Aquileia, la mostra sul ‘Vangelo di Marco’, riporta a casa il manoscritto dopo sette secoli

Aquileia, la mostra sul ‘Vangelo di Marco’ riporta a casa il manoscritto dopo sette secoli

l'inaugurazione

Aquileia, la mostra sul ‘Vangelo di Marco’ riporta a casa il manoscritto dopo sette secoli

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 10 Set 2026
Copertina per Aquileia, la mostra sul ‘Vangelo di Marco’ riporta a casa il manoscritto dopo sette secoli

L’esposizione sarà aperta dal 12 settembre al 25 aprile 2027 nello storico Palazzo Meizlik.

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In principio era il Verbo, e così fu per il Vangelo di Marco di Aquileia, appartenente in origine a un evangeliario poi smembrato. La città, che in passato fu collegata al mare da un grandioso porto fluviale, sta per accogliere l’affascinante mostra “Il Vangelo di Marco. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo”, che sarà inaugurata a Palazzo Meizlik il 12 settembre – il 13 apertura al pubblico – e resterà aperta fino al 25 aprile del prossimo anno. Dopo quasi sette secoli di separazione, la storia riporta ad Aquileia i frammenti che in epoca medievale seguirono strade diverse. Un’esposizione sostenuta dal Ministero della Cultura, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e Promoturismo Fvg, patrocinata - oltre che dalla Regione e dal comune di Aquileia - dall’arcivescovo di Praga e Primate di Boemia Stanislav Přibyl e dall’arcivescovo metropolita di Gorizia monsignor Giampaolo Dianin, nonché promossa e organizzata dalla Fondazione Aquileia. A curare il catalogo Martina Dlabajová insieme agli archeologi Cristiano Tiussi e Luca Villa. Con quest’ultimo abbiamo approfondito il contesto storico e gli aspetti “dietro le quinte” di un allestimento che travalica i secoli, per restituirci testimonianza di un’opera che abbraccia l’Europa nella sua interezza.

Partiamo dalla genesi. Il testo non fu scritto da Marco, ma da un copista del VI secolo dopo Cristo, 450 anni dopo la sua morte. Per quale motivo venne venerato come fosse realizzato di suo pugno, e cosa ha scoperto la ricerca moderna, in merito alle sue origini? «In realtà - riflette - la storia è molto complessa. Nel senso che partiamo dal presupposto che si tratta di un evangeliario, quindi una raccolta di quattro vangeli: nell’ordine Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Questo è un codice che secondo gli studiosi venne scritto nel VI secolo per la tipologia della scrittura onciale, probabilmente prodotto in area ravennate. E che ripropone la Vulgata di Jerolamo. Gli studiosi ritengono che giunse in area aquileiese non prima della metà del IX secolo, in forma di evangeliario, cioè un testo con funzioni liturgiche che conteneva i quattro vangeli. Da questo corpus, dal XII secolo venne estrapolato il Vangelo di San Marco e riproposto come scritto dallo stesso evangelista. Quello che è conosciuto col nome di Codex Forojuliensis venne considerato autentico e autografo del santo per dare prestigio alla chiesa che lo possedeva, da quel momento diventando una reliquia».
Un libro sacro in pergamena, la cui parte più corposa è ancora custodita presso il Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli, vergato in caratteri tipici della Chiesa paleocristiana.

