la rassegna
L'Amidei premia Marco Tullio Giordana per 'I 100 passi', al regista milanese il Premio all’Opera d’Autore
Proiezione e consegna del riconoscimento nella serata conclusiva di domenica 19 luglio. «Bisogna avere un sentimento di resistenza».
«Bisognerebbe ricordare alla gente che cos’è la bellezza», riflette Peppino Impastato nella versione restaurata de “I cento passi” (2000) proiettata nella serata di ieri al Parco Coronini Cromberg. In contrasto alla marea di cemento disseminata dalla mafia, il regista e sceneggiatore Marco Tullio Giordana manifesta per bocca dell’allora esordiente Luigi Lo Cascio la necessità di educare alla bellezza, aiutando la gente «a riconoscerla, a difenderla». Se il principe Miškin è l’«idiota» agli occhi di una società cinica e materialista, convinto che «la bellezza salverà il mondo», per Peppino l’idiota è Gaetano Badalamenti, ridicolizzato da Radio Aut e nella celebre scena in cui conta quei «cento passi» che lo separano dalla casa di “Tano”. Oltretutto, senza il minimo timore di gridare che «la mafia è una montagna di merda», quella che secondo Falcone e Borsellino si concentra «dove all’apparenza non succede nulla». In una delle città di confine più sensibili ai traffici illeciti qual è Gorizia – con sodalizi che guardano anche all’Est Europa - è stato consegnato il Premio all’Opera d’Autore per la 45esima edizione del “Sergio Amidei” al milanese Giordana. Che nel capoluogo isontino ha incontrato il pubblico nel giorno in cui ricorreva il 34esimo anniversario della strage di via D’Amelio, definita ieri dal capo dello Stato «culmine di un disegno eversivo per minare le istituzioni». «Amidei era un ragazzo – confida a Gian Paolo Polesini durante la masterclass del Kinemax – una sorta di monumento nazionale equestre, se così si può dire. Non credo avrebbe gradito – ironizza - che ricevessi questo premio. Era burbero, curioso, ma senza compiacere i giovani. Gli piaceva metterci alla frusta, il che era tipico di quella generazione di sceneggiatori». Una giovinezza a lavorare per Rodolfo Sonego, «prediletto di Sordi», ma anche al fianco di Tonino Guerra: «Loro non scrivevano una riga. Noi prendevamo nota – ammette - e nonostante tutto si mostravano scontenti. Gli piaceva tenerci a briglia stretta, allora i veri maestri erano severi come l’educazione che si riceveva a casa. Quando prendevo otto mia mamma commentava: “Metà del tuo dovere”».
E nel ringraziare per l’ospitalità: «Mi sono innamorato di Gorizia, da ragazzino cantavo “O Gorizia tu sei maledetta”. M’impressione sempre pensare al suo dolore, al sangue versato. Mi sembra sia una città bellissima, ogni volta che torno mi dico: “Perché non ci trasferiamo qui, invece di vivere nella capitale?”». Presente in sala - dove i posti erano esauriti e molti ascoltavano in piedi - anche Lo Cascio, che per “I cento passi” venne selezionato come protagonista nonostante mancasse della formazione cinematografica. «Allora facevo solo teatro – confessa l’attore - convinto che fosse l’arte per eccellenza». Finché il quattordici agosto del 1999 arrivò la telefonata dello zio Gigi (l’attore Luigi Maria Burruano, ndr), che gli chiese di raggiungerlo a Mondello. «Ero stato appena estromesso da uno spettacolo e il regista mi aveva dato del “cane”, intimandomi di non presentarmi l’indomani». Una storia che spesso racconta ai giovani per incoraggiarli a proseguire gli studi. «Mentre sedevo disperato sul divano, in mutande, arriva una telefonata da mia madre, che mi passa lo zio. Marco Tullio Giordana cercava un protagonista sconosciuto, un debuttante, qualcuno che riportasse il temperamento di Peppino sullo schermo. Chiamo mia sorella, trovo una macchina. Il quattordici agosto c’è l’usanza di lanciare gavettoni d’acqua e accendere falò per strada. Attraverso questa giungla dopo aver lasciato la macchina. Mi metto a correre come un pazzo e vedo loro che stavano per andar via. Ci sediamo, con mio zio che dietro fingeva di parlare con Toni Sperandeo. Dico a Marco: “Guarda, ti ringrazio, ma non so niente di cinema. Non ho mai visto film di Pasolini, né di Antonioni o Herzog”.
Lui risponde: “Che fortuna! Li devi ancora vedere! Come quando ti manca di visitare Parigi o New York”». «Decisi di girare questo film – commenta Giordana - su consiglio di Francesco Rosi. Io ero intimidito, temevo di fare un film convenzionale. Rosi mi consigliò di andare lì prima e mostrarsi senza paura, tanto la gente ha simpatia per il cinema, compresi i mafiosi. Capii di dover scegliere solo attori siciliani, e uno di questi fu Burruano nella parte del padre di Peppino. Però non trovavo il protagonista. Burruano chiamò il nipote, eravamo a Mondello. Lo vidi arrivare da lontano e pensai: “Dio del cinema, fa’ che sia bravo!”. Gli feci un provino: non era bravo, era bravissimo». Ma fu al secondo provino che il regista si convinse e le riprese poterono iniziare ai primi d’autunno. Il corpo «magrolino, scattante, nervoso» come Peppino, che alla radio denunciava Cosa nostra parlando di una dantesca «Mafiosa commedia». Un cinema militante che restituisce a personaggi spesso marginali - vittime di mafia o quanti si ribellano al potere - quella luce che illumina il firmamento e li riscatta dal silenzio. Così accade per Peppino, ma anche per la testimone di giustizia Lea Garofalo o per il regista e scrittore Pier Paolo Pasolini: “fatti sparire” da un Paese in balia di poteri forti, frutto di connivenze fra cosche o apparati deviati. «Quello su Pasolini – riflette - fu il mio primo film corale, come sarebbe accaduto per “La meglio gioventù”. Per me fu la figura della mia formazione, senza il quale non avrei fatto questo mestiere.
