LA CELEBRAZIONE
Ad Aquileia la Messa crismale. Redaelli: «Mi sono trovato bene a Gorizia»
L’amministrazione apostolico riflette sulla transizione della Chiesa goriziana e sul valore dell’appartenenza, «riconoscente di essere stato pastore qui».
La Messa crismale, celebrata nella mattina del Giovedì Santo o in uno dei primi giorni della Settimana Santa, occupa un posto peculiare nella vita liturgica della Chiesa perché rende visibile, in forma sacramentale e comunitaria, la sua stessa identità. Non è semplicemente una celebrazione preparatoria alla Pasqua, ma una sintesi densa di ecclesiologia, sacramentalità e ministero ordinato, in cui il popolo di Dio si raccoglie attorno al vescovo, segno di Cristo capo e pastore, insieme al presbiterio.
È in questo contesto che, nella mattinata di ieri, giovedì 2 aprile, nella basilica patriarcale di Aquileia, l’amministratore apostolico monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli ha presieduto la celebrazione, al centro della quale vi è anche il rinnovo delle promesse sacerdotali e la benedizione degli oli santi – l’olio dei catecumeni, degli infermi e il sacro crisma – destinati ad accompagnare la vita sacramentale dell’intero anno liturgico.
Proprio il significato profondo della celebrazione è stato richiamato nell’omelia, a partire dal Vangelo proclamato, quello in cui Gesù inaugura il suo ministero pubblico. «Potremmo definirlo il suo manifesto, il suo programma, il suo progetto», ha osservato Redaelli, sintetizzandone il contenuto in una parola: missione. Una missione che nasce dallo Spirito, che ha in Cristo l’inviato e che si rivolge ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi, annunciando liberazione e grazia.
Il legame con la Messa crismale è diretto: l’unzione, richiamata dal testo evangelico, si traduce nel rito della consacrazione degli oli, ma soprattutto nella partecipazione alla stessa missione di Cristo affidata ai presbiteri. «In questa celebrazione – ha sottolineato – è loro affidata la stessa missione di Gesù», una responsabilità che riguarda ogni battezzato, ma che interpella in modo particolare chi è chiamato a viverla come vocazione totale.
Da qui la riflessione su un elemento che attraversa l’intera omelia: il tempo di transizione che la Chiesa sta vivendo. Una condizione che riguarda anche la realtà goriziana, nel passaggio tra un arcivescovo e il suo successore. «Un tempo che ha una sua grazia, che il Signore ci dona e che non dobbiamo trascurare», ha evidenziato, invitando a non considerarlo un periodo vuoto ma un’occasione da vivere in modo consapevole.
Tra gli aspetti su cui soffermarsi, Redaelli ha indicato anzitutto quello dell’appartenenza alla Chiesa particolare. «L’incardinazione non è un fatto burocratico», ha spiegato, ma esprime un legame concreto con il vescovo, il presbiterio e la comunità diocesana. Una Chiesa che, nel caso di Gorizia, porta con sé una storia e caratteristiche peculiari, legate anche alla pluralità di lingue e culture che la contraddistinguono.
Un’appartenenza che si traduce anche nella vita del presbiterio, chiamato a rafforzare la comunione, la stima reciproca e la cura della propria vita spirituale. In questo senso, il rapporto con il Signore resta «il cuore della missione», insieme alla necessità di superare atteggiamenti di chiusura o di reciproca colpevolizzazione.
Nel suo intervento non è mancato anche un accenno personale. «Da parte mia sono molto riconoscente al Signore di essere stato vescovo di questa Chiesa», ha affermato, aggiungendo esplicitamente: «Mi sono trovato bene a Gorizia». Un ringraziamento esteso a tutto il popolo di Dio, dai presbiteri ai laici, per il cammino condiviso tra gioie e fatiche.
Un secondo elemento evidenziato è stato quello dell’incarnazione, intesa non solo come mistero di Cristo, ma come dimensione concreta della vita ecclesiale. Ogni persona, anche chi è chiamato a guidare la diocesi, porta con sé la propria storia, sensibilità e limiti: una realtà da accogliere reciprocamente, nella consapevolezza che proprio attraverso l’umanità passa l’azione di Dio.
Lo sguardo si è poi allargato alla Chiesa nel suo insieme, segnata da cambiamenti profondi, soprattutto nel contesto occidentale. Redaelli ha richiamato le difficoltà nel definire priorità pastorali, la diminuzione dei fedeli e la fatica delle comunità, evocando anche una riflessione di Joseph Ratzinger sulla possibilità di una Chiesa più piccola ma più essenziale. Una prospettiva che apre interrogativi, ma che non cancella la fiducia: «Se il Signore ci ha chiamati a vivere oggi, vuol dire che ci darà anche la grazia per testimoniare e annunciare il Vangelo qui e ora».
Infine, il riferimento al contesto globale, segnato da conflitti e tensioni crescenti, ha richiamato l’urgenza di riscoprire e trasmettere i valori evangelici della pace, della riconciliazione e dell’accoglienza. Un compito che interpella non solo i ministri ordinati, ma l’intera comunità cristiana, chiamata a un impegno educativo e testimoniale, soprattutto verso le nuove generazioni.
Applaudito il saluto finale del vicario generale, monsignor Paolo Zuttion: «Il mio augurio – così Zuttion – per le i e per tutti noi è che si compia questo miracolo che è a fondamento della nostra fede, per liberare i nostri cuori da abitudini, condizionamenti e modi di pensare che spesso ci chiudono nel sepolcro dove la stanchezza pastorale è spesso più forte della speranza».
Rimani sempre aggiornato sulle ultime notizie dal Territorio, iscriviti al nostro canale Telegram, seguici su Facebook o su Instagram! Per segnalazioni (anche Whatsapp e Telegram) la redazione de Il Goriziano è contattabile al +39 328 663 0311.
_69cf713998677.jpeg)



Occhiello
Notizia 1 sezione
Occhiello
Notizia 2 sezione









