Cronache di Contea - Assistenza medica nei campi di concentramento fascisti

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Cronache di Contea - Assistenza medica nei campi di concentramento fascisti

Di Ferruccio Tassin • Pubblicato il 04 Feb 2026
Copertina per Cronache di Contea - Assistenza medica nei campi di concentramento fascisti

Un’analisi documentata sul ruolo dei medici nei campi di internamento fascisti, tra etica professionale, carenze alimentari e uso propagandistico del linguaggio, con testimonianze dirette e fonti che mettono in discussione il mito degli 'italiani brava gente'.

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Significativo il fatto che, a occuparsi dei campi del Duce, in maniera organica, sia stato un medico, il pediatra Carlo Spartaco Capogreco.
La figura del dott. Mario Cordaro, del campo di Gonars, è già largamente indagata (Nadia Pahor Verri, Alessandra Kersevan …); se si vuole ascoltare la sua testimonianza viva, si vada su Youtube. Certamente, non fu solo uomo di scienza, ma anche di umana solidarietà verso chi allora si considerava il nemico. A quanto ho letto, fin’ora (tanto), ho trovato, da parte dei medici un comportamento corretto, quando non anche partecipe delle sofferenze
altrui. In loro è prevalsa l’etica professionale sulla politica.

Allora, “Italiani brava gente?”, come nel libro di Angelo del Boca. Insisterei sul punto di domanda. Nei campi, le situazioni marcarono una differenza fra essere e dover essere: il cibo. Se uno legge le tabelle caloriche destinate a guidare i comportamenti alimentari verso gli internati, potrebbe essere depistato: credere a una situazione oscillante fra il sufficiente e il sopportabile. Il campo di concentramento a Visco fu deciso verso la fine del 1942, dopo il rastrellamento di Lubiana seguito alla inclusione della città entro 42 km di filo spinato, e dalla constatazione di un altissimo numero di morti nel campo di Rab (Arbe)..

La località fu scelta dal gen. Umberto Giglio. L’esistenza di 17-18 padiglioni in muratura facilitò l’operazione. I lavori procedevano a rilento e il generale si portò sul posto il 17 gennaio ’43 e scrisse: “… ho provveduto a trasformare 9 dei 17 o 18 padiglioni in muratura ad uso ospedale e infermeria …”. La memoria prosegue “… Tutti i lavori … vennero effettuati in modo quasi completo, in circa un mese, tanto che, il 20 febbraio 1943 il campo venne occupato dai primi mille internati che trovarono in esso ogni possibile conforto (il termine è di tragica ironia).
I lavori compiuti … destarono l’ammirazione delle autorità superiori che definirono “miracolosa” la costruzione di quel campo …”. Le parole “conforto” e “miracolosa” rendono l’idea di come si possa manipolare il linguaggio. Vero è, secondo alcuni internati, che a Visco non ci furono pidocchi. Non solo là, c’erano medici internati; questo giovò alla prevenzione.

Sull’aspetto alimentare, un aggettivo mi illuminò. Alla domanda ad un ex ufficiale di come fosse il cibo, rispose “carente”. Aspettavano i pacchi da casa per integrare il vitto come la mano di Dio. Alcuni internati furono sorpresi a mangiare mais, in un campo attiguo.
Contadini, dai campi nei paraggi, buttavano di là del filo verdure; Milan Škrlj, allora a Visco con mamma, fratelli e sorelle (aveva 7 anni!), mi raccontò che mangiava chicchi di grano nei vicini campi … Addetti alla distribuzione della “minestra”, cercavano di spartire equamente gli occhi di grasso a la rada pasta … I pacchi erano divisi in comunità … Nel campo c’erano bambini (150 – 200?) e nessuno morì. Grazie al fatto che i 3-4000 reclusi
trascorsero solo un inverno, morirono “solo” 25 persone, di cui tre all’ospedale di Palmanova.
Finora, sono riuscito a identificare quattro dei nove ufficiali medici attivi a Visco: Giuseppe Avenia di Agropoli (SA), Francesco Cavaliere di Cittanova (RC), Bruno Zauli (Roma), Giuseppe Castelbarco Albani (Cislago, VA)..

Del primo, ebbi numerose testimonianze sulla umanità; si fermò per qualche tempo in paese (curò anche me, bambino). Col secondo, ebbi un breve scambio epistolare. Mi scrisse : “… la mia presenza al campo è stata molto breve … sono stato comandato a Visco per un periodo di tre mesi per
sistemare il Servizio sanitario del campo per internati civili. Non ho potuto completare neanche i tre mesi perché sorpreso dall’armistizio dell’otto settembre … Posso assicurare che nel campo non sono mai stati commessi soprusi o abusi nei riguardi degli internati i quali godevano di un trattamento umano. I nuclei familiari erano riuniti. Avevamo istituito un "preventorio” per gl’individui più deboli e una infermeria per gli ammalati (gli
ammalati più gravi venivano curati nell’Ospedale civile di Palmanova n.d.A.). Dopo l’armistizio … Erano rimasti i degenti a letto ed il mattino seguente mi sono recato al campo per provvedere al loro trasferimento in ospedale in autobus …”.

Sull’assenza di maltrattamenti, insisté anche l’aiutante maggiore del campo, il ten. Raffaele Covatta, da me avvicinato; tuttavia, c’era il palo di contenzione e ci sono notizie di botte agli internati (Kersevan). Il tenente mi raccontò che Visco era stato allestito per far
dimenticare Arbe e Gonars … Particolare non da poco: quelli che non riuscirono ad abbandonare il campo, per le
condizioni fisiche, furono più di 300!