Non mi riferisco al cineasta, d’altronde i suoi film sono inimitabili. Era persino sgrammaticato, nel senso che rifiutava la grammatica del cinema. Intendo come intellettuale: aveva sempre un’intelligenza critica verso il mondo e il suo contesto. La sua è stata una lezione importantissima, ma non fu il solo. C’erano figure che avevano consapevolezza del proprio ruolo, scrivevano, dibattevano senza insultarsi per arrivare a un punto comune. E io mi ritengo fortunato a essere stato al fianco di gente così. D’altra parte, non si può provare nostalgia: bisogna avere un sentimento di resistenza, di fiducia che le cose cambino, come diceva Eduardo: “Ha da passà a’ nuttata”». Un «mestiere» che Giordana inizia con pochi mezzi e, soprattutto, senza il “dolly”, debuttando con “Maledetti vi amerò” (1980) che si aggiudicò il Pardo d’oro. «Io che ero innamorato di Welles, Bertolucci e altri – spiega – ero costretto a inquadrature secche, fisse. Mi sentivo frustrato, finché mi resi conto che il film funzionava. Fu preso al festival di Cannes dove trovai un distributore: il film andò benino, recuperò i soldi, fu un piccolo successo che mi permise di fare il mio secondo, “La caduta degli angeli ribelli”, che invece fu un insuccesso totale. Un giorno ti dicono che sei un genio, quello successivo che sei un cretino: non bisogna fidarsi, questa è stata la prima regola che ho imparato». Dalla strage di Piazza Fontana di “Romanzo di una strage” (2012), fino al racconto crudo dell’immigrazione clandestina con “Quando sei nato non puoi più nasconderti” (2005), o al più recente “Lea” (2015), la forza dei protagonisti si moltiplica nel tentativo di ribellione e denuncia per cui si sacrificano. Innalzando l’integrità del proprio credo e la forza dell’essere madre al di sopra del vile denaro o di ogni altro ignobile mafioso.
Una narrazione, quella di Giordana, dove la storia «non costituisce mai un semplice sfondo», ma unisce la memoria all’impegno dell’indagine sociale. «L’impegno – rimarca nella sua retrospettiva Roy Menarini - è il punto di partenza, non quello di arrivo. Ciò che conta davvero è la fiducia nelle possibilità del cinema di restituire complessità al reale senza renderlo opaco, di interrogare il passato senza trasformarlo in monumento, di costruire personaggi che incarnano conflitti collettivi senza perdere la propria irriducibile umanità». Riflessione documentaristica in cui la capacità visionaria si spinge oltre la verità storica, all’insegna di quella magia del cinema che Canudo definisce “la settima arte”. Dove cromatismi e chiaroscuri rendono “più reali” i fatti, indagandone pieghe e silenzi imbarazzanti o accendendo i riflettori sul passato scomodo di un Paese che ancora oggi attraversa luci e ombre. In una nazione democratica che vede contrapporsi il Presidente della Repubblica all’affaire Roggero, ecco un cinema libero all’insegna dell’impegno civile, che rifiuta gli algoritmi degli streaming e la vuota logica di mercato. «Faccio tantissimi provini – precisa - perché ogni attore è diverso dall’altro, e grazie a questo stratagemma ho scoperto qualità negli angoli nascosti dei personaggi. La selezione degli attori è fondamentale, e considero importante anche rinnovare il “parco macchine”.
Non si può andare avanti con gli stessi – ribadisce - anche se qualche volta mi è costato discussioni con i produttori. Lo considero un mio dovere». Una cinematografia che si fa portavoce dell’Italia “dalla schiena dritta”, testimonianza di quel disegno comune su cui ancora si fondano le civiltà. Perché fu dopo il clamore mediatico de “I cento passi” che la Commissione antimafia accertò i depistaggi, messi in atto da pezzi dello Stato per insabbiare l’uccisione di Peppino. Così come la vicenda narrata in “Lea” contribuì a evidenziare le mancanze del programma di protezione e il vuoto legislativo, poi colmato con la legge 6 del 2018. In questo senso, Tullio Giordana tocca le corde interiori del pubblico amplificandone la cassa di risonanza emotiva, al contempo partecipando della verità storica che ogni protagonista porta in nuce, nonostante il découpage. Come nel caso di “Sanguepazzo” (2008), incentrato sull’uccisione di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, con una piccola parte affidata a Lo Cascio. «Mi colpì – riconosce - la loro vicenda. Erano due star del cinema dei telefoni bianchi, che nel disastro della guerra civile del ‘43, quando il cinema si trasferì a Venezia, aderirono alla Repubblica sociale, venendo catturati e fucilati. Una pellicola fatta per rivalutarli? No – ribadisce - ma per dimostrare come alle volte le figure mitologiche degli attori finiscono per rimanergli appiccicate. È un film sul cinema, sugli attori, girato durante la guerra nei Balcani, quando le guerre sembravano remote. Mentre oggi, purtroppo, sono orribilmente vicine».
Foto di Rossana D'Ambrosio.
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