IL COMMENTO
Moni Ovadia ammonisce sulla situazione geopolitica: «Siamo sull’orlo dell’abisso»
L’attore, cantautore e scrittore sul palco del Kulturni Dom per la serata ‘Il mondo è uscito fuori dai cardini’. Sulle atrocità in atto richiama, «bisogna redimere il mondo dagli orrori».
Ci sono ferite che non si possono sanare. Che non dipendono dall'ideologia politica, ma dal sentire individuale, ed è tempo di curarle attraverso il risveglio delle coscienze. Si è svolto nella serata di ieri – 27 marzo – l’incontro “Il mondo è uscito fuori dai cardini” organizzato da Anpi, che ha visto la partecipazione straordinaria dell’attore, scrittore e cantautore Moni Ovadia. Il quale al pubblico del Kulturni Dom ha parlato con lucidità e passione prima di calcare le scene del “Moby Dick” di Guglielmo Ferro a Trieste. «Ci siamo riuniti in un gruppo di volontari che soffrono molto per questo clima di guerra – rimarca il presidente Anpi Anna Di Gianantonio nell’introdurre l’ospite – che ormai da anni ci sta togliendo il respiro». Guerre che secondo la studiosa «non sono state volute dalle popolazioni europee, contrarie per oltre l’80%». «Stiamo assistendo a un regresso delle democrazie – ribadisce – con riflessi non soltanto economici, ma anche psicologici.
Cresce l’ansia per il pericolo che la guerra si espanda e vengano usate armi sempre più potenti». Da questa follia sgorga quel sentimento di impotenza che lacera gli animi diffondendo paure e insicurezza anche negli adolescenti, talvolta degenerando in violenza. Fra le vittime di guerra, secondo la Di Gianantonio svetta poi la cultura, sopraffatta dalla mancanza d’informazione e dalle fake news. «Non possiamo più restare inermi o indifferenti – interviene uno degli organizzatori Fabio Sesti – perché l’assuefazione psicologica e culturale è il primo sintomo di una società malata che va incontro all’auto massacro». A ringraziare Moni Ovadia - per la quarta volta ospite al Kulturni - è infine il direttore Igor Komel: «Sei il simbolo della pace nel mondo, e non potevamo sperare in un personaggio più gradito». «Oggi siamo stati precipitati in un tempo brevissimo sull’orlo dell’abisso – riflette il milanese di origini bulgare Salomone, in arte “Moni” – ed è veramente un miracolo che non siamo ancora piombati in una guerra atomica».
Se dopo Hiroshima e Nagasaki la fissione nucleare incontrollata è rimasta tabù per decenni, oggi si affronta il problema come un evento possibile e inevitabile. «Tutti voi avrete notato la disinvoltura con cui si parla dell’atomica – prosegue – così ci ritroviamo di fronte a Paesi che possono dotarsi della bomba e altri come l’Iran che non devono averla». Premesso che il nucleare possa essere sfruttato a scopi pacifici nonostante le scorie radioattive, l’idea che la pace mondiale si fondi sulla deterrenza atomica è di per sé contraddittoria, qualsiasi sia il Paese che intenda dotarsene. «A usarla furono solo gli Stati Uniti – aggiunge – e si discute ancora se l’utilizzo fosse necessario oppure puramente dimostrativo. Oggi ci ritroviamo in una situazione che dimostra come il genere umano sia solo una malattia del creato: basterebbero 600 bombe nucleari a distruggere il pianeta, e in giro ce ne sono 12500. Ecco perché “il mondo è uscito dai cardini”». Accantonata la Carta Universale dei Diritti Umani sancita dalle Nazioni Unite nel 1948, oggi il pianeta sembra avviarsi verso una nuova era, in cui libertà, dignità ed eguaglianza hanno perso valore.
«Della legalità internazionale – osserva – è stata fatta carne di porco dallo Stato sionista e dagli Stati Uniti d’America. Seguo Donald Trump su Youtube – ammette – e quando volle dimostrare che era candidabile al Nobel per la pace confuse l’Armenia con l’Albania. Non sa neanche cos’è il mondo, non lo sa nemmeno il resto degli americani». Un Paese la cui popolazione sfiora i 350 milioni di unità, governato da un presidente che «dichiara che non esiste una legalità internazionale» nella misura in cui «non c’è un limite etico alle azioni e lui stesso decide l’etica». L’unico in grado di arginare l’esuberanza trumpiana è stato il governo di Sanchez, che ha stipulato un accordo per il libero passaggio delle proprie navi attraverso Hormuz. «Il resto dell’Europa si è inginocchiata innanzi all’imperatore americano – si rammarica – e il pericolo è regredire a un nuovo medioevo. Perché oggi la schiavitù si ottiene attraverso Internet e le droghe chimiche. Quando non s’intravede un orizzonte ci s’impasticca, in Giappone i giovani si isolano in casa». Un esercito di “hikikomori” europei pronti a straniarsi da un mondo troppo minaccioso e irriconoscibile, di fronte ai quali la scuola e la società si ritrovano impreparate.
«Non abbiamo armi – riconosce – non abbiamo denari come l’uomo più stupido della Terra che è Elon Musk. Che cosa possiamo fare? È giunta l’ora di rivendicare il potere di ciascuno, quello che in inglese si definisce “empowerment”, lo statuto del cittadino. Molti di noi non ne hanno consapevolezza, ma il nostro potere dipende dalla presa di coscienza di ciascuno». E nel citare il volume “L’armata a cavallo” di Isaak Babel’ evidenzia come l’umanità abbia «un bisogno vitale di un’internazionale di brava gente» che acquisisca consapevolezza delle proprie capacità d’azione e delle solide radici culturali. «Credo sia l’ora in cui ciascuno prenda coscienza della propria identità – conclude contrapponendo ai 250 anni di storia degli Stati Uniti la poesia di Dante e la tradizione millenaria - per condurre la battaglia della vita contro la morte. Ho 80 anni, vado ancora nei licei – racconta – e vedo ragazzi meravigliosi. Possiamo lasciarli soli?». E parafrasando poi Kennedy: «Non chiederti cosa la pace possa fare per te, chiediti cosa tu possa fare per la pace». Fino a congedarsi con l’auspicio di ritrovarsi nelle piazze, per desiderare «gli stessi diritti, uguaglianza e opportunità» e finalmente vedere «i volti accesi dalla sensazione di contribuire a redimere questo mondo dall’orrore».
(Foto Rossana D'Ambrosio)
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