L'INTERVISTA
Da Emergency al Parlamento Europeo, Cecilia Strada spiega ‘La guerra com’è’
Lo spettacolo con Elio Germano e Teho Teardo è tratto dal libro di Gino Strada e andrà in scena al Verdi il 19 febbraio. L'impegno della deputata per la pace e la riflessione sui conflitti.
Nella serata del 19 febbraio andrà in scena al Teatro Verdi di Gorizia lo spettacolo “La guerra com’è”, con Elio Germano e Teho Teardo. Un allestimento tratto dal saggio postumo di Gino Strada “Una persona alla volta” (Feltrinelli, 2022), dove spicca come macchia indelebile l’atrocità e il nonsenso di tutte le guerre. Ad anticipare le riflessioni e ricordare un padre “speciale” è stata sua figlia Cecilia nell’intervista concessa alla nostra redazione: sociologa e per otto anni presidente di Emergency, l’eurodeputata è impegnata a promuovere la pace e il rispetto dei diritti umani.
«”Ricordatevi la vostra umanità e dimenticate tutto il resto”». Con la citazione di Józef Rotblat si apre la prima parte del volume “Una persona alla volta”, curato postumo dalla seconda moglie Simonetta Gola. Il titolo dello spettacolo di Elio Germano “La guerra com’è” trae ispirazione dal primo paragrafo. Un’opera, quella di suo padre, che rappresenta una lunga riflessione sul senso del dedicare la propria vita agli altri, in un mondo dove i diritti umani vengono calpestati o ancora non sono uguali per tutti. Chi era, Gino Strada? Com’è stato vivere con un padre impegnato anima e corpo a prestare assistenza ai meno fortunati per «rimettere insieme pezzi di umanità smembrata»? Per me è stata una grande fortuna e un grande privilegio vivere con mio padre “e” mia madre: lui ci teneva molto, diceva sempre: «Senza Teresa Sarti non sarebbe esistita Emergency né Gino Strada». I miei mi hanno dato la possibilità di conoscere il mondo, ringrazierò sempre mio padre che mi portò per la prima volta a vedere una zona di guerra quando ancora ero piccolissima, orientando il resto della mia vita. È stato anche faticoso, perché per Emergency abbiamo rinunciato a tantissimo: a una vita privata e alle cose che tutte le famiglie fanno, che noi non potevamo permetterci. Un grande privilegio, aver passato quarant’anni della mia vita con mio padre e trenta con mia madre.
«”Com’è vivere in un Paese in guerra?” – domanda retoricamente a pagina 33 -. A volte può essere anche così: trovarsi dei guerriglieri in salotto e non sapere se salverai la pelle». C’era la possibilità che suo padre non facesse ritorno. Questa continua apprensione le ha dato la forza di “guardare oltre” la figura paterna e, attraverso i suoi ideali, trasformare l’empatia per le vittime di guerra in concreta speranza? Più volte io e mia madre ci siamo trovate nella situazione di chiederci: “Chissà se torna”. Una volta perdemmo i contatti con lui per diverse settimane, eravamo certe che non lo avremmo più rivisto, e invece fece ritorno. Lavorare nelle zone di guerra comporta molti rischi, ma un po’ tutti ci mettemmo nell’ottica del dire: “Ci sono cose che è giusto fare, non importa quanto sia faticoso, popolare o impopolare: vanno fatte”. Stare vicino alle vittime di guerra e al contempo lottare perché la guerra esca dalle nostre vite, lottare per le alternative, per il disarmo, affinché nessuno debba più soffrire così, viene naturale, ed è l’impegno che sto continuando a portare avanti anche adesso al Parlamento Europeo. Dove paradossalmente mi ritrovo a condurre le stesse battaglie compiute all’inizio della storia di Emergency: quella per la messa al bando delle mine antiuomo, ad esempio. L’anno scorso diversi Stati europei hanno annunciato il ritiro dal Trattato di Ottawa per riprendere a utilizzare mine antipersona. Lo stesso impegno dei miei quattordici anni, dell’inizio di Emergency: ne son passati trenta e stiamo ancora lottando per lo stesso motivo. Vedere la storia che torna indietro è un po’ deprimente.
