PRIMA ASSOLUTA
Il Piccolo Opera Festival approda nel carcere di Gorizia, «Spazio di rieducazione e reinserimento»
Ad affermarlo Davide Garattini Raimondi, regista dello spettacolo che andrà in scena domani nella casa circondariale 'Bigazzi'. A precedere 'Il Sigillo' e 'Il Prigioniero' un prologo recitato dai detenuti.
Mettere in scena la libertà in un carcere potrebbe sembrare un ossimoro. Ma il Piccolo Opera Festival ci prova con uno spettacolo che è anch’esso una sfida, unendo un compositore del secolo scorso con una nuova creazione. Andranno infatti in scena domani sera in prima assoluta, nel cortile interno della casa circondariale “Bigazzi” di via Barzellini, le opere “Il prigioniero” del compositore Luigi Dallapiccola (nato a Pisino nel 1903, fra i primi a sperimentare la dodecafonia) e “Il sigillo” di Maurizio Agostini, con libretto di Maria Carla Curia.
Lo spettacolo (con prenotazione obbligatoria e che, in caso di maltempo, verrà spostato al Kulturni Center “Lojže Bratuž”) è una coproduzione con la Fondazione Accademia Musicale Chigiana di Siena in collaborazione con il Centro Studi Luigi Dallapiccola in occasione del 50esimo anniversario della morte del compositore. La serata, che vedrà fra gli altri la partecipazione del tenore Federico Lepre, verrà replicata lunedì 29 giugno in un’altra location inusuale ma altrettanto evocativa: la Risiera di San Sabba a Trieste. Abbiamo chiesto agli autori de “Il sigillo” e al regista Davide Garattini Raimondi di spiegarci come è nato lo spettacolo.
Compositore e librettista de "Il sigillo": Maurizio Agostini e Maria Carla Curia vi chiedo come nasce la vostra composizione e perché si ispira alla riflessione su libertà/prigionia?
“Il sigillo” è stato composto durante l’isolamento forzato del lockdown. In quel momento storico, la riflessione sulla libertà e sulla prigionia è stata inevitabile. Per il protagonista dell’opera, tuttavia, la gabbia non è un luogo fisico, ma la propria mente turbata dal peso di un trauma rimosso.
Nel momento in cui l'avete composta non immaginavate che sarebbe stata affiancata a “Il prigioniero”: come percepite questo abbinamento, azzardato o adeguato, sia dal punto di vista ideale che musicale? L’accostamento ci è parso fin da subito lusinghiero. Dal punto di vista musicale, infatti, “Il sigillo” utilizza in parte la tecnica dodecafonica, di cui Dallapiccola è stato un maestro indiscusso in Italia. Questo filo conduttore stilistico crea un ponte sonoro naturale tra le due opere. Dal punto di vista ideale, l'abbinamento è altrettanto profondo: se nel “Prigioniero” la reclusione è fisica, nel nostro lavoro la prigione si sposta totalmente all'interno della coscienza del sacerdote.
Il tema della libertà spesso viene affrontato anche in riferimento alle creazioni artistiche: quali sono i limiti che percepite nel vostro lavoro?
Nel processo creativo, confrontarsi con i limiti della forma e riuscire a superarli è l’affermazione stessa della propria libertà. La vera barriera, oggi, non sta tanto nel creare, quanto nella reale possibilità di far conoscere e far circolare le nuove creazioni. Spesso mancano gli spazi e le occasioni per portare la nuova musica e i nuovi testi all'attenzione del pubblico. Proprio per questo, sentiamo il dovere e il piacere di ringraziare le realtà del Piccolo Opera Festival e del Festival Internazionale di Musica Sacra di Pordenone che hanno creduto in questo progetto e ci hanno dato la concreta possibilità di abbattere questo limite, permettendoci di far eseguire e vivere “Il sigillo”.
Quali sono oggi, a vostro avviso, le vere schiavitù e quali i nuovi margini della libertà?
Le vere catene sono invisibili e interiori: la trappola dei pregiudizi e delle aspettative, che la società o noi stessi ci imponiamo, è forse la forma di schiavitù più soffocante del nostro tempo. Ci impedisce di vedere gli altri e, soprattutto, di vedere noi stessi per ciò che siamo davvero. I nuovi margini della libertà risiedono, a nostro parere, nella capacità di affrancarsi da questi condizionamenti. La vera libertà è nella consapevolezza individuale che porta ad autolimitarsi nel rispetto assoluto dell'altro.
