiano Brumat. Quindi il passaggio del pastorale e il prosieguo della celebrazione
«Ti accoglie un popolo di Dio, che – lo sperimenterai presto con gioia – vive oggi un’autentica fedeltà al Vangelo senza scoraggiamenti, ma con la convinzione che il messaggio del Cristo morto e risorto è la buona notizia anche per il mondo di oggi, come lo è stata nel passato e lo sarà in futuro», ha detto monsignor Redaelli nel saluto iniziale.
«Una Chiesa assolutamente particolare quella di cui diventi ora pastore, proprio per le caratteristiche del suo territorio, del suo contesto sociale e della sua storia. Una sfida interessante per chi qui assume il compito di Arcivescovo. Ti posso assicurare, però, che è un compito che vivrai dentro una comunità di presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate, fedeli laici e laiche, che con te camminerà insieme sulle strade del Vangelo».
Monsignor Dianin, da parte sua, ha ricordato, «fondandosi sulla Parola di Dio», come «le radici sono ben piantate, solide, sicure come i muri della Basilica di Aquileia da cui sono partito oggi pomeriggio. Guardo con fiducia i Santi Ermacora e Fortunato, contemplo queste radici e questa Chiesa che oggi il Signore affida alla mia cura pastorale, non da solo per fortuna, ma con i presbiteri, i diaconi, i consacrati e le consacrate e con tutto il popolo santo di Dio, con voi cari fratelli e sorelle».
«Mi inserisco – così ancora Dianin – nel cammino di questa Chiesa, per continuare la seminagione, in particolare quella del caro Vescovo Carlo che ringrazio della sua accoglienza e delle tante attenzioni avute nei miei confronti. A tutti i presbiteri e i diaconi la gratitudine per il loro insostituibile ministero con la speranza di costruire con ciascuno un rapporto fraterno fatto di stima e di collaborazione nel comune servizio al gregge che ci è stato affidato. E ai nostri seminaristi e al Seminario interdiocesano va già da ora la mia preghiera».
«Entro in punta di piedi per ascoltare tutto e tutti con umiltà e apertura della mente e del cuore. Il cammino sinodale ci ha insegnato che l’ascolto non è strumentale a qualcos’altro, ma è itinerario spirituale, conversione del cuore. Gorizia non è Chioggia e non è Padova, le due realtà da cui provengo; vi guarderò, vi ascolterò; aiutatemi ad entrare e serviamo insieme la gioia del vangelo», ha proseguito.
«Gorizia è terra di confine, con una storia particolare che l’ha vista protagonista nelle drammatiche guerre del secolo scorso. Come cristiani, in nome della “infinità dignità” di ogni persona, non possiamo non sentire sulla nostra carne i problemi e le sfide di questo nostro tempo impegnandoci perché le nostre terre non siano terreno di conflitti, ma un laboratorio a cui altri possano guardare», ha concluso.
Un saluto è stato portato, a nome dei venti vescovi della Conferenza Episcopale del Triveneto – e da quelli della vicina Slovenia – dal Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia: «Nella sua storia recente la comunità cristiana di Gorizia, dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, a causa dell’insipienza umana ha dovuto soffrire una dolorosa divisione (e frontiera) che i suoi pastori si sono impegnati a ricucire attraverso un non facile cammino di riconciliazione affinché le differenze etniche, culturali e religiose diventassero occasioni di comunione».
Al termine, prima della benedizione finale, monsignor Dianin ha ricordato come «Gorizia è al centro di diverse culture e identità. Ricordo in particolare i fratelli e sorelle di lingua friulana e slovena. Un fraterno ringraziamento a tutti voi nella consapevolezza di una storia e di identità preziose da preservare. Continueremo a camminare insieme; nella Chiesa i confini e le identità sono ponti per incontrarci.», ha concluso parlando in italiano, friulano, sloveno e tedesco. Quest’ultima novità molto apprezzata.
Rientrando in sagrestia, l’arcivescovo ha, infine, voluto fermarsi in preghiera nella cripta degli Arcivescovi lì sepolti.
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