In maniera avventurosa, ho stabilito contatti con la figlia del cap. medico pediatra Giuseppe Castelbarco Albani; una lettera è testimone del suo spirito.
“… In qualità di medico addetto al 4° settore del Campo di Concentramento … di Visco: reparto donne e bambini, mi rendo interprete del sentimento di viva gratitudine che il reparto stesso à manifestato nei riguardi della Curia Arcivescovile alla quale ò l’onore di rivolgermi per il nobile dono del quantitativo di miele che anime buone del Goriziano ànno voluto farci giungere.

La situazione alimentare del settore pel momento, in quanto al fabbisogno latte è abbastanza buona: si è potuto avere 50 (cinquanta litri) di latte fresco giornaliero: mancano farine alimentari per bambini e sovratutto Mellin pel divezzamento e per correggere nei lattanti artificialmente ai primi mesi. Non abbiamo nessuna dotazione, ed il sottoscritto stesso à provveduto personalmente ad acquistare qualche flacone di Mellin
facendo piccola opera di beneficienza. Vi sono tante altre piccole cose che potrebbero essere utili, e le anime buone del Goriziano, le mamme sopratutte potranno più di me, pensando ai loro bambini, comprendere quanto di bene si può fare in tanto dure contingenze per le piccole innocenti
creature altrui…”Il dott. Zauli divenne segretario nazionale del CONI e primo presidente della FIDAL. Si è accennato ad Arbe (Rab); quel campo è sempre ricordato come un inferno. Sono entrato in possesso del diario di “medico tenente” (così ebbe a definirsi), il dr. Ezio Borsatti. La sua importanza è che si tratta del racconto di un Italiano, che parlava di morti per fame e non solo.

Ecco una eloquente citazione dal diario, che non ha bisogno di commenti: spiega organizzazione, sanità, vita e misfatti di quel campo dell’orrore:
“…la mortalità dei bambini era sempre troppo elevata, specialmente a dei lattanti. Bisognava salvare quei bambini. Il nostro cuore di padri non resisteva a quello spettacolo di decimazione. Allora che fare? Il Comando della Terza Armata da Susak ha un lampo di genio: si facciano venire le
mucche e i piccoli avranno il latte di cui hanno bisogno (a quei tempi non usavano gli omogeneizzati).

Incominciano a sorgere le stalle in baracche di legno, si trasporta dall’Italia il foraggio, si fanno venire i soldati stallieri e quando tutto é finalmente pronto, le mucche non servono più, perché donne e bambini sono già partiti per Palmanova [Visco], nel continente a causa della situazione che si faceva ogni giorno più disperata… la lista dei morti aumentava con un ritmo accelerato e inarrestabile... Nessuno li voleva far morire, solo non si sapeva come farli vivere. Non era il nostro un campo tedesco di sterminio … Quegli scheletri ambulanti finivano con una tragica maschera di floridezza: pareva tornassero grassi, erano soltanto gonfi. Gli occhi si affossavano fra le palpebre tumefatte, le labbra umide, la lingua arida e screpolata, il volto rotondo e lucido di un estremo pallore. Solo le mani spuntavano scheletrite dalle maniche delle giacche ed erano animate da un fine tremore. Le gambe e i piedi diventavano due colonne pesanti e lucide e a toccarle si deformavano come una cera molle. In tal modo si presentavano ai nostri ambulatori, trascinandosi a stento …. Non avevano calorie sufficienti che per star fermi. Bastava che gli si comandasse di scavare una buca (tali erano le latrine da campo) o portare una carriola di terra e il dramma sfociava in una diarrea che segnava la fine.

Noi medici addetti al campo (altri medici ci vennero poi in aiuto, quando i casi si moltiplicarono) che facevamo? Nulla di veramente utile … Una sola arma noi avevano di una certa efficacia e l’usavano con abbondanza: il riposo assoluto a letto e ciò andava bene abbastanza ai primi sintomi. Per i casi più avanzati c'era il ricovero in Infermeria, dove c'era il diritto ad una dieta un po' più sostanziosa. Ma era una scelta crudele che noi dovevamo fare e i posti erano limitatissimi. Per i casi più gravi c'era il nostro Ospedale militare 480 e li molti si salvarono. Ma non potevano usarne a nostro piacimento, perché l'Ospedale era per i nostri soldati, non per i prigionieri … verso di noi, ma per quello che per essi noi rappresentavano: la sofferenza lenta, la perdita della libertà.

Noi avevamo avuto l'ordine tassativo di non lasciare sfuggire il più piccolo commento, di non dimostrare alcuna nostre partecipazione. Eppure ai prigionieri non era sfuggito il nostro stato d'animo… Anche il capitano se ne preoccupava e segnalava al Comando il fenomeno e la causa di esso: la fame. Ma erano parole gettate al vento, nulla si faceva per rimediarvi. Ero presente anch'io un giorno ad un rapporto del capitano Brezzi al colonnello. Questi era a cavallo all'ingresso del campo, pronto per la sua solita cavalcata mattutina. Il capitano, fattosi aventi e messosi sull'attenti, disse:-" signor colonnello, 988l i morti nel campo sono dieci, sono un po' troppi- "Beh, che fa?"- rispose quello con una spallucciata di impazienza. Perché si preoccupa? Sono dieci partigiani di meno-"

"Ma, veramente bisognerebbe far qualcosa."-"Sta bene lei?"- "Io sì benissimo" - "E allora pensi alla salute e non si preoccupi" e spronò il cavallo allontanandosi al galoppo...

Nella foto, il cap. Giuseppe Castelbarco Albani (1942)

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