Il racconto degli sfollati  dell’Orcolat: così furono ospitati a Grado nel 1976

Il racconto degli sfollati dell’Orcolat: così furono ospitati a Grado nel 1976

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Il racconto degli sfollati dell’Orcolat: così furono ospitati a Grado nel 1976

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 01 Set 2026
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Lo spettacolo ‘Voci dal terremoto’ debutta stasera, 1 settembre, all’Isola del Sole in Villa Teresa.

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Cinquantanove lunghissimi secondi. Era una calda sera di primavera, quasi una promessa d’estate. Il profumo delle rose si spandeva fra Alto Friuli, valle del Tagliamento e pedemontana, in un lungo e interminabile bacio. Alle 21 in punto di quel sei maggio il diciannovenne Mario Garlatti stava riversando dal giradischi alla musicassetta “Shine On You Crazy Diamond”. Fu allora che in un boato l’Orcolat – come viene chiamato il sisma del ’76 - si mostrò in tutta la sua ferocia. Distorse il suono dei Pink Floyd, mescolato alle voci di chi negli attimi concitati correva fuori casa. Seminò terrore e caos, con una forza distruttiva di magnitudo 6.5 della scala Richter. Il Friuli fu costretto a contare 989 morti, migliaia di feriti e oltre 80mila sfollati. Ad accoglierli dopo le successive scosse di settembre fu anche l’Isola del Sole, dove vennero censite 6513 presenze, provenienti per lo più da Tarcento, Tolmezzo, Resia e altri comuni. Nel cinquantenario della catastrofe che segnò per sempre le nostre terre, questa sera alle 21 andrà in scena a Grado lo spettacolo “Voci dal terremoto 1976 - 2026”, a cura dell’Associazione Grado Teatro e del Comune.

Una pièce a ingresso libero con Ester Pavlic all’arpa e Piero Politti al violoncello, interpretata da Carlotta Del Bianco, Lucia Macor, Alessandro Montanelli, Isabella Polo, Tullio Svettini e Annamaria Tognon. Che alle 21 riporteranno al presente le memorie della tragedia, nel fascino della storica Villa Teresa. A ripercorrere con noi i giorni dell’accoglienza sull’Isola d’Oro è Giovanni Rodolfo Vio - detto “Rudy” - l’allora trentenne sindaco che resse le redini di Grado dal 1975 al 1977. «Le scosse di settembre le percepimmo anche qui – ricorda – e quella del quindici fu molto violenta, valutata al IX grado della scala Mercalli. Eravamo preoccupati, perché l’inverno si stava avvicinando. Tre ore e mezza dopo, alle quindici di quello stesso giorno, presiedetti una riunione per un tempestivo accertamento della disponibilità ricettiva e per sollecitare l’offerta di appartamenti liberi. Iniziava così per la nostra città quell’avventura densa di incognite e preoccupazioni, e al contempo di grande solidarietà umana e civile, che definimmo con termine guerresco “piano di arretramento”, con l’obiettivo di mettere a disposizione ogni mezzo per forte senso civico». Un modello di gestione dell’emergenza “made in Friuli” coadiuvato da volontari, radiotelegrafisti, forze dell’ordine e numerose altre figure, che rappresentò un vero e proprio laboratorio a cielo aperto e trasformò l’isola in uno straordinario polo logistico.

«Pur attraverso comprensibili difficoltà – si rammarica - tutto funzionò per il meglio e Grado riuscì a offrire quella quiete e normalità di cui gli amici friulani avevano bisogno. Prezioso e generoso fu l’apporto di amministratori e personale del comune, ma anche militari dell’esercito, vigili urbani, vigili del fuoco, agenti di pronto soccorso, carabinieri, assistenti sociali, Croce Rossa Italiana e volontari che offrirono il proprio prezioso contributo e censirono la popolazione sfollata». A coordinare le attività fu l’allora commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, contribuendo a gettare le basi della moderna Protezione Civile. Anche se fu solo dopo il disastro del terremoto in Irpinia del 1980 che si evidenziò la necessità di una struttura permanente. «L’hotel Fonzari – spiega - divenne sede del Dipartimento di assistenza organizzato da Zamberletti. Nella hall dell’albergo istituimmo un piano operativo di emergenza, che di fatto rappresentò il primo primitivo nucleo della Protezione civile. In pratica, requisimmo quello spazio per accogliere la commissione, la quale prendeva le decisioni via via che se ne presentava necessità. Per l’Italia era tutta una novità, non avevamo punti di riferimento precedenti». Se fino ad allora era il governo a stabilire le operazioni di intervento, la commissione consentì di snellire le procedure, emanando in tempi brevi ordinanze di requisizione di alberghi o appartamenti atti a ospitare i terremotati.

«Nel giro di circa un mese – riflette - la nostra città aveva quasi raddoppiato i suoi abitanti. Le comunità friulane furono 64, con 1854 nuclei familiari che si fermarono almeno fino alla primavera successiva». Molti dei terremotati erano pendolari che partivano all’alba per far rientro la sera, così fu necessario allestire anche mense per i bambini sfollati, che ritrovarono i propri maestri trasferiti a Grado e fruirono della continuità scolastica. «La scuola – rammenta - poté iniziare regolarmente il 5 ottobre: allora si cominciava in quel mese. I bambini vennero smistati fra l’Isola della Schiusa, Città Giardino e Pineta». Fu in quell’occasione che “Rudy” conobbe quello che sarebbe diventato il suo testimone di nozze. Perché se il terremoto devastò il Friuli, portò anche a rimboccarsi le maniche e stringere rapporti di amicizia, incrociando destini e in qualche modo riscrivendo un lieto fine. «Prima del terremoto – interviene Werther, figlio dell’ex sindaco – il futuro testimone di mio padre insegnava a Gemona, non si conoscevano. Poi, come gli altri sfollati venne trasferito qui con la famiglia, lui che era originario della Sicilia: un bel giro!». Il Natale era ormai alle porte: unitamente alle lezioni pomeridiane fervevano le attività di intrattenimento, e non mancavano maestri che tornavano alle aree terremotate per ridiscendere con abeti da addobbare, portando allegria nelle aule.

«La presenza dei rifugiati – ammette lo stesso Svettini - animò la cittadina fino alla primavera del 1977, e furono svariate le iniziative organizzate per i terremotati, come spettacoli, incontri e manifestazioni. A Città Giardino vennero allestiti i locali per le scuole e i doppi turni d'insegnamento. Si pensò anche a stipulare una convenzione con l'albergo "Ai Pini", atta a garantire le mense scolastiche». Dalle tende improvvisate al calore delle mura domestiche di appartamenti vuoti per l’estate ormai conclusa. In veste di impiegato all’Ufficio tributi, fu proprio Svettini a fornire al Centro Operativo i nominativi dei proprietari degli appartamenti sfitti: «Le seconde case vennero requisite per alloggiare chi non aveva dove andare. Il sindaco Vio si prodigò insieme al segretario comunale Aldo Venier per garantire la migliore accoglienza possibile, in un’esperienza di alto valore umano». Fra gesti di solidarietà e nuove amicizie non mancò chi addirittura ebbe la fortuna di nascere nel vecchio Ospedale Civile, poi chiuso nel 1985: «Furono oltre 6mila i terremotati ospitati a Grado – prosegue - e qualcuno pure vi nacque, per la presenza della maternità nell’ospedale». Storie che s’intersecano ad altre storie, per riportare alla memoria quell’esperienza di fratellanza e altruismo che segnò la comunità lagunare come gli sfollati, in un indimenticabile abbraccio corale. 

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