Decanato di Visco, visita pastorale… a tavola. Nel Settecento, andava così

Il racconto dell'epoca

Decanato di Visco, visita pastorale… a tavola. Nel Settecento, andava così

Di Ferruccio Tassin • Pubblicato il 11 Gen 2021
Copertina per Decanato di Visco, visita pastorale… a tavola. Nel Settecento, andava così

Ferruccio Tassin ci porta alla scoperta delle particolarità culinarie in una visita pastorale di fine Settecento nel decanato di Visco.

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L’arrivo del vescovo, tanti anni fa (in misura minore è ancora così), era un avvenimento capace di solleticare l’orgoglio di un intero paese: si voleva far bella figura, in tutto. Lo si capisce, pur nella estrema sintesi della fonte, anche dai rotoli dei camerari (amministratori della parrocchia), che facevano parlare i numeri.
Chiesa tirata al lucido, riparazione delle pecche più evidenti; apparato scenico: dagli archi infrascati di verde ai fuochi artificiali, cibi più o meno speciali e quotidianità.
Maggio 1790, arriva il vescovo di Gradisca (la diocesi di Gorizia era stata soppressa).

A Visco, si mette in moto l’organizzazione della festa. In paese, c’era davvero poco: si ricorreva altrove per cose un po’ fuori dell’ordinario, perfino a Joannis, la filiale, a trovare il fieno (per i cavalli del vescovo), e ad Aiello, che apparteneva al decanato di Visco, per l’avena. Per le stoviglie in prestito, si andava a Jalmicco (dai baroni de Gorizutti parenti del pievano vischese).  Nell’ oltreconfine veneto, si trovavano i limoni (a Palma), il pesce (a Bagnaria); a Palmanova, da raffinati del bere, ci si rivolse per una “mastelletta dove mettere in fresco il vino”, e per la coreografia della festa (mortaretti e mascoli per l’esplosione).

Cena d’arrivo con pesce, poi carni per il giorno solenne: capretto (acquistato a Gradisca), manzo, castrato; “buttiro” di Joannis, 9 pollastri (1 lira ciascuno, ma non era poco), 3 “dindiotti”, 75 uova. Speciale il cibo, ma non eccelso, anche come spese: tutte le carni insieme non superarono le 48 lire comprese quelle date per regalia, e mancia alla servitù del vescovo. Altrove facevano le cose ben più solenni. Prendiamo Aiello, visita dell’arcivescovo di Gorizia nel maggio 1779. Si era sul raffinato: zucchero fioretto, zucchero campanon; caffè di Alessandria; 20 limoni, “3 aranzi di Portogallo”, e ancora pomi, ravanelli, bisi, cipolla, “40 artichiochi”, “sparisi mazza 2” ; capretto, pesce, carne, “crodeghino”, “un parro capponi”, risi, lardo “persutto in fette … in tocco”, salame; formaggio piacentino; mezzo vitello, testa e piedi; “polastri n. 9 [sembra che il numero, per le visite pastorali … sia canonico], colombini n. 4”; “cerase e piscotini”; tanto vino (più di un conzo, fra gli 80 e i 90 litri) e vino raffinato (due bottiglie di vino di Cipro); altri ingredienti per dolci, e aromi come “garofoli intieri, canella intiera”, noci moscate, pistacchi, pinoli, cedro candito, uva passa …

Simili squisitezze costavano ed erano piuttosto “esotiche”: si doveva andare nella vicina Palma e nella più lontana Udine, venete e, par di capire, a tu per tu con piacevolezze del genere, anche se non per tutti. Così altre spese scivolavano per “discapito nella moneta”, muta a Visco per andare a Palmanova e stanga di Nogaredo per Udine, per i messaggeri della cucina …

Andata per Nogaredo, ritorno per Palma, non senza tappe: a Pavia, per arrivare a Udine e a Santa Maria La Longa, nel ritorno, per “rinfresco alli cavalli e uomo”: 1 lira e 10 soldi, nel senso del bere e poco più.
In tutto, 364 lire e 12, ma anche qui, soccorrevole, era la unità della pieve: metà la Chiesa di Sant’Ulderico, un quarto ciascuna alle Chiese di Crauglio e San Vito. Più tardi, gli arcivescovi impartirono disposizioni precise per limitare l’attenzione al corpo e concentrare tutto sullo spirito. 

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