Darus Salaam a Monfalcone, la comunità chiede chiarezza: «Basta silenzi, è l'ora della responsabilità»

Darus Salaam a Monfalcone, la comunità chiede chiarezza: «Basta silenzi, è l'ora della responsabilità»

Comunità bengalese e sedi di culto

Darus Salaam a Monfalcone, la comunità chiede chiarezza: «Basta silenzi, è l'ora della responsabilità»

Di Salvatore Ferrara • Pubblicato il 11 Ago 2026
Copertina per Darus Salaam a Monfalcone, la comunità chiede chiarezza: «Basta silenzi, è l'ora della responsabilità»

Cresce il confronto interno, assemblee al San Michele. Confronti sula gestione del patrimonio, la vendita di due appartamenti acquistati dal Centro e il ruolo del comitato dirigente.

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Non si spegne, anzi cresce, il confronto all’interno della comunità musulmana monfalconese legata al Centro Culturale Islamico Darus Salaam. Dopo la sentenza del Consiglio di Stato del 31 luglio che ha definitivamente confermato l’acquisizione da parte del Comune dell’immobile di via Duca d’Aosta, il dibattito si è spostato anche su un altro terreno: la gestione del patrimonio del Centro, le decisioni assunte dal comitato di gestione e il coinvolgimento della comunità nelle scelte più importanti.

La pronuncia di Palazzo Spada ha chiuso il lungo capitolo giudiziario relativo alla proprietà dell’immobile, respingendo l’appello presentato dal Darus Salaam. I legali del Centro hanno annunciato l’intenzione di valutare il ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Parallelamente, però, all’interno della comunità bengalese è emersa la richiesta di maggiore chiarezza sulla gestione economica e patrimoniale dell’associazione e sul futuro delle attività religiose e sociali.

La seconda assemblea all’Oratorio San Michele
È in questo clima che, all’Oratorio San Michele, si è svolta un’altra assemblea generale alla quale hanno partecipato numerosi esponenti della comunità musulmana, compresi alcuni membri anziani della comunità. L’incontro è stato moderato da Faridul Islam Anis. Tra i relatori sono intervenuti Majnu Dewan, Mamun Al Rashid e Mobarak Hossain. Il confronto, inizialmente impostato sulla necessità di affrontare in modo razionale le questioni aperte, si è progressivamente fatto più vivace, con interventi e prese di posizione differenti.

Al centro della serata è rimasta soprattutto la richiesta di una gestione maggiormente condivisa delle questioni che riguardano il Darus Salaam. I partecipanti hanno chiesto che le decisioni più rilevanti vengano assunte tenendo conto dell’opinione della comunità e che venga fornita una rappresentazione chiara della situazione economica del Centro, compresa l’eventuale presenza di debiti o altri impegni finanziari significativi.

Il nodo dei due appartamenti
Uno dei temi più discussi ha riguardato la possibile vendita di due appartamenti di proprietà del Darus Salaam. Si tratta di immobili distinti da quello di via Duca d’Aosta al centro della recente sentenza del Consiglio di Stato. Secondo quanto emerso nel confronto, una parte della comunità ritiene necessario discutere preventivamente un'eventuale cessione e chiarire le ragioni della scelta. Gli immobili - è stato ricordato - sarebbero stati acquistati anche grazie ai contributi versati negli anni dai fedeli.

La questione si inserisce in un più ampio interrogativo sulla gestione delle risorse raccolte nel tempo. Nel documento diffuso nei giorni scorsi dalla comunità era già stata avanzata la richiesta di conoscere, ancora più nel dettaglio, l'utilizzo delle somme destinate alla costruzione e alla gestione del Centro. La richiesta, viene sottolineato, non viene presentata come un'accusa già accertata ma come una domanda di chiarimento e rendicontazione. Durante l’assemblea sono tornati così più volte i riferimenti alle ingenti somme raccolte nel corso degli anni attraverso le donazioni dei fedeli (si parla di milioni di euro). Per i partecipanti, chi ha contribuito economicamente alla crescita del Centro ha il diritto di conoscere come siano state amministrate quelle risorse.