C’è una differenza, fra le due guerre mondiali e quelle odierne. Lo spiega Gino a proposito di suo zio morto nel suo incrociatore: guerre in cui «la morte dell’uno» era «obiettivo dell’altro», che oggi mietono vittime quasi esclusivamente fra i civili. Fu da questa consapevolezza, che nel 1994 nacque Emergency? Esatto. Lo zio di mio padre si chiamava Luigi come lui, morì s’un incrociatore a Fiume. Di lui conservo le lettere che mandava, col visto della censura fascista. Sostanzialmente da tutte le lettere trasuda il voler tornare a casa dalla mamma. Mio padre scoprì la chirurgia di guerra e cosa significa essere civili in una zona di guerra attraverso il lavoro con la Croce Rossa internazionale. Quando tornò dalla sua prima missione io e mia madre ci guardammo negli occhi: avevamo capito che non avrebbe mai più ripreso a lavorare in Italia. Era quella la sua strada, ed è anche la dimensione con cui puoi fare la differenza: non essere uno dei tanti chirurghi qui, ma essere l’unico chirurgo in quelle zone martoriate, soprattutto per curare i bambini. La cosa che più mi colpì, nell’ospedale di guerra in cui mio padre mi portò con sé, fu che la maggior parte dei feriti avevano la mia età. All’epoca avevo nove anni. Anche oggi, quando si parla di guerra, ci si dimentica che la stragrande maggioranza di vittime sono civili. Non solo vittime di bombardamenti e pallottole, ma anche dell’indotto della guerra, di cui si tende a non parlare. Le malattie, la distruzione delle strutture sanitarie, la fame, la mancanza di acqua pulita. Lo stiamo vedendo ora a Gaza: è stata firmata una tregua che tregua non è, dove intanto continuano a morire le persone e la catastrofe umanitaria è ancora in corso. Conseguenze sulle quali insisteva mio padre: “Guardate l’effetto della guerra, che dura molto più delle ostilità dirette”. Ed è per questo che l’unica guerra buona è la guerra che non viene fatta.
A quindici anni lei si trasformò «un po’ in centralinista un po’ in custode». Come ricorda il suo impegno negli anni dell’adolescenza? Fu intenso. Il mio primo impegno fu appunto la campagna per la messa al bando delle mine antipersona. All’epoca c’erano le diapositive: andavo in giro dalla parrocchia alla scuola alla sala conferenze per parlare a pubblici diversi di quello che vedevamo negli ospedali per vittime di guerra. Mostrando ogni mina e il loro effetto. Questo fu il mio primo grande impegno, oltre a tutto ciò che serviva a un’organizzazione nascente. Dal fare la centralinista, al ricevere pacchi di farmaci che accumulavamo nel salotto di casa, ai banchetti per diffondere informazioni o raccogliere fondi. Ciascuno di noi ha fatto la sua parte, in relazione all’età e alle proprie possibilità. Che poi è la grande lezione di Emergency: una realtà fatta non da eroi, ma da una moltitudine di persone normali, che unendosi assieme riescono a fare cose straordinarie.
A pagina 46 ritroviamo una citazione del filosofo ateniese Trasimaco: «Il giusto non è nient’altro che l’utile del più forte». Per quanto suo padre non sia più in vita, la sua lungimiranza non può che riverberare su Putin, Netanyahu o sull’ICE e le mire di Trump alla Groenlandia. Davanti a un presidente della Commissione Europea che rimarca: “Se vuoi la pace prepara la guerra” citando la massima di Vegezio “Si vis pacem, para bellum”, trovo scioccante sentire Trump che nomina la pace attraverso la forza, ma ancora più scioccante Ursula Von der Leyen che dichiara la stessa cosa. Probabilmente di fronte a questi leader mio padre avrebbe commentato: “Era una stronzata già ai tempi di Platone e oggi continua a esserlo”. È vero proprio l’opposto: se vuoi la pace devi costruire la pace, i diritti, un’autonomia energetica per non dipendere dalle fonti fossili che restano sotto ai piedi dei tiranni. Raggiungere un’autonomia digitale, senza dipendere dalle big tech degli autocrati. Tutte queste possibilità non le stiamo mettendo in atto, e mio padre sarebbe molto preoccupato della direzione in cui stiamo andando.
