IL VERDETTO
Regeni, tre 007 egiziani condannati a 10 anni. Assolto il quarto imputato
La Corte d’Assise di Roma ha riconosciuto il sequestro di Giulio, ma ha fatto cadere l’accusa di omicidio. La famiglia, «oggi abbiamo avuto anche giustizia».
Dieci anni di reclusione per tre dei quattro imputati, l’assoluzione del quarto e, soprattutto, la caduta dell’accusa di omicidio. È arrivata ieri, 28 settembre, la sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Roma sul caso di Giulio Regeni, il ricercatore friulano sequestrato al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita nove giorni dopo. I giudici hanno condannato a 10 anni il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, riconoscendoli responsabili del sequestro di persona pluriaggravato. È stato invece assolto il generale Tariq Sabir. Per tutti gli imputati il processo si è svolto in assenza, dal momento che i quattro non si sono mai presentati davanti ai giudici italiani e risultano irreperibili.
La decisione si discosta dalle richieste formulate lo scorso giugno dalla Procura di Roma. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco aveva chiesto l’ergastolo per Sharif, ritenuto dall’accusa l’uomo che avrebbe materialmente partecipato all’uccisione di Regeni, e 17 anni e 6 mesi per Sabir, Helmi e Ibrahim. La Corte ha invece riconosciuto il sequestro, facendo cadere le contestazioni relative all’omicidio e alle lesioni aggravate mosse nei confronti di Sharif. «Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale». Sono le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella richiamate dall’avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, nel commentare la sentenza.
Per Ballerini, quelle parole «oggi hanno trovato concretezza in una sentenza emessa nel nome del popolo italiano», che rappresenterebbe «un presidio per tutti i Giuli e le Giulie del mondo». La legale sottolinea quindi che, al di là delle singole condanne, «è evidente che l’impianto probatorio sostenuto dalla Procura ha superato il vaglio della Corte». Un giudizio che, precisa la stessa Ballerini, dovrà essere necessariamente accompagnato dalla lettura delle motivazioni della sentenza. «Oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta», afferma, sostenendo che la decisione possa rappresentare un argine all’impunità e all’arbitrio.
Nel suo intervento, la legale torna anche sui rapporti tra Italia ed Egitto, chiedendo al governo di prendere atto della decisione dei giudici, di reclamare il risarcimento del danno già richiesto dall’Avvocatura dello Stato e di interrompere i rapporti con l’Egitto. Si tratta, in questo caso, di valutazioni e richieste della parte civile che non costituiscono parte del dispositivo della sentenza. La decisione ha infatti previsto anche provvisionali immediatamente esecutive a carico dei condannati: 200mila euro ciascuno per il padre Claudio Regeni e la madre Paola Deffendi, 100mila euro per la sorella Irene Regeni e 150mila euro per la Presidenza del Consiglio dei ministri. Soddisfazione è stata espressa anche dalla famiglia Regeni insieme ai propri difensori. «Esprimiamo soddisfazione per questa sentenza che, condannando tre dei quattro imputati, ha riconosciuto non solo le loro responsabilità individuali, secondo i rigorosi criteri previsti dal nostro ordinamento», si legge nella dichiarazione diffusa dopo il verdetto.
La famiglia interpreta inoltre la decisione come un riconoscimento della responsabilità degli apparati egiziani per quanto accaduto a Giulio. Anche in questo caso si tratta della lettura espressa dai familiari e dai loro legali: sul piano strettamente giudiziario, la sentenza ha pronunciato tre condanne individuali per il sequestro e un’assoluzione, mentre ha fatto cadere l’accusa di omicidio. Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha comunque osservato, dopo la lettura del dispositivo, che «la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto», sottolineando il risultato ottenuto nonostante la mancata collaborazione delle autorità egiziane. «Abbiamo sempre chiesto verità, per Giulio e tutti i Giuli del mondo, oggi abbiamo anche avuto giustizia, ed un risultato straordinario!», hanno aggiunto i familiari. E nella frase che ha accompagnato la loro dichiarazione è tornato lo slogan che ha attraversato dieci anni di battaglia giudiziaria: «Giulio anche stasera ha fatto cose!». Accanto a loro, oltre alla scorta mediatica, anche l’amministrazione comunale di Fiumicello Villa Vicentina che si è recata a Roma (in foto).
Il verdetto arriva a oltre dieci anni dalla scomparsa del ricercatore. Il corpo di Regeni fu ritrovato il 3 febbraio 2016 alla periferia del Cairo, con evidenti segni di violenza. La vicenda ha segnato profondamente i rapporti tra Italia ed Egitto e ha dato origine a un lungo percorso giudiziario, ostacolato anche dall’assenza di collaborazione delle autorità egiziane. La Procura italiana ha sostenuto nel corso del processo il coinvolgimento di apparati della sicurezza egiziana nel sequestro e nelle violenze subite dal ricercatore, mentre le autorità del Cairo hanno sempre respinto le accuse di responsabilità dello Stato egiziano. Quella di ieri è comunque una sentenza di primo grado. Per conoscere nel dettaglio il percorso logico seguito dalla Corte sarà necessario attendere il deposito delle motivazioni.
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