Il sottotitolo della mostra parla di “un racconto europeo”. In che modo il viaggio di questo manoscritto incarna l’interconnessione culturale e religiosa dell’Europa medievale? «Il testo venne smembrato per seguire strade diverse dell’Europa. Nel 1354 Carlo IV si fece consegnare un frammento dal patriarca Nicolò per condurlo in Boemia e collocarlo nella cappella dinastica di San Venceslao, nella cattedrale di San Vito a Praga, in quanto considerato a tutti gli effetti una reliquia». Mentre Praga ottenne il pregiato codice per via diplomatica - attraverso un accordo dinastico – la Serenissima lo conquistò con la forza. Fu così, che nel 1420 la Repubblica invase il Patriarcato di Aquileia per impossessarsi di ciò che restava dell’opera. Perché non potevano permettere che la città in cui era custodito il corpo di San Marco venisse privata del suo vangelo, allora ritenuto autografo. «Il secondo frammento – spiega - venne portato a Venezia, costituendo una delle basi sulle quali costruì il suo racconto di Stato: prima attorno al corpo di San Marco e successivamente alle reliquie testuali come questo frammento». Inviato il cancelliere ducale Nicolò dal Corso a requisire quanto rinvenuto, il codice venne prelevato dalla fortezza di Marano e scortato lungo la laguna fino a Venezia, dove fu accolto con tutti gli onori dal Doge Tommaso Mocenigo.


«Quando il Doge nel 1421 lo celebrò nella basilica di San Marco, disse: “Finalmente questo Vangelo torna dove riposa il corpo di colui che lo scrisse”». A confermare come non fosse considerato soltanto “semplice vangelo”, ma anche sacra reliquia in grado di conferire autorevolezza. «Fu questo – ribadisce - il senso della “comunione” diffusa fra tutti i Paesi europei». Un prezioso Liber Vitae nei cui margini e spazi bianchi vennero scritti a mano circa 1500 nomi di nobili, sovrani o semplici pellegrini, meticolosamente fatti registrare affinché i monaci pregassero per la loro anima e la loro salvezza. «Quando l’evangeliario era ancora un’unica entità – prosegue – fra IX e X secolo veniva conservato in un luogo vicino ad Aquileia, si ipotizza il monastero di San Canzian d’Isonzo. Dove lasciarono il proprio nome molti personaggi europei più importanti del momento, soprattutto dell’Europa Nord-Orientale. Un po’ come accadeva con gli affreschi, sui quali i pellegrini lasciavano il proprio nome pensando di partecipare alle funzioni liturgiche. Su questo compaiono le annotazioni fatte scrivere da imperatori e protagonisti dell’epoca: Ludovico II, Carlo III il Grosso, il patriarca di Aquileia Teodemaro, ma anche governanti di Croazia, Boemia e Moravia». La meraviglia del testo è che interseca senza distinzione i nomi di semplici pellegrini in viaggio con quelli dei potenti: dal marchese friulano Eberardo al duca Trpimir, fino al principe croato Branimir. «Passavano di lì e lasciavano il proprio nome, convinti di essere commemorati durante ogni funzione liturgica. In tal senso, questo libro simboleggia quel legame che teneva assieme l’intera Europa».

Che ruolo giocò Aquileia, in veste di antico patriarcato e crocevia culturale, per la diffusione del testo sacro? «Un ruolo fondamentale, proprio per questa funzione di collegamento fra mondi differenti. Il suo Patriarcato fu un’istituzione importantissima fin dall’epoca paleocristiana: era una delle metropoli religiose più rilevanti, e non governava solo sull’aquileiese, ma aveva sedi suffraganee». Fra le più grandi realtà ecclesiastiche e giurisdizioni metropolitane dell’Europa, era seconda per importanza e dignità solo a Roma, e almeno fino all’811 si estendeva a ovest fino al Canton Ticino, a nord fino al Danubio e a est fino al lago Balaton nell’attuale Ungheria. «Nel sesto secolo ci fu una diatriba fra il Patriarca e il Papa. Finché, su disposizione di Giustiniano, solo le più grandi metropoli cristiane come Roma, Gerusalemme, Costantinopoli, Antiochia e Alessandria d’Egitto poterono fregiarsi del titolo di “Patriarcato”. Mentre ad Aquileia il vescovo si faceva chiamare anche Patriarca, proprio per il suo ruolo. E ancora in epoca carolingia la diocesi aquileiense era la più grande d’Europa. “Non” la metropoli, ma la diocesi. Ricoprendo un ruolo fondamentale anche nella cristianizzazione del mondo slavo, oltre che costituendo sempre un punto nevralgico di riferimento».

