Nazario Sauro 'torna' a Grado, una targa per custodirne la memoria

Nazario Sauro 'torna' a Grado, una targa per custodirne la memoria

la memoria

Nazario Sauro 'torna' a Grado, una targa per custodirne la memoria

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 10 Ago 2026
Copertina per Nazario Sauro 'torna' a Grado, una targa per custodirne la memoria

Nel 110° anniversario della morte, la città ricorda il patriota e il suo legame con l’isola. «Coraggio e responsabilità valori di ogni epoca».

Condividi
Tempo di lettura

Cadevano le stelle, quel giorno. Una pioggia di meteore disegnava il firmamento: il cielo piangeva a dirotto subito dopo che venne impiccato a Pola. Correva l’anno 1916, un secolo e dieci anni fa, quando la città croata era in mano all’Impero austroungarico. A onorare l’esistenza di Nazario Sauro è stato oggi il comune di Grado, quella città che intendeva raggiungere con una “batela” prima di essere catturato, e in seguito diede il suo nome alla passeggiata panoramica più celebre dell’isola. Che nel 110° anniversario dalla morte del patriota gli ha dedicato una targa per commemorarne l’alto valore umano, apposta in sostituzione di quella danneggiata per mano ignota a fine guerra. «Grado ebbe con lui un legame molto forte – prende la parola l’assessore alla Cultura Lidianna Degrassi nel portare i saluti dell’amministrazione comunale – tanto che costituì per l’eroe base strategica per le sue missioni militari, come quando s’imbarcò per guidare un’incursione notturna contro il porto di Trieste. La nostra città gli dedicò il Lungomare nel 1919. Prima d’allora, la Diga costruita originariamente dal governo austriaco era conosciuta come Promenade».

Un valoroso che lottò per la libertà dei popoli oppressi e a distanza di oltre cent’anni rappresenta una figura più che mai attuale. Il mare nel sangue, intriso com’era di spirito romantico e irredentista, Nazario si orientava col suo sommergibile a luci spente o nella nebbia grazie alla straordinaria memoria visiva della costa istriano-dalmata. «Uomo di mare fin dalla giovinezza – ricorda il presidente provinciale di ANVGD Gorizia, Maria Grazia Ziberna - divenne capitano marittimo e, navigando lungo le coste dell’Istria e della Dalmazia, acquisì una conoscenza straordinaria dei porti, delle isole, dei canali, delle correnti e dei fondali dell’Adriatico orientale». Competenza «preziosa in numerose azioni navali», la stessa con cui affrontò le incursioni verso Parenzo e Fiume. «Non cercava il pericolo – prosegue - per ambizione personale: metteva la propria esperienza di marinaio al servizio dell’ideale nel quale credeva, affrontando ogni missione con coraggio e piena consapevolezza dei rischi». Non avrebbe potuto usare il sestante per l’astronavigazione, ma si affidava alla bussola e all’orologio per calcolare tempo, velocità e direzione. Quella notte del 30 luglio a tradirlo furono anche le forti correnti marine, che spinsero il sottomarino fuori rotta facendolo incagliare fra le rocce dell’Isola della Galiola.

Distrutti i documenti cifrati per ordine del comandante Ubaldo degli Uberti, il Pullino venne destinato all’autoaffondamento e ogni intenzione di attaccare a sorpresa il porto di Fiume naufragò del tutto. Fu allora che – per sfuggire a morte certa – Nazario salì s’una scialuppa di salvataggio nel disperato tentativo di raggiungere Grado. A prenderlo in ostaggio intervenne il cacciatorpediniere austriaco Satellit, che lo condusse nell’antica città romana per sottoporlo a processo. «Soltanto dopo la sua morte – rimarca Degrassi - furono consegnate alla famiglia due lettere, dalle quali emergeva la sua solida fede verso l’Italia». Una vicenda che segnò persino le povere spoglie, dapprima sepolte a Pola e in seguito traslate a Venezia dai partigiani, a bordo della motonave Toscana. La stessa che trasportava i profughi per sempre lontano dalle proprie terre: «In quel viaggio – evidenzia Ziberna - la sorte di Nazario Sauro si unì, idealmente, a quella degli esuli istriani. Anche lui lasciava Pola e attraversava l’Adriatico insieme a uomini, donne e bambini costretti ad abbandonare le proprie case, le proprie città, i cimiteri dei propri cari e una terra abitata dalle loro famiglie da generazioni». Un eroe che assurge a simbolo di quel vincolo indissolubile con le origini di un popolo, rappresentando «la fedeltà alle proprie radici, la difesa dell’identità – chiosa - e il legame indissolubile con una patria e una cultura che nessuna frontiera e nessun esodo hanno potuto cancellare».