Secondo lo storico americano Howard Zinn «”All’inizio della guerra si fa una scelta: che la tua parte è buona e l’altra è cattiva. Una volta che hai fatto questa scelta, non hai più bisogno di pensare: qualsiasi cosa tu faccia, non importa quanto sia orribile, è accettabile”». Nel 2025 Gorizia e Nova Gorica sono state insieme Capitale europea della cultura. E nonostante tutto le ferite sono ancora vive: da un lato si accoglie la delegazione della X Mas, dall’altro si diffonde odio e violenza verbale. I morti sono morti, basta voltare pagina senza schierarsi da un lato o dall’altro? Quando si capirà che la guerra non ha nessun senso a priori e non esiste un dolore più forte di un altro? Credo che siamo tutti uguali davanti alla morte, ma non tutti uguali davanti alla Storia. Le responsabilità per gli orrori commessi vanno esaminate. Non basta voltar pagina come se nulla fosse successo, perché questo non porta alla pace, ma continua a creare fratture e dolori nelle popolazioni. Per avere pace e riconciliazione c’è bisogno di giustizia. Che non serve solo a risarcire le vittime di oggi, ma anche quelle di domani. Quando vige l’impunità per i crimini commessi, come vediamo per il governo di Netanyahu o nel caso di Minneapolis, che cosa fungerà da deterrente per evitare la prossima violenza, se non si è pagato per la violenza precedente? Quando si capirà che la guerra non ha senso, sinceramente non lo so. Dovremmo averlo già capito da un bel pezzo. Spaventa la “Ninna nanna della guerra” di Trilussa del 1914: son passati cent’anni, ed è purtroppo attualissima. Per decidere di smettere di fare la guerra credo basti guardare in faccia alla realtà delle vittime. Il problema è che poi la guerra – scrive Trilussa – “è un gran giro de quatrini”, e quindi bisogna smontare tutti gli interessi economici che fanno da motore alle guerre. Che tendenzialmente vengono decise dai ricchi, dove a morire vengono mandati i figli dei poveri. Un circolo che va spezzato, oggi più che mai.
A pagina 54 si ricorda una vignetta di Vauro: «”Istruzioni per capire cos’è la guerra. Prendi la fotografia di un bambino e, al posto della sua faccia, incollaci quella di tuo figlio”». Il nostro pianeta ha altre priorità, a partire dai cambiamenti climatici e da una equa redistribuzione delle risorse. La corsa al riarmo o all’innalzare muri non fa che alimentare l’orgoglio delle superpotenze: se tu prendi l’Ucraina, io invado la Groenlandia e silenzio la stampa, in un folle gioco di Monopoly. Come spezzare questo circolo vizioso? Facendo tornare di moda quel poveraccio massacrato del Diritto Internazionale, che al momento non viene rispettato dalle grandi potenze. Questo è cruciale. Il rispetto del Diritto Internazionale è anche ciò che fonda la tua credibilità come attore internazionale. L’Europa sta perdendo la faccia davanti a gran parte del mondo, perché negli ultimi due anni ha mostrato chiaramente che verso qualche criminale di guerra agiamo con forza applicando il pacchetto di sanzioni, come è stato fatto con la Russia. Mentre davanti ad altri crimini balbettiamo e non facciamo nulla: un doppio standard estremamente dannoso. Bisognerebbe cominciare a smontare gli interessi economici che guidano la guerra e rendersi conto che la guerra è un cattivo affare non soltanto per la popolazione sconfitta, ma anche per quella che, fra virgolette, ne esce vincitrice. Dobbiamo ricordarci che la guerra sottrae risorse alla vita civile, che potremmo investire nell’istruzione, nella sanità, nelle energie rinnovabili e così via. È necessario smontare gli interessi e guardare in faccia alla realtà vera della guerra, che non è quella che abbiamo visto nei film statunitensi.
Emergency venne accusata di curare i talebani. «Li curiamo perché siamo esseri umani che si rifiutano di lasciar morire altri esseri umani», spiega suo padre a pagina 58. Quest’ammissione di “colpa” racchiude il significato stesso del suo lavoro: la comprensione che l’umanità debba essere il primo valore fondante della specie umana, di fronte al quale ogni strategia geopolitica è destinata a naufragare. «Il vero scandalo è dover curare i civili, la grande maggioranza delle vittime di ogni guerra», rimarca ancora. Abbiamo perso la capacità di scandalizzarci? Certo, il vero scandalo è dover curare i civili. Quando Emergency fu accusata era il 2011. All’epoca rimasi scioccata, perché tutto questo rappresenta la Convenzione di Ginevra, l’etica medica, il giuramento di Ippocrate e il dovere del medico. Non è un optional: commetti un reato se “non” curi un ferito, chiunque egli sia: Totò Riina, un talebano o Vladimir Putin. Arriva il peggiore tiranno del mondo, e naturalmente lo devi curare. Avendo conosciuto gli ospedali di Emergency e la realtà della guerra moderna, è noto come nei conflitti contemporanei i soldati siano solo la netta minoranza delle vittime. Quindi, di che cosa stiamo parlando?
