L'evento
Monsignor Dianin riceve il pallio da Papa Leone a Roma: festa per le diocesi di Gorizia e Chioggia
Il Santo Padre ha ricordato l'importanza di lavorare nell'unità per «a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia».
Simbolo di unione nella Chiesa, tra i pastori e cristiani, e di pluralità di lingue e culture sotto l’egida del successore di Pietro, ovvero del Santo Padre Leone XIV, il pallio è una stretta fascia di lana bianca che viene appoggiato sulle spalle, con due lembi che ricadono sul petto e sulla schiena, ornata da sei croci nere. Un simbolo che affonda le proprio radici ai primi secoli del Cristianesimo.
È un simbolo, oltre che papale, anche degli arcivescovi metropoliti come lo è quello di Gorizia: e stamattina, 29 giugno, Solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, martiri, nella Papale Arcibasilica Maggiore di San Pietro a Roma, l’arcivescovo eletto di Gorizia, monsignor Giampaolo Dianin, lo ha ricevuto proprio dalle mani del Sommo pontefice.
«Per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi, Pietro e Paolo, per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore, ma anche di ogni cristiano, a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia».
Con queste parole il Santo Padre Leone XIV ha introdotto il rito della benedizione e dell'imposizione dei palli a 35 arcivescovi metropoliti da tutto il mondo. Tra di essi anche l'arcivescovo eletto di Gorizia, monsignor Giampaolo Dianin, accompagnato in questo momento importante per la chiesa goriziana e per lui stesso da una delegazione giunta appositamente da Gorizia. Tra l'emozione di monsignor Dianin e dei presenti, si è rinnovato il tradizionale momento che anche i suoi predecessori hanno affrontato.
Una delegazione, quella goriziana, che ha visto la presenza, oltre che dell’arcivescovo emerito e attuale amministratore apostolico, monsignor Carlo Redaelli, del vicario generale monsignor Paolo Zuttion, alcuni presbiteri diocesani, i seminaristi, due congregazioni di suore impegnate in questo momento tra l’Arcivescovado e Sant’Anna, e vari laici. Una festa, quella vissuta a Roma, che si è svolta parallelamente con quella della diocesi di Chioggia da cui è giunta una delegazione appositamente per salutare il proprio vescovo.
I palli vengono confezionati con la lana degli agnelli benedetti nella memoria di sant'Agnese e sono custoditi, fino alla loro consegna, accanto alla tomba dell'apostolo Pietro nella basilica vaticana. Durante la liturgia eucaristica, dopo la proclamazione del Vangelo e l'omelia del Pontefice, ha luogo il rito della benedizione e dell'imposizione del Pallio. Dopo il giuramento di fedeltà, è stato lo stesso papa Leone XIV a imporlo sulle spalle di ciascun arcivescovo metropolita. Assieme a monsignor Dianin, c’erano numerosi altri arcivescovi, 35 in tutto, provenienti dai cinque continenti. Questa pluralità di lingue, culture e tradizioni rende ancora più significativo il gesto dell'imposizione del Pallio. Pur provenendo da realtà ecclesiali molto diverse, tutti gli arcivescovi ricevono infatti il medesimo segno, che richiama l'unità della Chiesa attorno al successore di Pietro e la comune responsabilità di guidare il popolo di Dio.
Pur nella diversità delle culture e delle nazioni rappresentate, il Pallio richiama infatti una missione comune: custodire il popolo di Dio nella fede e mantenere viva la comunione con il successore dell'apostolo Pietro. Per Gorizia, città da sempre ponte tra popoli, lingue e culture, ecco che la missione è ancora più legata al proprio territorio: un significato che va chiaramente oltre la dimensione liturgica e richiama la vocazione storica dell'Arcidiocesi a essere luogo di incontro e di dialogo.
Foto di Ivan Bianchi e Alessandra Bianco.
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