ÈStoria alza il sipario al Verdi nel segno delle Religioni: Cecilia Sala e Farian Sabahi aprono con l'Iran

ÈStoria alza il sipario al Verdi nel segno delle Religioni: Cecilia Sala e Farian Sabahi aprono con l'Iran

L'APERTURA

ÈStoria alza il sipario al Verdi nel segno delle Religioni: Cecilia Sala e Farian Sabahi aprono con l'Iran

Di Mattia Zucco • Pubblicato il 28 Mag 2026
Copertina per ÈStoria alza il sipario al Verdi nel segno delle Religioni: Cecilia Sala e Farian Sabahi aprono con l'Iran

Inaugurata la XXII edizione del festival internazionale della Storia, in programma fino al 31 maggio. La giornalista de ‘Il Foglio’ e la storica italo-iraniana hanno analizzato la situazione attuale della Repubblica islamica, fra repressione interna e nuovi equilibri con Washington.

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Sipario alzato per la ventiduesima edizione di èStoria. Il Festival internazionale della Storia, che fino al 31 maggio porterà in città circa trecento appuntamenti sul tema delle "Religioni", è stato inaugurato questo pomeriggio al Teatro Comunale "Giuseppe Verdi", davanti a una platea gremita. A tenere a battesimo l'edizione, subito dopo i saluti istituzionali, l'incontro "L'Iran islamico" con la giornalista e scrittrice Cecilia Sala e la storica italo-iraniana Farian Sabahi, moderato da Antonio Di Bartolomeo.

Ad aprire la serata è stato il sindaco Rodolfo Ziberna, che ha definito il festival «una delle punte di diamante delle iniziative della nostra città», ringraziando il direttore artistico Adriano Ossola «per l'impegno profuso» e sottolineando l'attualità del tema scelto, «che si può declinare in tantissimi modi». Un pensiero anche ai volontari e alle forze dell'ordine, «senza i quali un evento di questa portata non sarebbe possibile».

Per la Regione è intervenuto il consigliere Diego Bernardis: «ventidue anni significano un fiore all'occhiello non solo di Gorizia ma di tutto il Friuli Venezia Giulia. La Regione continuerà a sostenere l'associazione anche in futuro». Bernardis ha legato il tema della rassegna alla cronaca: «le religioni sono anche un motivo per cui oggi si combattono guerre in giro per il mondo».

Sul rapporto di lungo corso con il festival ha insistito Roberta Demartin, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia: «la nostra partnership con èStoria è fatta di tempo e di fiducia. Tempo, perché la Fondazione coltiva negli anni; fiducia, perché serve una visione comune: una storia che non sia per pochi, ma per tutti. È uno sforzo che da ventidue anni alimenta la cultura delle nostre comunità, specie in un periodo storico in cui non è semplice farlo».

A nome dell'amministrazione è intervenuto anche l'assessore alla Cultura Fabrizio Oreti: «grazie ad Adriano Ossola siamo Capitale della Storia. Mi piace evidenziare che questa è la prima edizione dopo Go!2025, con trecento appuntamenti di qualità e non solo di quantità. Durante la manifestazione Gorizia diventa più bella».

A chiudere i saluti il direttore artistico Adriano Ossola, che ha riassunto lo spirito della manifestazione: «credere nel progetto di dare a Gorizia una vocazione culturale specifica e nitida va avanti da ventidue anni. Quell'idea è rimasta viva, e i complimenti che ricevo li giro ai collaboratori che ogni anno rendono possibile tutto questo». Una nota anche sui conti: «quest'anno la manifestazione ha goduto di una platea più ampia di sponsor privati: per una volta voglio davvero ringraziarli».

Poi le luci si sono abbassate sull'incontro principale. Cecilia Sala ha offerto una lettura della fase geopolitica attuale che attraversa l'Iran: «i pasdaran non sono in grado di proteggere il proprio spazio aereo, è vero. Ma se una guerra si misura non sulle bombe cadute, bensì sui nuovi equilibri, allora il blocco dello Stretto di Hormuz è stata una mossa strategicamente vincente». E ha rovesciato la narrazione trumpiana: «la guerra che Trump dice essere andata benissimo, in realtà ha visto le richieste americane scendere parecchio: non si parla più di limitare il programma missilistico. Se vuole uscirne, dovrà fare più concessioni di prima».

Alla domanda di Di Bartolomeo su chi guidi davvero Teheran ha risposto Farian Sabahi: «non abbiamo certezze sui comandi. Sicuramente c'è un'oligarchia di pasdaran che si è riciclata in politica». La storica ha citato anche la notizia battuta un'ora prima dell'incontro su un possibile accordo tra Iran e Stati Uniti, «al quale però mancherebbe il via libera di Khamenei». Sul peso religioso della guida suprema, Sabahi ha ricordato che suo padre era «soprannominato l'Alì del suo tempo», con un richiamo al primo imam sciita, cugino e genero di Maometto e marito di Fatima. «Il fatto che il presidente non si mostri è strategico, ed è una cosa che qui in Occidente continuiamo a non cogliere. La leadership iraniana ha comunque uno zoccolo duro di elettori: quasi tredici milioni di persone sostengono il regime, e oggi sono gli ultraconservatori a controllare le piazze».

Il passaggio più duro è arrivato da Sala, sulla repressione delle proteste tra fine 2025 e inizio 2026: «il regime iraniano teme più ciò che accade dentro i propri confini che i nemici esterni. Tra l'8 e il 10 gennaio ci sono state circa 7mila vittime, quelle di cui conosciamo i nomi, figli di famiglie che hanno scelto di parlare. Sento dire in tv che gli iraniani non sono scesi in piazza dopo l'inizio della guerra: ma il monopolio della violenza è del regime, e sarebbe stata una tragedia se dei ragazzini avessero provato a manifestare».

Le ha fatto eco Sabahi: «non siamo scesi in piazza perché avevamo letteralmente paura di morire. Le piazze erano già occupate dai pro-regime. La grande assente, in questa guerra, è stata l'Unione Europea».

Sul fronte dell'opposizione interna ed esterna, Sala ha aggiunto un'osservazione sui monarchici: «chi guarda a quella dinastia all'interno del Paese non la vede come "individuata da Dio", ma semplicemente come un sistema diverso da quello attuale». E ha raccontato la domanda che, dopo i bombardamenti di gennaio, molti iraniani si stanno facendo, e che «nessuno vorrebbe doversi fare»: «è più pericoloso un regime capace di uccidere settemila dei nostri in pochi giorni, o subire una campagna di bombardamenti stranieri che farebbe comunque molte vittime civili?». Una domanda sospesa, che ha lasciato il pubblico del Verdi in silenzio.

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