«Chiunque la combatta, questa è la guerra. Niente altro», si legge a pagina 63. Per quanto i mass media ci restituiscano una guerra “quasi giusta”, quando riusciamo a guardarla negli occhi e sostenere lo sguardo ci appare nella sua vera forma: una delusione. «”La guerra piace a chi non la conosce”», si ribadisce a pagina 69 citando Erasmo da Rotterdam. La pace mondiale è ormai tramontata: dobbiamo reimparare a demistificare la guerra? Dobbiamo ricominciare ad avere una visione di pace, mentre la tendenza è convincere la popolazione europea che la guerra sarà inevitabile e bisogna prepararsi. Falso. Negli anni Sessanta lo psicologo Abraham Maslow diceva: “Quando tutto quello che hai in mano è un martello, viene naturale pensare che ciò che hai attorno sia un chiodo”. Non è così. Arriverà nel momento in cui pensiamo che sia inevitabile e non ci battiamo per evitarla, mentre dobbiamo avere una visione di disarmo, piuttosto che uscire dai trattati sulle mine antiuomo. Succederà domani? Sicuramente no. Ma se quello che abbiamo in mente è costruire un mondo di trincee, la pace non arriverà né domani né dopodomani.
Howard Zinn nel 1943 era «”convinto di combattere una battaglia giusta”» e dal suo B-17 bombardò Germania, Francia, Cecoslovacchia o Ungheria, finché comprese «che non esiste una guerra giusta». Su 25 milioni di esseri umani che morirono nel secondo dopoguerra, le vittime non combattenti furono una ogni dieci a inizio Novecento, mentre «oggi sono diventate nove su dieci alle soglie del Duemila». «L’avventura dell’uomo su questo pianeta è ad altissimo rischio di interrompersi e l’assurdità è che rischia di estinguersi per sua stessa mano», sottolinea Gino a pagina 78. È questo, il punto sul quale riflettere. Non c’è da pensare ad altri pianeti da colonizzare, nell’ipotesi assurda in cui tutto ciò prendesse forma, ma da salvare e preservare il mondo che abbiamo. L’urgenza (emergenza) è prestare ascolto alla babele di voci dell’umanità, piuttosto che soffocarla. Affinché di questa sinfonia corale non resti che una memoria svuotata. Ritiene possa essere un sentiero praticabile? “Deve” essere un sentiero praticabile. Perché altrimenti dobbiamo semplicemente aspettare la fine della specie umana. Abbiamo cominciato l’intervista con Rotblat, e proprio pochi giorni fa è stato aggiornato l’orologio dell’apocalisse dagli scienziati atomici, i quali ci ricordano che siamo a 85 secondi dalla mezzanotte. Siamo veramente una specie strana. Così intelligenti da essere riusciti a costruire macchine per andare sulla Luna, senza contare gli straordinari progressi della medicina. Eppure, siamo una specie così intelligente e al contempo talmente stupida, da costruire qualcosa come la bomba atomica. Einstein disse: “Nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi”. E noi invece sì. L’essere umano ha costruito qualcosa che è in grado di distruggere l’intera specie umana. Non sarebbe meglio investire l’ingegno umano per far mangiare le persone o curarle? Io penso che la strada sia senz’altro questa. Al momento ci ritroviamo in una fase in cui ci dicono che dobbiamo investire nel militare perché avrà ricadute positive anche per il civile. Io dico, sapete che c’è? Investiamo nel civile, nei diritti umani, nella cooperazione e in tutto ciò che permette una de-escalation delle tensioni, tutto ciò che consenta di prevenire i conflitti anziché alimentarli. Non abbiamo alternative, se vogliamo che i nostri figli e nipoti possano vivere bene. Quando c’era Papa Francesco un folto gruppo di associazioni e movimenti cattolici parlò di modo «ostinato e creativo» di costruire la pace. Allora dobbiamo essere creativi, trovare una narrazione nuova e una voce più forte in mezzo a voci che sono molto più forti di noi. Non perché le voci che spingono verso la guerra abbiano più risonanza e potenza rispetto a noi. Dobbiamo essere creativi e ostinati, ma non è una lotta che possiamo permetterci di interrompere, perché davvero ne va della sopravvivenza di tutti noi. (Foto, Rossana D'Ambrosio)
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