Editoriale – Buon 1° Maggio, anche all’intelligenza artificiale

Editoriale – Buon 1° Maggio, anche all’intelligenza artificiale

L'EDITORIALE

Editoriale – Buon 1° Maggio, anche all’intelligenza artificiale

Di Ivan Bianchi • Pubblicato il 01 Mag 2026
Copertina per Editoriale – Buon 1° Maggio, anche all’intelligenza artificiale

Se la domanda spesso è se avremo ancora un lavoro dopo l’avvento dell’Ia, quella più corretta dovrebbe essere quanto può contare il lavoro umano nella società che verrà.

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Mi è capitato qualche giorno fa, durante il 25 Aprile, di assistere, tra i vari discorsi a uno che mi ha particolarmente colpito. Non tanto per il messaggio, condivisibile e ben esposto, quanto per la forma. Alcune parole, infatti, mi risultavano troppo artificiose e posizionate in un modo che chiunque abbia raccolto l’eredità di maestri e professori delle nostre scuole locali di primo e secondo grado avrebbe evitato.

Eppure, esse erano lì. Ho ascoltato e, al termine, richiedendo una copia cartacea come spesso si fa per poter citare al meglio i passaggi, ho riletto. Palese che si sia trattato di un testo creato con l’intelligenza artificiale – chi mastica la lingua italiana quotidianamente riconosce i tratti somatici di quello che è prodotto dall’uomo e di quello che è frutto dell’alacre lavoro di algoritmi e server in Paesi esotici – seppure con dati e resoconti storici forniti da persone.

Mi sono domandato, per un momento, se l’applauso che era scaturito poco prima fosse stato rivolto alla persona, a chi veniva commemorato o all’intelligenza artificiale che aveva prodotto un bel tripudio di “comunità”, “figure luminose”, “esempi virtuosi” e “sguardi al futuro”. Perché di questo, spesso, ci parlano gli algoritmi abituati a tessere le lodi e a fornire avverbi e aggettivi magniloquenti che tanto innalzano quanto, poi, fanno ridere per l’inadeguatezza del loro utilizzo.

Dunque, in questo 1° Maggio – nel quale la ‘traditio’ del nostro giornale vuole che il direttore spenda qualche parola sulla contingenza – la vera domanda che ci dobbiamo porre, al netto della classica “Ma l’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro?”, è “Quanto terreno siamo disponibili a cedere all’Ia nel futuro?”. Mi domando se, oltre a bei discorsi da pronunciare davanti a monumenti con corone d’alloro o su palchi con bandiere colorate, il lavoro umano possa ancora contare qualcosa nella società contemporanea.

Se siamo disposti veramente a lasciare che gli strumenti, in grado di agevolare e migliorare l’accuratezza di certe professioni – basti pensare al campo medico e chirurgico o in strumenti di calcolo ripetuti – dettino senza una replica o una possibilità di controllo ulteriore la nostra vita quotidiana.

Se già l’informazione è, tristemente, preda di “facili entusiasmi o ideologie alla moda” su questo tema e il lettore difficilmente può discernere la produzione di un giornalista che si trovava sul campo da una macchina che macina dati e li trasforma in un testo leggibile e appetibile, serve una coscienza in grado di capire che un cambio di rotta è quanto mai necessario.

Mi chiedo, insomma, se in questo 1° Maggio, felicemente soleggiato, possiamo augurare buon lavoro anche all’Intelligenza Artificiale, dal momento che è diventata vicina di scrivania di tanti, o se l’augurio è all’autodeterminazione dei lavoratori – e di chi possiede i “mezzi di produzione” e che ha un’altra grande fetta di responsabilità in tal senso – in grado di dare una svolta a una strada la cui direzione sembra tracciata in modo incontrovertibile.

A tutti noi, a questo punto, auguri! 

Foto d'archivio Il Goriziano

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