A intervenire è stata anche la delegata ANVGD Grado Alda Devescovi, che ha evidenziato come la scopertura della targa non rappresenta solo «un gesto di memoria, ma anche un’occasione per interrogarci sul significato che il passato può avere nel nostro presente». Tempi bui, quelli che stiamo attraversando, dai quali affiora la necessità di perseguire i valori fondanti dei nostri padri: «Viviamo – riflette - in un tempo di grandi incertezze. Conflitti, tensioni internazionali e profondi cambiamenti sociali e tecnologici stanno mettendo in discussione molte delle certezze alle quali eravamo abituati. Ed è proprio in tempi come questi che vale la pena chiedersi: abbiamo ancora bisogno di eroi? Non di uomini perfetti, né di figure del passato da celebrare senza spirito critico. Abbiamo bisogno, piuttosto, di ricordare quelle persone che, nei momenti difficili, hanno saputo scegliere, assumersi responsabilità e mettere qualcosa di più grande del proprio interesse personale al centro delle proprie decisioni. Coraggio, coerenza, senso del dovere e responsabilità sono valori che non appartengono a una sola epoca. Sono valori che continuano a interpellarci e che dobbiamo saper trasmettere alle nuove generazioni». I medesimi che ANVGD spiega nelle scolaresche, avvicinando bambini e ragazzi alla verità tramandata da secoli: «ANVGD – dichiara la senatrice Francesca Tubetti - cambia la visione futura dei giovani: entra nelle scuole, accoglie i bambini, spesso del tutto ignari della storia della nostra regione e dell’Istria. Oggi come non mai – auspica – che il testamento di Sauro possa rappresentare quanto è da ricordare, trasmettere e portare avanti con orgoglio».

Non è mancata la testimonianza di Romano Sauro – nipote – rievocata nelle parole dell’esule Tullio Svettini: «Quando negli anni Cinquanta andavamo a trovare nonna Nina a Venezia – legge - dicevamo sempre una preghiera alla Madonna di Barbana. Dai racconti di nonna, Nazario conservava un santino della Madonna, custodita nel berretto che indossava quando venne catturato». «La memoria – conclude poi Devescovi - non è soltanto ciò che scegliamo di conservare. È anche ciò che il tempo, le vicende storiche e le scelte degli uomini hanno cancellato o modificato. E proprio per questo dobbiamo avere il coraggio di conoscere la storia nella sua complessità, senza rimuoverne le pagine difficili e senza trasformarla in uno strumento di contrapposizione». Ai giorni nostri del Giacinto Pullino – rimasto inabissato a 56 metri fra spugne e gorgonie – non restano che pochi cimeli. La torretta posizionata a Capodistria venne fusa dalla città passata alla Jugoslavia, come lo slittino di Orson Welles in “Quarto Potere”. A rievocare i valori della democrazia resta la lastra svelata questa mattina, benedetta a conclusione della cerimonia da monsignor Paolo Nutarelli: «Benedire una targa significa benedire una memoria – ribadisce - e senza memoria non c’è futuro». Una storia «da custodire» e donare alle nuove generazioni. A scriverla è l’umanità, che sceglie cosa ridurre in cenere o incidere su lapide per i posteri.

(Foto, Enrico Cester, Paolo Chiusso) 

Rimani sempre aggiornato sulle ultime notizie dal Territorio, iscriviti al nostro canale Telegram, seguici su Facebook o su Instagram! Per segnalazioni (anche Whatsapp e Telegram) la redazione de Il Goriziano è contattabile al +39 328 663 0311.


Articoli correlati
...
Occhiello

Notizia 1 sezione

...
Occhiello

Notizia 2 sezione

...
Occhiello

Notizia 3 sezione