Confini
Memorie di Nogaredo al Torre, da postazione di confine alla cucina quaresimale
Un piatto semplice e povero, l'arringa, che arriva da lontano e viene accompagnata da ottimi vini locali. Il racconto poetico di Ferruccio Tassin.
Nogaredo al Torre: ai tempi di Maria Teresa (nel ‘700) importante stazione di posta sul confine austriaco; vi passò perfino un Papa - Pio VI - che andava a Vienna ad ammansire Giuseppe II, l’Imperatore sagrestano. Paese microscopico, Nogaredo, e aveva due chiese: la prima (di San Daniele) esiste come memoria in una casa dai muri eloquenti.
La seconda, di Sant’Andrea - di acqua se ne intendeva - sembra tenere a bada il Torre con le sue piene, e all’interno ha fatto emergere patetici affreschi del ‘300.
Crocevia, si incontrava…con osteria, oasi, quando ogni viaggio era avventura. Per cinque secoli sul confine fu Italia con la Grande guerra.
Fanno elastico con il passato, una bella, ma crollante dogana, e l’osteria “Alla città di Trieste”. Antica; rinomata, per gli asparagi (nella stagione); in quaresima, per l’aringa. Aringa di confine, pesce senza tempo, viaggiato in barili e casse dal Medioevo.
Pesce diffuso, e “delicato”: doveva essere salato entro 24 ore, pena irreversibile irrancidimento. Se in tempi addietro dal Baltico sfociava ad Aquileia la Via dell’ambra, poi, con quantità massicce di merce, si diramava la Via dell’aringa.
Prodotto di battaglia, il suo compito era di insaporare e giustificare grandi masse di polente - più adatta quella di mais - e traghettarle in stomaci allupati dalla fame, a saziare plebi disfatte da lavoro quasi schiavistico. Temuta la quaresima, non tanto per la privazione della carne (scarsa anche in altri periodi), ma per il pesce del Baltico salato e affumicato.
Scenario mutato: stoccafisso, aringa diventati di pregio, evocano quell’ “una volta” spesso rimpianto. “Alla città di Trieste” sovrintende da 45 anni Anastasia Petris (cominciò proprio in febbraio), che ha passato “le ciazze” alla figlia Isabella e il regno dei fornelli al genero Alessandro Bruno. Un trio dall’affiatamento diventato sintonia. Così … tradizione e innovazione anche nell’aringa. Sapori e colori, quasi in singolare gara, ammantano la protagonista di monotone quaresime, con studiate e sperimentate novità nello sposalizio e apparentamento con gusti che sono progresso. Sempre aringa è, però si allarga ad erbe aromatiche e verdure, fin nell’italica pasta.
Non più annaffiata da dosi d’acqua da cammello, ma allietata da vini prodotti sui fianchi flessuosi del Collio; vini onesti della casa (di Rocca Bernarda e Brazzano), che (a detta di tutti) soddisfano e non strapazzano portafogli. Così si può godere di una quasi francescana frittata (con l’aringa e verdure), di sapide pennette; di “lei” con aglio e prezzemolo; ancora con prataioli; accesa di cipolla cruda; ammansita con porro cotto; “esotica” (tocco di veneto) con radicchio di Treviso (ma in futuro potrebbe sposare la rosa di Gorizia…); addolcita con mela rossa e aceto balsamico; fresca di menta e colorata di rossi fagioli.
Come dolce, consigliato il domestico strudel, di un luogo che fu di confine, aperto a gusti nuovi e perfino a profumi d’oriente…
In foto: Nogaredo e “Alla città di Trieste” all’inizio degli Anni Cinquanta.
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