IL CONFRONTO
ÈStoria, Maddaluno e Abenante raccontano l'Asia centrale come crocevia di religioni e culture
Nell'incontro alla Sala Dora Bassi, a cura dell'Associazione degli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche, l'analisi del mosaico religioso ed etnico lungo la Via della Seta.
L'Asia centrale come ponte millenario tra Oriente e Occidente, terra di carovane, di religioni in movimento e oggi di nuovi equilibri geopolitici. È stato questo il filo conduttore dell'incontro "Asia centrale: religioni in movimento", ospitato giovedì 28 maggio nella Sala Dora Bassi nell'ambito del festival èStoria 2026, dedicato quest'anno al tema delle religioni. A confrontarsi sul palco sono stati Amedeo Maddaluno e Diego Abenante, in un appuntamento curato dall'Associazione degli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche.
Maddaluno ha aperto i lavori invitando il pubblico a ribaltare la prospettiva con cui solitamente si guarda all'area. «Considerata oggi una periferia, l'Asia centrale è stata per millenni una regione cruciale per la civiltà mondiale», ha osservato, ricordando come da quelle terre siano passati Alessandro Magno, i Mongoli e, in tempi più recenti, l'Impero sovietico. Un territorio che sembra «concepito per essere attraversato» e che lungo la Via della Seta ha visto incrociarsi imperi, popoli e fedi. È qui che l'Islam ha incontrato le tradizioni locali e che i turchi si sono islamizzati, in un mosaico etnico complesso ma religiosamente più omogeneo, dove la fede si è diffusa anche attraverso il commercio, contaminandosi con elementi animistici. Nell'area si sono mossi inoltre il Buddhismo e, in passato, il manicheismo, sopravvissuto a lungo come ispirazione per alcune sette cinesi.
La regione, ha spiegato Maddaluno, è diventata periferia del mondo soltanto con la scoperta dell'America e il progressivo declino dei commerci asiatici. Oggi è tornata strategica per le sue risorse – gas, petrolio e, nel caso del Kazakhstan, uranio – e rappresenta un'area in cui anche l'Italia intrattiene rapporti commerciali rilevanti. Dopo il crollo del socialismo reale, ha aggiunto, in molti di questi Paesi sono rimasti al potere vecchi dirigenti che traggono legittimazione dal nazionalismo del gruppo etnico maggioritario.
Diego Abenante ha poi spostato l'attenzione sull'area di frontiera tra Afghanistan e Pakistan, definita un crocevia tra il continente e il subcontinente indiano e, nell'età dell'imperialismo, una sorta di Stato cuscinetto tra le grandi potenze. Il caso afghano, ha sottolineato, è peculiare per il rapporto tra Stato e società: a una tradizione di Stato debole si contrappone una società forte, in particolare nel mondo tribale. I tentativi dello Stato di imporsi – dall'imitazione del modello coloniale britannico nell'Ottocento fino all'esperienza comunista – sono falliti, e l'ascesa dei talebani può essere letta anche come l'esito di questo braccio di ferro, vinto dalla società tribale.
In questo quadro, ha proseguito Abenante, l'Islam ha riempito i vuoti lasciati dallo Stato, offrendo giustizia, riferimenti morali e una vera e propria rete sociale, spesso più efficace di istituzioni percepite come lontane. Da qui la difficoltà di applicare a queste aree il paradigma occidentale della secolarizzazione e della separazione tra politica e religione. «Il nostro paradigma della secolarizzazione come elemento strutturale della modernizzazione non è applicabile ovunque», ha osservato il docente, ricordando come, paradossalmente, movimenti come quello talebano si rivelino oggi estremamente moderni nell'uso degli strumenti di propaganda.
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