NELLA TERZA GIORNATA
Barbero rockstar riempie il Teatro Verdi con la sua indagine su San Francesco
Ripercorrendo il suo saggio dedicato al Patrono d'Italia, lo storico rileva l'allontanarsi delle biografie ufficiali dall'immagine contraddittoria e tormentata del Santo che presto. «Si ritrovò a essere presidente di una multinazionale».
Ambientalista e pacifista anzitempo o “semplice” uomo della sua epoca? L’indagine su San Francesco snocciolata da Alessandro Barbero di fronte alla platea gremita del Teatro Verdi ha avuto questa domanda come quesito di approdo. Protagonista di uno degli ultimi incontri della penultima giornata di èStoria, dopo un affollato firmacopie ai Giardini Pubblici, lo storico ha ripercorso la vita del Patrono d’Italia di cui quest’anno ricorrono gli 800 anni dalla morte.
Gli interrogativi proposti al pubblico goriziano, affrontati nel suo ultimo libro intitolato appunto “San Francesco” (Edizioni Laterza), nascono dal confronto fra le diverse agiografie del poverello di Assisi, in bilico fra l’adesione alla realtà della sua vita, riportata da quanti lo avevano conosciuto, e il desiderio di “limare” gli aspetti della sua personalità incompatibili con le trasformazioni intervenute nell’ordine dopo la sua morte.
Canonizzato da Papa Gregorio IX, è lo stesso pontefice a individuare in frate Tommaso da Celano il primo biografo del Santo. Suo confratello, Tommaso aveva necessità di colmare le lacune sull’infanzia e la gioventù di Francesco, periodi vissuti agli antipodi rispetto a qualsiasi condotta rispettosa della religione. Scritta rapidamente e altrettanto rapidamente diffusa in tutta Europa, la biografia viene subito sottoposta a revisione per volontà dei diversi ministri generali dell’ordine, preoccupati che «le cose fossero scritte in modo diverso».
Nelle numerose versioni successive, che progressivamente si allontanavano dalla verità poichè non più basate su testimonianze dirette di chi l’aveva conosciuto, l’immagine di Francesco viene sempre più epurata dagli aspetti spigolosi e contradittori del suo carattere, forgiando l’immagine di un santo tanto perfetto quanto irraggiungibile: una necessità, questa, dettata anche dalla diversa “piega” presa dall’ordine rispetto alle origini.
Quella che Francesco aveva indicato come fratellanza era infatti ormai diventata una struttura complessa e lui stesso, a un certo punto «Si ritrovò a essere presidente di una multinazionale». La regola della povertà, il monito a possedere unicamente un saio, una corda da stringere in vita e un paio di mutande, così come il divieto di toccare il denaro o di vivere in conventi costruiti in pietra si presentavano ormai come utopie che solamente Francesco, in diretto contatto con Dio, aveva potuto rispettare.
Le intemperanze del Santo verso chi contravveniva alle sue prescrizioni vengono “ripulite” per consegnare ai posteri la visione edulcorata giunta fino a noi, frutto del lavoro di “censura” compiuto nella “Legenda Maior” da Bonaventura da Bagnoregio: e dopo la sua biografia, nel 1266 il capitolo generale ordina la distruzione di tutti i testi precedenti in ogni convento francescano.
E sarà la versione di Bonaventura a ispirare gli affreschi di Giotto nella Basilica di Assisi, consegnando alla storia la versione ufficiale di una vita tormentata nelle decisioni, umana nelle reazioni ma resa divina da quanti avevano necessità di un modello inarrivabile per giustificare le proprie mancanze.
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