Editoriale – Educazione e crisi delle Istituzioni: dobbiamo salvare il salvabile

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L’EDITORIALE

Editoriale – Educazione e crisi delle Istituzioni: dobbiamo salvare il salvabile

Di Ivan Bianchi • Pubblicato il 09 Ago 2026
Copertina per Editoriale – Educazione e crisi delle Istituzioni: dobbiamo salvare il salvabile

Nelle comunità sono necessari programmi formativi più ampi e alleanze da ricostituire per garantire luoghi sicuri dove potersi ritrovare e crescere.

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Quanto sia difficile educare – e contestualmente trovare bravi insegnanti – lo sapeva molto bene san Giuseppe Calasanzio. Uno di quei santi che ricorrono meno rispetto ad altri ben più alti nelle glorie degli altari. Eppure, la portata rivoluzionaria di un uomo giunto dalla Spagna nella Roma di fine Cinquecento è stata quella di guardare ai giovani poveri e spesso abbandonati a sé stessi nelle strade romane cercando di salvarli da un destino già segnato attraverso l’educazione.
Ecco, educare: per gli amanti dell’etimologia delle parole la situazione è ghiotta perché si parla chiaramente di “portare fuori”, e-duco, quindi porto fuori. Da cosa? Da una situazione di ignoranza – ovvero di non conoscenza – consegnando degli strumenti utili per la vita quotidiana sia pratici che di comprensione della realtà e delle difficoltà.

Quando lo sia importante lo aveva colto monsignor Dino de Antoni, arcivescovo metropolita di Gorizia dal 1999 al 2012, in un incontro durante la visita pastorale nella parrocchia cittadina di Štandrež quando, incontrati i medici del territorio per avere chiara la situazione familiare, si era sentito rispondere circa la necessità di “riaprire gli oratori e i ricreatori per i bambini e i ragazzi” affinché avessero dei luoghi sicuri dove potersi ritrovare e crescere. 

A raccontarmelo è stato l’attuale parroco, monsignor Carlo Bolcina, mentre, trovandomi con un collega in Val Canale, mi sono fermato a salutare alcuni amici a Camporosso dove una quindicina di giovani erano ospitati per i consueti campi scuola. Proprio don Carlo spiega l’importanza di far aggregare i giovani, farli pregare assieme, discutere, animare la vita di ogni giorno con la preghiera e la fede ma anche crescere con metodo. Aiutato da giovani, come in altre realtà parrocchiali, ha proposto sei settimane di montagna, lavori ed escursioni di gruppo e crescita personale ad altrettanti gruppi di ragazzi e ragazze provenienti da varie parrocchie della minoranza slovena. Tra di essi, almeno uno a settimana, anche non battezzati o di altra fede. Un esempio di inclusione non da poco.

I campi scuola, numerosi in questo periodo estivo, sono il chiaro esempio della missione educativa della Chiesa che prosegue nel tempo. Non si può dire che tra questo tipo di esempi e i Centri estivi proposti da varie parrocchie diocesane siano mancati gli spazi per giovani e giovanissimi. Eppure, la necessità di luoghi simili – e le difficoltà crescenti per gli educatori costretti a scontrarsi con la cruda realtà di come, in generale, il mondo stia cambiando anche nel nostro piccolo – è tanto necessaria quanto in difetto rispetto ai numeri di chi necessiterebbe l’ausilio di una comunità per crescere.

Dagli anni ’60 in poi l’aver sistematicamente demolito le istituzioni e ogni tipo di autorità ha generato l’anarchia nella quale ci stiamo precipitosamente gettando: la chiusura degli oratori, non più in grado di sostenere con i sempre meno volontari di molte nostre parrocchie orari di apertura e sale funzionali e accoglienti, di qualche anno fa è paragonabile a quanto successo, in altro ambito, a Monfalcone. Qui la denuncia è arrivata chiara da alcuni esponenti delle associazioni culturali islamiche che hanno lamentato pubblicamente la deriva di numerosi giovani che, prima seguiti in un percorso dagli adulti all’interno delle strutture, ora che queste sono state chiuse hanno trovato nella strada e nei suoi tristi svaghi il luogo di ritrovo.

Un segnale negativo? Sì, ma anche segno dei tempi che noi, comunità cattolica, stiamo attraversando da tempo e per il quale non abbiamo ancora trovato soluzione. O forse non la vogliamo trovare. In ogni caso, la funzione educativa rimane il cardine attraverso il quale “salvare il salvabile” in un tempo in cui, secondo la narrazione mainstream, nulla deve avere un controllo o una gerarchia che possa organizzare anche il più democratico degli ambienti. La soluzione è anche quella, vecchia quanto nuova, dei nostri Campi scuola, punto di arrivo e di partenza per un programma formativo ben più ampio e che guardi oltre al mero catechismo, già di per sé fondamentale. Calasanzio lo aveva ben visto e organizzato: lo sapremo rileggere in chiave contemporanea o, irenicamente e per non urtare nessuno, lasceremo che tutto vada “per la sua strada”?

Foto di SF scattata a Camporosso. La Redazione ospite al Campo Estivo delle Parrocchie della Comunità Slovena

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