Ronchi ricorda i militari italiani dopo il '43: quel 'no' pronunciato senza armi

Ronchi ricorda i militari italiani dopo il '43: quel 'no' pronunciato senza armi

MEMORIA E STORIA

Ronchi ricorda i militari italiani dopo il '43: quel 'no' pronunciato senza armi

Di Ivan Bianchi • Pubblicato il 21 Set 2026
Copertina per Ronchi ricorda i militari italiani dopo il '43: quel 'no' pronunciato senza armi

Alla cerimonia promossa da Aned e Comune il sacrificio dei militari italiani che dopo l’8 settembre rifiutarono di combattere con i tedeschi. Nel ricordo anche Corrado Miniussi e gli altri internati ronchesi.

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Un «no» senza armi, senza clamore e senza sapere quale sarebbe stato il prezzo da pagare. È questo il filo che ha unito ieri a Ronchi dei Legionari la cerimonia dedicata agli Internati Militari Italiani, gli uomini che dopo l’8 settembre 1943 vennero catturati, deportati e rinchiusi nei campi tedeschi.

La commemorazione, promossa dall’Aned insieme all’amministrazione comunale e con la collaborazione dell’Anpi, ha riportato al centro una pagina della storia italiana che a Ronchi ha anche un volto locale. Il sindaco Mauro Benvenuto, nel suo intervento, ha ricordato come a molti militari fosse stata offerta la possibilità di tornare liberi a condizione di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e combattere al fianco dei tedeschi. La grande maggioranza scelse di rifiutare.

Una scelta che, come ha sottolineato il primo cittadino, significò per molti fame, freddo, lavoro forzato, violenze, lontananza dalle famiglie e, in numerosi casi, la morte. Una «resistenza senza armi», nella definizione che accompagna la memoria degli IMI e che Benvenuto ha collegato al valore della coscienza individuale: la libertà, ha ricordato, non appartiene soltanto a chi combatte sul campo di battaglia, ma anche a chi, nelle condizioni più difficili, trova la forza di non rinunciare alle proprie convinzioni.

La cerimonia si è aperta con l’ingresso del gonfalone della città, decorato con medaglia d’argento al valor militare, e con la deposizione di una corona d’alloro al monumento dedicato alla deportazione. A deporla è stato Alessandro Miniussi, nipote di Corrado Miniussi, autiere e medaglia di bronzo al valor militare, fucilato a Bolzano il 9 settembre 1943.

A scandire i nomi degli IMI ronchesi è stato Libero Tardivo, presidente dell’Aned. Angelo Fachin, Aurelio Lenardon, Pio Manià, Bruno Novati, Mario Padovan, Ettore Schiavo, Silvano Susigan, Giuseppe Tomasin, Cesare Visintin, Ottorino Ulian, Agostino Zanette e Felice Boscarol. Nel ricordo anche il generale Bruno Malaguti, comandante della divisione Torino.

Quest’anno, in particolare, la cerimonia ha riportato al centro la figura di Corrado Miniussi. «Nel suo nome ricordiamo tutti gli uomini che vissero quella terribile esperienza e tutte le famiglie che per anni ne portarono il peso e il silenzio», ha detto Benvenuto, sottolineando come proprio la pronuncia dei nomi rappresenti oggi il modo più semplice per interrompere quel silenzio e dire che quelle persone non sono state dimenticate.

Ma la storia degli IMI, ha ricordato il sindaco, non è qualcosa di estraneo alla comunità ronchese. La città visse infatti i giorni drammatici dell’8 settembre e quelli immediatamente successivi, quando vi passarono numerosi militari allo sbando. In molti casi trovarono persone disposte a offrire aiuto, solidarietà e protezione. Una memoria che, secondo Benvenuto, fa parte dell’identità della città e che deve essere custodita anche per comprendere il presente.

Il tema della memoria è stato quindi riportato al presente. I testimoni diretti di quella tragedia sono sempre meno e, proprio per questo, secondo il sindaco, il ricordo non può più vivere soltanto nei loro racconti: deve continuare nelle parole, nelle scuole, nelle piazze, nelle istituzioni e nei gesti quotidiani di una comunità.

A concludere gli interventi è stato Gianpaolo De Piante, in rappresentanza del gruppo cittadino dell’Ana. Nel suo discorso ha ricordato la disastrosa campagna italiana per la conquista della Grecia e la drammatica esperienza della campagna di Russia, soffermandosi in particolare sulla vicenda di Angelo Formentin, classe 1921, alpino del 9° reggimento. L’8 settembre 1943 Formentin si trovava in Albania. Anche lui rifiutò di combattere al fianco dei tedeschi e venne imprigionato in Polonia. A differenza di tanti altri riuscì a fare ritorno a casa.

Alla cerimonia erano presenti, accanto al sindaco Benvenuto e al viceprefetto Giuseppe Donadio, il consigliere comunale di Monfalcone Gilda Aloisio, il comandante della Stazione dei Carabinieri, maresciallo capo Niccolò Grieco, la comandante della Polizia locale Paola Trinco, il comandante della Guardia Costiera Luca Provenzano e i rappresentanti della Protezione civile.

Proprio Donadio, nel suo intervento, ha richiamato il significato della scelta compiuta dagli IMI e il valore del ricordo in una fase storica nella quale, ha osservato, continuano a esistere ideologie che si richiamano alle dittature del passato. Il rifiuto di quei militari italiani di schierarsi dopo l’8 settembre, ha sottolineato, rappresentò uno degli elementi che contribuirono alla nascita della Costituzione. Il ricordo degli IMI si è così chiuso tornando al punto da cui era partito: quei nomi pronunciati uno dopo l’altro e quel «no» che, per chi lo pronunciò, non fu una parola astratta. Fu una scelta pagata sulla propria pelle e che oggi, a Ronchi, continua a essere consegnata alla memoria della comunità. 

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