Davide Garattini Raimondi, lei è il regista di queste due serate: come è nata l’idea di unire i due testi e quali affinità ha trovato fra le visioni degli autori?
L’idea mi è stata proposta dal direttore artistico del Piccolo Festival Opera Festival, Gabriele Ribis e ho accettato con grande curiosità. Studiando le due opere mi sono reso conto di quante similitudini potessero emergere e, soprattutto, di quanti rimandi e dialoghi fosse possibile creare tra l’una e l’altra. A prima vista sono due titoli molto distanti, ma ho cercato comunque di costruire un filo conduttore, lasciando spazio all’immaginazione. Ho cercato di portare nel “Sigillo” quella crudezza che caratterizza “Il Prigioniero” e, durante le prove, mi sono accorto che è avvenuto anche il processo inverso: “Il Sigillo” ha iniziato a influenzare la mia lettura del “Prigioniero”, rendendola più spirituale.
Quale impatto e quale significato ha per lei la possibilità di mettere in scena lo spettacolo in due luoghi così simbolici?
Non si tratta semplicemente di ambienti che accolgono uno spettacolo: sono luoghi le cui pareti raccontano una storia, luoghi che continuano a parlare e, in qualche modo, a gridare ciò che vi è accaduto. Per questo, fin dall’inizio, abbiamo cercato di costruire un progetto teatrale che rispettasse profondamente questi spazi e fosse capace di dialogare con essi. Come regista provo un grande rispetto per questi luoghi e sento il desiderio di instaurare con loro un confronto. Nel caso della Risiera questo sentimento diventa quasi reverenza: appena si varca il suo ingresso si percepisce il peso della storia, sapendo che quelle mura sono state teatro di torture e di morte. L’unico modo per affrontare artisticamente un luogo simile è essere sinceri, onesti e autentici, senza forzature.
In che modo i detenuti della casa circondariale di Gorizia sono stati coinvolti nello spettacolo?
La loro partecipazione rappresenta uno degli aspetti più importanti dell’intero progetto: ho scritto una sorta di prologo al “Sigillo” e, insieme a Elisa Menon di Fierascena, abbiamo selezionato un gruppo di cinque detenuti che interpreteranno un breve momento di prosa. Questo prologo accompagnerà il pubblico all’interno dell’opera, offrendo alcune chiavi di lettura necessarie poiché, essendo una prima assoluta, il testo non è conosciuto. Tutto questo è stato fatto perché volevamo costruire un percorso che lasciasse qualcosa ai detenuti anche dopo la rappresentazione, capace di suscitare curiosità, interesse e nuove prospettive: non desideravamo spettatori passivi, ma persone coinvolte in un’esperienza culturale che potesse avere una continuità.
Quali reazioni si attende dal pubblico?
Mi piacerebbe soprattutto che gli spettatori tornassero a casa con delle domande e con il desiderio di riflettere, magari anche facendo un piccolo esame di coscienza: chi entrerà nel carcere vivrà inevitabilmente un’esperienza diversa rispetto a quella di un teatro tradizionale, avrà la possibilità di confrontarsi con una realtà che spesso conosciamo soltanto attraverso stereotipi e pregiudizi. Incontrare detenuti che partecipano direttamente allo spettacolo può contribuire a cambiare lo sguardo sul carcere, non solo come luogo di punizione, ma anche come spazio di rieducazione e reinserimento.
E relativamente alla Risiera di San Sabba?
Si tratta di un luogo che porta con sé una memoria dolorosa: qui il rapporto tra l’opera e lo spazio che la accoglie diventa ancora più intenso. Lo spettacolo inizierà con la luce del giorno, permettendo al pubblico e agli interpreti di guardarsi negli occhi, creando una relazione diretta che renderà ancora più forte il coinvolgimento emotivo. Non ho la presunzione di pensare che uno spettacolo possa restituire da solo la memoria di questi luoghi, ma spero possa contribuire a mantenerla viva. Credo sia fondamentale continuare a confrontarsi con certe pagine della nostra storia: quando la memoria si affievolisce, il rischio è quello di ripetere gli stessi errori.
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