LA PRIMA
Dieci detenuti sul palco a Gorizia con Fierascena: al via il festival ‘Se io fossi Caino’
Concluso il laboratorio professionalizzante per alcuni ospiti della Casa circondariale. «Questo è il vero recupero della pena».
Oltre il muro, quello del carcere sì, alto, spesso e ieratico quanto quello che poniamo tra noi stessi e gli altri, soprattutto se gli altri, come in questo caso, sono dei carcerati. Oltre quel muro si va per propria volontà ma lo si fa principalmente grazie a realtà come Fierascena che, anche per il 2026, propone a Gorizia il festival “Se io fossi Caino”, un titolo che, come per le altre cinque pregresse edizioni, è un programma in sé. Il primo spettacolo ieri, 18 settembre, all’interno della Casa Circondariale in via Barzellini.
Si chiama proprio “Oltre il muro alto” e ha portato un centinaio di spettatori, chiaramente contati e autorizzati dall’autorità circondariale, all’interno di quelle quattro mura. Restituzione finale del corso SoForm, “Tecniche di realizzazione di uno spettacolo teatrale”, ha portato in scena dieci detenuti del carcere assieme alla giovane attrice Federica Mulas. A curare la regia Elisa Menon, assieme ai tecnici Marco e Antonio.
Un filo rosso ha saputo prendere per mano i presenti e guidarli attraverso un racconto costante di come si possa rileggere l’essenza stessa dei muri e delle divisioni per portarle a un nuovo livello di comprensione: chiaro il messaggio di ‘rieducazione’ per la popolazione carceraria, più intimo per chi è venuto dalla Gorizia ‘libera’ e si è fatto chiudere dietro a sé le pesanti porte di ferro per assistere alla rappresentazione. È tornata alla mente una poesia di Ada Negri, «Il muro», con quei passi che si sentono dall'altra parte e quella speranza di arrivare, camminando lungo la parete, finalmente all'incontro. In quel caso l’incontro non arriverà: nella pièce di Menon, invece, l’incontro c’è, eccome se c’è. E produce quell’effetto di straniamento che è la metamorfosi dell’essere cittadino.
Un laboratorio che è «percorso di benessere e welfare che viene portato alla cittadinanza», così Anna Del Bianco, direttore centrale della Direzione cultura e sport a livello regionale, ed è stato curato da SoForm per il quale era presente Alessandro Breda. «Non è un corso nel quale si gioca a fare teatro – così Breda – perché forma tecnici per luci e musica ma anche attori». Il primo spettacolo era stato realizzato nel 2016 nel cortile minore del carcere e don Paolo Zuttion, vicario generale dell’Arcidiocesi di Gorizia e cappellano del carcere, «da lì – così don Paolo – avete fatto passi da gigante. Il teatro sociale aiuta le persone a superare quel ‘muro alto’, sono riuscito a constatarlo io stesso. Qui si applica veramente il recupero della pena».
La stessa Elisa Menon ha ribadito come «il welfare culturale funziona quando c’è coralità. Tutto ciò cu permette di guardarci attorno e superare i muri che noi stessi mettiamo». Menon ha spiegato che lo spettacolo si divide in quadri che «trattano il tema a vario titolo, dal grande teatro alla poesia». E proprio passando da grandi citazioni fino ad autori meno posti sotto i riflettori della notorietà, gli undici attori si sono cimentati in una pièce che in un’ora ha incantato ‘liberi’ e ‘reclusi’.
Oltre all’aspetto prettamente teatrale, va sottolineato l’impegno dell’istituzione che ha permesso la realizzazione di fronte al pubblico dello spettacolo finale. «La collaborazione con Fierascena – così la direttrice del carcere, Caterina Leva – è una costante e una storia che va avanti da anni permettendo al laboratorio teatrale di diventare professionalizzante. Un lavoro che va avanti dodici mesi l’anno e che vede impegnato anche il personale di Polizia Penitenziaria che si assicura che il tutto si svolga in piena sicurezza». Oltretutto, aiuta anche la «città libera a entrare e avere un rapporto con la casa circondariale che è fondamentale».
Lavoro che coinvolge tutto il personale, come detto, comandato dal commissario capo Giuseppe Portulano: «Un evento simile impegna il personale per garantire la sicurezza di chi è detenuto ma anche di chi entra, ciò grazie allo spirito di abnegazione sia degli agenti che dell’amministrazione. Sono sicuramente eventi che aiutano anche la popolazione interna nella distensione degli animi».
Soddisfatta anche Margherita Venturoli, funzionario giuridico-pedagogico che coordina le attività di tipo educativo all’interno dell’istituto. «In questi ultimi anni – precisa – si è intensificato molto il rapporto con l’esterno, in particolare per queste attività che all’esterno, i carcerati, non troverebbero. Poi sta a loro – ammette – cogliere o meno le possibilità che vengono offerte. Sicuramente in questi casi possono fare un percorso di revisione diverso». Per Venturoli, «sono anni che faccio questo lavoro e ogni volta mi commuovo, al di là della pena c’è sempre un lato umano da considerare».
“Oltre il muro alto” si inserisce nella VI edizione di “Se io fossi Caino”, il Festival di Teatro e Arte del Carcere che porta nella Casa circondariale di Gorizia un percorso fatto di teatro, laboratori e attività artistiche. L'edizione 2026 è promossa da Centrale Periferica APS con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia e si sviluppa nel solco del lavoro che Fierascena porta avanti da anni all'interno dell'istituto penitenziario goriziano.
Il teatro, in questo progetto, non è soltanto lo spettacolo che arriva al termine del laboratorio. È soprattutto un percorso nel quale le persone detenute possono confrontarsi con la scena, con gli altri e con il pubblico, attraverso un lavoro che richiede ascolto, responsabilità, memoria e capacità di mettersi in gioco. Attorno a questa esperienza si incontrano detenuti, personale dell'istituto, educatori, operatori culturali e persone provenienti dall'esterno.
La storia del festival affonda le proprie radici in un'esperienza ancora più lunga. Fierascena lavora infatti nella Casa circondariale di Gorizia da diversi anni, sviluppando laboratori teatrali e iniziative artistiche legate al tema della detenzione. “Se io fossi Caino” ha progressivamente assunto la forma di un appuntamento capace di mettere in relazione il carcere con la città, attraverso il linguaggio dell'arte e del teatro.
Il riferimento a Caino richiama naturalmente la dimensione della colpa, della responsabilità e delle conseguenze delle proprie azioni, ma anche la possibilità di interrogarsi su ciò che accade dopo la condanna. Non a caso, nelle precedenti edizioni il festival è stato collegato anche ai temi della giustizia riparativa e del reinserimento sociale. La Caritas diocesana di Gorizia sostiene da anni i laboratori teatrali realizzati da Fierascena nell'ambito di percorsi dedicati al superamento del pregiudizio e alla relazione con le persone detenute.
Negli anni il festival ha proposto spettacoli costruiti all'interno del carcere e portati in scena dalle persone detenute, affiancando al lavoro teatrale momenti di incontro e confronto. Tra le esperienze più recenti c'è “Effetto bosco”, proposto nel 2024, mentre già nel 2019 “Se io fossi Caino” compariva tra gli appuntamenti della Giornata nazionale del Teatro in Carcere con il sottotitolo “L'arte per la riparazione”.
Foto di Roberto Borghes
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