LA TESTIMONIANZA
«Dio ha le mani sporche»: in carcere a Gorizia don Cozzi parla di ascolto
«Accogliere le vittime e i carnefici», così il sacerdote lucano, protagonista questa mattina della presentazione del suo libro. «Ogni persona è un'infinita possibilità».
Ascoltare chi ha subito una violenza o chi, per quella stessa azione, non potrà più riabbracciare un familiare. Ma ascoltare anche chi quelle violenze le ha compiute: e accogliere le storie di entrambi nella consapevolezza che tutti siamo umani. Il tutto nel tentativo di opporsi alla costruzione di una società eticamente selezionata, che distingue in modo chirurgico il bene dal male. È questa la lezione di don Marcello Cozzi, parroco lucano protagonista questa mattina della presentazione del suo libro “Dio ha le mani sporche”, pubblicato per i tipi San Paolo nel 2022.
Insolito il luogo dell’appuntamento di èStoria, ospitato nel cortile interno della casa circondariale di via Barzellini, dove il selezionato pubblico è stato accolto con diverse guantiere di dolci e biscotti sfornati dai detenuti che stanno frequentando il corso di pasticceria tenuto dai docenti di Ad Formandum. Ma nessun altro spazio sarebbe stato più adeguato per l’incontro, una riflessione sui temi della giustizia, del perdono ma soprattutto dell’umanità.
Promosso dalla Conferenza Regionale Volontariato e Giustizia Fvg con il patrocinio del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Trieste in collaborazione con la casa Circondariale e la Caritas diocesana, l’incontro, aperto dai saluti della direttrice Caterina Leva e condotto da Massimo Bressan, volontario penitenziario, e Consuelo Ubaldi, psicologa e criminologa, ha visto l’alternarsi del pensiero di don Cozzi con la lettura di alcuni passi del suo testo da parte dei detenuti.
«Come fare a dare lezioni di vita a chi ha avuto un familiare che non torna più?» si è chiesto il sacerdote quando, circa trent’anni fa, ha incrociato sul suo cammino don Luigi Ciotti che lo ha coinvolto nella realtà di Libera portandolo a toccare con mano il dolore delle vittime della mafia. Ma questo contatto, dice con fatica ancora attuale don Cozzi, non lascia le mani più pulite di quello con chi la violenza l’ha provocata.
«Quando parli della sofferenza degli innocenti, tutti applaudono ma quando racconti le storie di chi è dall’altra parte non è più così. Se ti chiama il dolore colpevole devi comunque essere pronto ad ascoltare con lo stesso coinvolgimento. Il Dio del Vangelo ha frequentato con lo stesso coinvolgimento Abele e Caino perché anche quest’ultimo ha ridotto a brandelli la propria umanità. Quindi io le mani le voglio sporcare lavorando al fianco di tutti perché ogni persona è un’infinita possibilità».
Nel mondo attuale, spiega don Cozzi, c’è una classifica anche fra i poveri e i deboli e la società tende a rendere funzionale il mantenimento di queste gerarchie: ascoltare anche chi ha sbagliato non significa dare una pacca sulla spalla o negare ciò che è stato ma solamente accogliere delle storie che possono nascondere tormento, anche quando si tratta di crimini compiuti da persone ce non sono mostri ma solamente autori di azioni impensabili.
«Continua a non essere facile: quando ho iniziato ad accompagnare i collaboratori di giustizia il primo a soffrire sono stato io: mi sentivo in colpa verso le vittime, perchè ascoltavo loro in una parte della giornata e poi accoglievo le parole di chi magari aveva compito il crimine per cui quelle stesse persone piangevano. Era una situazione schizofrenica e queste pagine sono state un cammino terapeutico che mi ha aiutato a camminare vicino all’inferno mantenendo sempre il discrimine fra vittima e carnefice».
Non nega di aver ricevuto molte fregature, ma don Cozzi persiste nella convinzione che sia necessario sporcarsi le mani, darsi da fare. «È una società che ha paura dei lebbrosi, di tutti i diversi, e che sta lanciando troppi sassi: anche io quando ascolto certi racconti ho qualcosa che mi ribolle dentro, non siamo angeli scesi in terra. Però il sasso non lo lancio nel tentativo di guardare avanti».
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