«Nessuna parrocchia, nemmeno piccola, sarà chiusa». Dianin traccia il cammino pastorale, focus anche su Monfalcone e lingua slovena

«Nessuna parrocchia, nemmeno piccola, sarà chiusa». Dianin traccia il cammino pastorale, focus anche su Monfalcone e lingua slovena

L'incontro

«Nessuna parrocchia, nemmeno piccola, sarà chiusa». Dianin traccia il cammino pastorale, focus anche su Monfalcone e lingua slovena

Di Ivan Bianchi • Pubblicato il 14 Lug 2026
Copertina per «Nessuna parrocchia, nemmeno piccola, sarà chiusa». Dianin traccia il cammino pastorale, focus anche su Monfalcone e lingua slovena

Prima conferenza stampa per il nuovo arcivescovo metropolita di Gorizia. «Imparerò a conoscere le varie anime». Ascolto e percorso sinodale nei punti. «Arcivescovado aperto a tutti».

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«Oggi, per la prima volta, dopo avervi letto, vedo i vostri volti, che sono la cosa più importante». L’incontro con la stampa, il primo del suo ministero pastorale a Gorizia, è iniziato così per monsignor Giampaolo Dianin. Tanti i temi trattati, dalla nuova linea pastorale ed ecclesiale fino ai rapporti con la Chiesa slovena e la minoranza, la lingua friulana, le varie anime dell’arcidiocesi e il rapporto con le altre fedi, oltre a speranze e obiettivi per il futuro.

«Non ho un programma, né ricette preconfezionate, lavoreremo insieme partendo dall’ascolto per capire come camminare», ha ribadito. Dal predecessore, monsignor Carlo Redaelli, Dianin non ha ricevuto «consigli ma ha parlato di una realtà bella e dinamica. Gli ho detto il mio desiderio di stare vicino ai preti». Redaelli gli ha anche regalato una copia del romanzo “Notturno sull’Isonzo” di Alojž Rebula, lo stesso dato ai vescovi della Conferenza Episcopale Italiana giunti nel 2025 a Gorizia.

Per Dianin fondamentale sarà «lavorare sulle vocazioni, la cui mancanza è un problema della nostra vecchia Europa, ma sono certo che siamo in una realtà complessa quanto capace». L’intreccio di «culture, storie e lingue sarà sicuramente un punto arricchente del mio episcopato». Importante il richiamo al Sinodo, «del quale ero segretario a Padova quando sono stato eletto vescovo di Chioggia. Il mio sarà un cammino in stile sinodale pur nella consapevolezza che Gorizia non è né Chioggia né Padova».

Un’immagine quasi romantica, quella raccontata dal vescovo, che «nel tragitto da Aquileia a Gorizia sono stato guidato da un bellissimo arcobaleno e dai martiri perché Chioggia ha come patroni due aquileiesi, Felice e Fortunato, ed è come se mi avessero condotto al luogo del loro martirio e, da lì, a Gorizia da altri due martiri, Ilario e Taziano. Sono sulle spalle di giganti».

Il dialogo è poi proseguito sui temi di attualità, in primis sulla delicata situazione Monfalconese e le «terre di confine», le migrazioni, la Rotta Balcanica e il rapporto con l’Islam. Tutti argomenti che richiamano quella «complessità e vivacità» che non preoccupano monsignor Dianin. In maniera particolare – rispondendo ad una domanda sui rapporti tra la comunità cristiana e quella musulmana di Monfalcone – l’arcivescovo ha evidenziato che non bisogna «essere ingenui su queste problematiche» ma sono necessarie «saggezza, piedi per terra e una sana razionalità senza farsi trasportare da passioni da una parte o dall’altra» perché la migrazione «non è un momento passeggero».

Necessario ed importante – secondo il presule – anche il «senso etico». «Ogni Credo ha diritto di esercitare e vivere la propria Fede». Quindi il riferimento ad un’attenzione giusta ed umana a queste persone come già avvenuto nei mesi scorsi: «Mi ritrovo nelle scelte della Chiesa di Gorizia». Un sogno, un progetto, un’utopia? Monsignor Giampaolo guarda oltre perché «la realtà goriziana potrebbe diventare un laboratorio ed un modello». «Un laboratorio di buone pratiche – continua – frutto di saggezza ed intelligenza». Un modello ispirato alla ripartenza del Friuli dopo il terremoto del 1976. Per il pastore della Chiesa diocesana non è «questione di cedere» ma di trovare «una sintesi alta» figlia di buone mediazioni. «La Chiesa non è mai chiusa nelle sagrestie ma dove vivono tutti». Le porte dell’Arcivescovado sono aperte ad incontri ed ascolto. Monfalcone «è un centro impegnativo, dovrò avere la pazienza di capire».

Non di meno il dibattito sul rapporto con la Chiesa sorella di Koper-Capodistria «che dovrò conoscere» e sulla comunità slovena in Italia. Lo stesso Dianin, che ha salutato il 12 luglio a Gorizia in italiano, sloveno e friulano, citando anche il tedesco, ha detto di «aver voluto salutare anche nelle altre lingue per dire a tutti “ci siete”, “vi vedo” e far capire che siamo tutti una grande Comunità. Spero di poter imparare qualche parola comprensibile per avvicinarmi ancora di più».

Fondamentale, infine, il punto sulle realtà parrocchiali e sul cammino delle Unità Pastorali. «Io, come fatto a Chioggia, non ho intenzione di chiudere alcuna parrocchia nemmeno le più piccole. Nell’idea di sussidiarietà penso sia giusto che ognuno cammini con le proprie gambe finché può e laddove non riesca sopperiranno le realtà più grandi. Dobbiamo stare vicini alle comunità, anche quelle più piccole: dove c’è la gente, c’è la Chiesa».

Simpatica, quanto fondamentale, la domanda delle redazioni di lingua slovena sulla declinazione del nome Giampaolo: dalle varie idee e proposte, l’arcivescovo in persona ha scelto la versione completa del nome, essendo un composto di Giovanni e Paolo, in Janez Pavel. Particolarità, dal momento che anche in latino il nome viene tradotto in Johannes Paulus, come per il Santo Padre san Giovanni Paolo II.  

Ha collaborato Salvatore Ferrara.

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