«Le stesse regole per tutti»
Nel corso della serata non sono mancate critiche nei confronti dell’attuale gestione del Centro e, in particolare, della leadership del presidente del Darus Salaam.
Alcuni intervenuti hanno messo in discussione l’opportunità che la guida del Centro continui a essere esercitata da una persona stabilmente residente a Londra, sostenendo la necessità di una presenza più assidua e di un maggiore coinvolgimento diretto nelle vicende della comunità monfalconese.

Il punto sollevato da diversi partecipanti è stato però più generale: chi occupa ruoli di responsabilità dovrebbe essere sottoposto agli stessi criteri di trasparenza e rendicontazione richiesti agli altri membri della comunità. Il confronto, in alcuni momenti acceso, ha quindi fatto emergere una frattura che non viene però descritta dai promotori dell’iniziativa come una contrapposizione tra gruppi. L'obiettivo dichiarato resta quello di ottenere risposte e ricomporre le divergenze attraverso il dialogo. Quindi ci si troverebbe difronte a qualcosa di superabile.

Le voci da Monfalcone e da Londra
Nel corso dell’assemblea sono state raccolte anche testimonianze e opinioni di membri della comunità bengalese che, pur avendo vissuto a Monfalcone, oggi lavorano a Londra. Le loro considerazioni hanno contribuito ad allargare il confronto oltre la sola questione immobiliare. Per molti dei presenti, infatti, il Darus non rappresenta soltanto un edificio destinato alla preghiera, ma anche un punto di riferimento sociale e culturale costruito nel corso degli anni attraverso l’impegno della comunità. Da qui la richiesta di affrontare insieme tanto il problema degli spazi per la preghiera quanto quello della gestione delle risorse e del patrimonio.
La perdita dell'immobile di via Duca d’Aosta rende infatti ancora più urgente, per la comunità, individuare luoghi adeguati nei quali poter proseguire le attività religiose e associative nel rispetto delle norme e delle disposizioni delle autorità.

Il richiamo al dialogo
L’assemblea ha quindi assunto un significato che va oltre la singola questione della vendita degli appartamenti. Il confronto interno riguarda ormai il modello di gestione del Centro e il rapporto tra il comitato dirigente e la comunità che, negli anni, ha contribuito alla sua crescita. La richiesta emersa con maggiore forza è quella di una rendicontazione chiara delle risorse raccolte e delle decisioni assunte, insieme a un maggiore coinvolgimento dei fedeli nelle scelte patrimoniali.

Ma il messaggio lanciato dai promotori dell’iniziativa è anche quello di evitare una contrapposizione insanabile. La comunità ha ribadito di non voler alimentare conflitti né divisioni e di puntare invece su trasparenza, responsabilità, rispetto reciproco e unità. Un principio riassunto, nel corso del confronto, in una frase destinata a diventare uno dei punti centrali del dibattito: «Trasparenza e responsabilità non hanno colore politico».

Dopo anni segnati da ordinanze, ricorsi e sentenze, la vicenda del Darus Salaam entra dunque in una fase nuova. Da una parte resta aperto il tema degli spazi destinati alla preghiera e alla vita associativa della comunità musulmana. Dall’altra, ha preso forma un confronto interno sulla gestione del patrimonio e sulle modalità con cui vengono assunte le decisioni. Per la comunità musulmana monfalconese, il prossimo capitolo non riguarderà quindi soltanto il destino di un immobile, ma anche la capacità di trovare un equilibrio tra rappresentanza, trasparenza e partecipazione. Questo è il quadro emerso da uno dei Centri associativi ma il tema delle sedi di culto sarà sconnesso da tutto ciò?

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