AL POLO UNIVERSITARIO
Quando la religione serve a motivare la guerra: a èStoria l'appuntamento proposto dall'Associazione culturale Isonzo
Bruno Pascoli e Andrea Spanghero hanno analizzato il mutare del sentimento religioso negli eserciti della Prima Guerra Mondiale ricordando il ruolo dei cappellani come guide ma anche 'motivatori' dello spirito patrio.
Sentimento che ogni soldato porta con sé nella propria mente: questa è stata la religiosità dei soldati nella Grande Guerra, periodo nel quale la religione è stata invece nutrita nei loro cuori sposandola spesso al culto della patria e dell’imperatore. Bruno Pascoli e Andrea Spanghero, rispettivamente presidente onorario e presidente in carica dell’Associazione culturale Isonzo – Gruppo di Ricerca Storica Odv di Gorizia, hanno cercato di distinguere i due aspetti in uno degli appuntamenti che a aperto l’ultima giornata di èStoria.
Nell’ Aula Magna Università degli Studi di Udine, “La religione nelle trincee della Prima Guerra Mondiale 1914 – 1918” ha delineato le differenze fra i campi di combattimento ma anche le diversità di sentimenti nel momento in cui dalla sfera della preghiera privata di passava a quella collettiva, individuando anche tangenze e differenze rispetto ai diversi culti praticati nel multietnico esercito austro-ungarico.
Dopo l’iniziale slancio iniziale, già a metà del 1915 i soldati di tutti gli eserciti si resero conto come la preoccupazione più importante fosse sopravvivere e, in questa speranza, si rifugiavano nel pensiero di un protettore cui rivolgere invocazioni attraverso preghiere e oggetti affinchè potesse intervenire a proprio favore.
Rosari, medagliette della prima Comunione portate nei taschini, ciondoli raffiguranti la Madonna con Gesù Bambino rinvenuti sui campi di battaglia testimoniano di questo atteggiamento che rasenta la superstizione. Spesso la religione sposava gli oggetti bellici: è il caso del simulacro di una bomba che, aprendosi, nasconde al suo interno una Madonnina.
Diverso l’approccio della religiosità collettiva, con i cappellani militari diventati confidenti dei soldati ma “usati” anche dai generali per infondere lo spirito bellico e patrio nei sottoposti. Dopo la rottura delle relazioni diplomatiche con il regno d’Italia seguente la presa di Roma da parte del Regio esercito, nel 1915 Cadorna decise di ripristinare la figura dei cappellani militari e, il 1° giugno, venne nominato dal Papa il vescovo da campo.
Se in un primo momento i cappellani entravano in guerra con abito talare e cappello da prete, in seguito ci fu una loro militarizzazione che andò di pari passo con l’adozione, come segno distintivo, delle stellette a otto punte. Circa 20mila furono gli ecclesiastici reclutati, molti impegnati nelle sezioni di sanità ma non furono gli unici religiosi presenti nell’esercito che poteva contare anche sulla presenza di rabbini, identificati dalla stella di Davide sul petto, e cappellani valdesi.
Più articolato il panorama dell’esercito austro-ungarico che, per soddisfare le esigenze di tutti, venne inquadrato in distretti affidando a ognuno di essi un cappellano. Accanto a loro, figuravano 130 rabbini militari che curavano i circa 300 mila soldati ebrei, ma non mancavano guide spirituali per gli ortodossi (35mila fra serbi, rumeni e ruteni) e per i musulmani di nazionalità bosniaca.
Il ruolo morale e psicologico dei cappellani, chiamati a legittimare la guerra, si esplicava anche nelle messe officiate al campo, all’interno di baracche, rifugi o piccole fortezze rese più appropriate al servizio dagli altari da campo, resi disponibili da pubbliche sottoscrizioni. Non mancò, spesso su iniziative dei singoli reggimenti, la costruzione di cappelle come la Chiesetta di Santo Spirito di Javorca, vicino Tolmino, costruita dal genio austro ungarico nel 1916 e destinata a tutti i culti.
Con il tempo e l’allontanarsi della speranza di una rapida conclusione del confitto, mutò lo spirito dei soldati anche nei confronti delle festività. L’approccio al Natale e alla Pasqua si lascia piano piano avvicinare dalla mestizia mescolandosi al timore delle alte sfere che queste occasioni dessero ulteriore motivo per alimentare la nostalgia di casa andando a incidere sul morale delle truppe.
Un morale che la satira cercava di tenere macabramente sollevato ricorrendo per esempio, sul fronte austriaco, a immagini satiriche in cui un fante esce dall’uovo di Pasqua mettendo rapidamente in fuga un bersagliere. La disillusione degli italiani si misura, al tempo stesso, nelle cartoline in cui gli auguri per le imminenti festività sono scritte su proiettili pronti a essere caricati. Una festa di rinascita che semina invece il terrore della morte.
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