IL PERSONAGGIO
Diego Della Palma arriva a Gorizia e porta in scena «una narrazione di verità sgangherate»
Sul palco del Verdi arriva il suo ‘Perché no’. Il noto curatore di bellezza mercoledì sarà in dialogo con le sezioni di Andos e Lilt.
Parlare con Diego Dalla Palma è come lasciare che le sue parole aprano un vaso di Pandora, pieno di ricordi ed emozioni. Il tono della sua voce, il modo in cui risponde, invitano ad aprirsi come ci si stesse confidando con qualcuno che si conosce da sempre. E un po’ è così: nella sua vita ha attraversato mille mestieri ed è stato in mille luoghi, dalla televisione, ai giornali, dalle librerie a, recente approdo, il teatro.
Con il suo spettacolo “Perché no?”, scritto assieme a Paolo Gioia e diretto da Marco Iacomelli e Costanza Filaroni, salirà sul palcoscenico del Teatro Verdi lunedì 9 marzo per una piéce che lui stesso definisce «narrazione di verità sgangherate», ispirate al suo ultimo libro “Alfabeto emotivo, In viaggio con la vita”.
Alcuni giorni prima, mercoledì 4 alle 18.00, nel Ridotto Macedonio sarà invece protagonista dell’incontro “La bellezza ha ancora senso?” che lo vedrà dialogare di estetica dell’anima assieme ai rappresentanti delle associazioni Lilt isontina e Andos di Gorizia. Mentre coordina i lavori di ristrutturazione della sua casa di Catania, ci accompagna con alcune riflessioni sulla vita, i sentimenti, i sogni. Ma esordisce parlando di ciò che sta facendo, commentandolo in diretta.
«Sto premiando la mia solitarietà: amo stare nella natura, in cui mi immergo completamente e mi ristoro». «Ma quindi, la sua nuova casa si trova immersa nel verde, magari alle porte della città?» chiedo. «No, è immersa nel caos, nel pieno centro di Catania, la città dell’improbabilità: in questo momento in cui sto lasciando la mia vita ho bisogno di imprevedibilità, un concetto che era caro anche a Mariangela Melato».
Vorrei farle un’intervista che gioca con il titolo del suo spettacolo, fatta quindi di “perché no?”. Lei è un personaggio pubblico, è stato truccatore, scenografo, costumista, imprenditore, autore di libri: perché no il teatro fino a ora?
Perché non ci avevo pensato. L’idea è venuta a Giancarlo Marinelli, direttore di Arteven: ci siamo incontrati e voleva portarmi a teatro perchè secondo lui avevo tante cose da raccontare. Quando mi ha chiesto di mettere insieme qualcosa, ho proposto “Bellezza perfetta – fra vacche e stalle” perché io vengo dalle malghe, quelle dell’altopiano di Asiago dove sono nato. Al Teatro Olimpico di Vicenza ho fatto tre serate che ricorderò per tutta la vita, ho avuto un riscontro enorme e quindi Marinelli mi ha fatto fare un minitour. Poi è nato in me il “Perché no?” in relazione al desiderio di raccontare tutte le debolezze e i lati fragili della vita.
Il suo spettacolo prevede un’ampia partecipazione del pubblico, non è uno spettacolo classico: perché no?
Non mi sento un attore e non è uno spettacolo in cui raccontare quanto sono stato bravo o fortunato. All’opposto. Dico: “Guardate quante volte sono caduto”. È una narrazione di verità sgangherate: vado di ironia, consapevolezza e sincerità. Gli argomenti possono cambiare in relazione a qualche domanda fatta dal pubblico, a qualche sguardo e alla fine dello spettacolo scendo in platea per parlare con le persone, abbracciarle: è una forma di bisogno di affetto perché ho avuto una vita tribolata.
E un titolo diverso, perché no?
Tutto è nato prima da un reel che pubblicavo il mercoledì e nasceva da una sfida: perché un vecchio non può o perché una cosa non è opportuna? Il limite è l’autenticità: Picasso era autentico nella sua follia e così Frida Kahlo, Dalì, la regina di Vogue Anna Wintour… L’estrosità e la visionarietà devono essere supportate da uno di questi quattro elementi e, personalmente, non dico di averli tutti, ma uno almeno sì: devono esserci la cultura, l’ironia, il possibilismo e la luccicanza. Sicuramente ho la luccicanza, dovuta al dolore e che mi permette di entrare nelle persone: era così anche mia madre, entrava e ti leggeva dentro.
Lo spettacolo si appoggia al suo ultimo libro “Alfabeto emotivo. In viaggio con la vita” in cui alcuni dei giudizi più severi riguardano il mondo dello spettacolo che non ha abbandonato pur giudicandolo falso: perché no?
Lo sto abbandonando, perché ha un concetto esistenziale che non c’entra con me. Ci resto nella speranza di dare un senso alla mia innocente incoscienza.
In ogni capitolo del libro emerge l’invito a conoscere di più se stessi tralasciando le mode e l’omologazione, eppure oggi si va in senso opposto: perché non ci si mette davvero davanti allo specchio?
Perché si ha paura, si è condizionati, fragili, deboli: si preferisce prendere l’autostrada anziché quelle stradine di campagna che ti permetterebbero di vedere l’autenticità dei contadini al lavoro nei campi. Bisogna però tener presente che l’omologazione è sempre verso il basso e se la persegui non sei più nessuno: non c’è più nulla di te perché devi sembrare l’altro.
Lei è stato un truccatore ma l’invito che trapela dalle sue parole è ad abbandonare ogni forma di inganno: ci sono dei trucchi che consiglierebbe perché non venga seguita questa direzione?
Il più grande trucco si chiama naturalezza: se parli con il mondo come parleresti con tua madre in cucina, lasci il segno.
Lei ha detto in alcune interviste “Sogno ancora”, eppure ha deciso che la sua vita terminerà a 80 anni: come sono compatibili questi due aspetti?
Avendo una visione di continuità della vita, non considerando la morte come una fine. Avendo subito il coma a sei anni, so che è un’altra dimensione, che la mia vita finirà su un altro binario. Prima degli 80 anni perchè il mio corpo, la mia mente, la società e la vita di alcune persone mi stanno condizionando e impaurendo: lungi da me la paura!
Qualcuno del pubblico le ha detto che dopo aver visto lo spettacolo ha trovato il coraggio di dire finalmente “perché no?”
Sì, una percentuale che mi porta ad andare avanti. C’è gente che piange, mi abbraccia, gioisce, soffre…
Adesso dopo aver detto sì al teatro a cosa dirà “Perché no”?
Ai viaggi: appena finita la tournée andrò in Namibia per un mese. Un’ultima cosa: non definirmi truccatore, è qualcosa che ho fatto ma non mi appartiene più. Chiamami curatore di bellezza, imprenditore, narratore.
Sì: narratore è decisamente la definizione più adatta per chi scrive frasi come «Le avversità sono le armi che il destino ci consegna per diventare unici».
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