Quali prove scientifiche o paleografiche hanno consentito di accertare che i frammenti di Praga, Cividale o Venezia appartenessero allo stesso volume? «Il primo a studiarlo – rammenta - fu Giusto Fontanini». Arcivescovo e storico nativo di San Daniele, nel Settecento si occupò del “giallo” storico sulla scomparsa del Vangelo di Marco dal manoscritto custodito ad Aquileia, per poi pubblicare la dissertazione “De translatione Codicis Evangelii Sancti Marci ex Forojulio Venetias”. «Confrontando i vari frammenti – precisa - si rese conto che quello che era nominato “Vangelo di San Marco” era in realtà una parte di quest’antico codice rappresentato dal Forojuliensis, conservato al museo di Cividale. Comprovando così come si trattasse dello stesso codice. Infatti – rimarca – nel Codex sono rimasti l’inizio e la fine del Vangelo di Marco: c’è proprio questa cesura, questo iato. Il foglio 98 verso (facciata posteriore del foglio, ndr) è l’incipit del Vangelo di Marco, mentre il foglio successivo 99 è l’explicit (conclusione, ndr). Quindi il Vangelo è mancante di questi sette fascicoli, due dei quali portati a Praga e cinque a Venezia. I due di Praga sono rimasti in perfetto stato di conservazione perché vennero considerati come preziose reliquie, mentre i restanti furono collocati nella Basilica di San Marco, in un clima poco idoneo alla conservazione di un manoscritto, e si deteriorarono nel corso dei secoli».

Quali protocolli conservativi sono stati adottati per spostare ed esporre tre reperti tanto fragili, provenienti da istituzioni o nazioni diverse? «Abbiamo seguito tutti i protocolli richiesti, a partire dalle più serrate e rigorose norme di conservazione: trasporti in casse climatizzate, conservazione nell’ambito di un ambiente con microclima controllato, sostituzione dell’apertura del libro in pagine diverse nel corso dell’esposizione e, soprattutto, il fatto che lo esporremo solo per breve tempo, proprio per preservarlo. Avremmo voluto tenerlo per l’intero periodo di apertura, ma per esigenze conservative non è possibile. Nel rispetto del testo - che non è più considerato una reliquia ma un libro fondamentale che narra la storia delle nostre chiese e in primis dell’intera Europa - proporremo i frammenti di nuovo assieme solo fino al 26 ottobre. Per poi sostituirli con un facsimile; ma ciò non toglie che altri reperti della mostra potranno raccontare del vangelo o della fondazione marciana e apostolica della chiesa di Aquileia, che prima di Venezia poté vantare questa tradizione. La quale ebbe grande eco a partire dal VI secolo, soprattutto dall’età carolingia in poi. Offrendo al visitatore un apparato di notizie e altre opere che raccontano la storia e continueranno a farlo anche dopo il 26 ottobre. Abbiamo una postazione per lo sfoglio virtuale del manoscritto, che può essere apprezzato solo dall’esterno della bacheca. E altri prodotti che racconteranno la storia di questo libro, che non è solo il Vangelo di San Marco, ma anche l’evangeliario di Cividale, libro originario dal quale il Vangelo venne estratto che riporta i nomi dei più importanti governanti dell’epoca dalla metà del IX secolo fino al X secolo, con un ambito di distribuzione in grado di coprire tutta l’Europa: dall’Impero carolingio alla Boemia e al resto dell’Europa orientale. Persone che hanno vergato il proprio nome sull’evangeliario quando i quattro vangeli erano ancora uniti assieme, provenienti anche dalla Bulgaria o da Costantinopoli». Un’esposizione che simboleggia i molteplici sentieri percorsi dall’umanità, in grado di racchiudere il fascino della storia e unire ancora per una volta, dopo sette secoli, quei frammenti che il destino volle per sempre separare.


Nella foto: Frammento del manoscritto del Vangelo di Marco, Archivio del Castello di Praga presso la Cancelleria del Presidente della Repubblica Ceca, Praga © Eye-studio. 

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