l'intervento
Il magistrato Gratteri richiama: «Le mafie si comportano come un’azienda»
L’incontro a èStoria, patrocinato dalla Cassa Rurale FVG, ha affrontato il tema delle religioni nella criminalità organizzata. Presentato il volume ‘Acqua Santissima’ edito da Mondadori.
Il diavolo, probabilmente. Contrapposto a poca acqua santa, quel tanto che basta a tener viva la fede e dissetare i credenti. Si è svolto nel pomeriggio del 29 maggio, nella cornice del teatro Verdi, l’incontro del XXII festival èStoria dedicato al tema “Religioni” e incentrato su “Mafia e religione”. A conversare in videoconferenza - a causa del volo cancellato - il procuratore di Napoli Nicola Gratteri insieme al giornalista Stefano Mensurati, che ha analizzato alcuni brani tratti dal saggio “Acqua Santissima” edito per Mondadori: «Mi ricollego all’evento dello scorso anno – introduce il moderatore - quando don Maurizio Patriciello, faro contro la lotta alla camorra, ci spiegò come recuperare un territorio dalle grinfie della criminalità organizzata. Gli domandai se la Chiesa facesse abbastanza». A fronte di tanti monsignori che compiono il proprio dovere sono ben quattordici i preti uccisi dalle mafie, fra cui spiccano don Peppe Diana e padre Pino Puglisi. Molti altri vivono sotto scorta, continuando a professare il proprio credo nonostante gli attacchi della criminalità organizzata. «Quest’anno non potevamo che riproporre “Acqua Santissima” – prosegue – pubblicato nel 2013 e scritto da Gratteri insieme a Nicaso (Antonio, ndr), nel tentativo di analizzare com’è cambiata la mafia. Se fino a 150 anni fa il ladruncolo poteva definirsi una pecorella smarrita, col tempo questa definizione non era più calzante, perché la ‘ndrangheta era diventata maggiormente potente e aveva messo le mani sulla disposizione dei fedeli, sui matrimoni, persino sulle strade che dovessero percorrere i santi in processione».
Dalle riunioni presso il santuario di Polsi - dove nascosti nel cuore dell’Aspromonte, fra felci e ginestre, gli ‘ndranghetisti iniziarono a incontrarsi già a fine Ottocento – fino ai riti di affiliazione della strage di Duisburg: «Fra le tante indagini – chiosa Mensurati – lei si occupò anche di questa in Germania, dove rimasero uccise sei persone. Nella tasca di un ventenne venne rinvenuto un santino bruciacchiato». Quello che pare solo un dettaglio in realtà rivela il grado di affiliazione di una delle vittime: «Era San Michele Arcangelo – specifica il magistrato per i profani - protettore della criminalità organizzata. Aveva la testa bruciata in quanto nel rito di affiliazione era stato battezzato come “picciotto liscio”. Si buca l’indice con un ago e durante il rito di una ventina di minuti detto “baccaglio”, tra il contrasto onorato e il capo locale, quest’ultimo dichiara: “Brucerai se tradirai l’organizzazione”», arrivando persino a uccidere i propri familiari. «La strage non fu casuale – rimarca - in quanto la notte di Natale dell’anno prima a San Luca venne uccisa una signora. I loro familiari non potranno mai festeggiare il Natale, così questi delle vittime di Ferragosto, per i quali non sarà più festa. La scelta della data è intenzionale e i riti sono fondamentali per la durezza delle regole». Un codice severo che prevede sanzioni e financo un “tribunale della ‘ndrangheta”, che decreta di grattugiare gomiti e ginocchia al trasgressore o farlo uccidere. «Esiste un solo grado di giudizio – precisa - e la sentenza è immediatamente esecutiva. Ma è prevista anche la grazia, con cui il tribunale commuta la pena: non ti uccido, ma tu non devi più mettere piede in Calabria».
Esìli necessari che affiancano i “regali” ai prelati durante l’ingresso canonico: «Nei decenni passati, quando si insediava il vescovo, andavano a salutarlo portando in dono 40 o 50 milioni di lire», infiltrando con le sue radici malate anche la sfera religiosa. «Ci furono preti che incontravano gente di Cosa Nostra – aggiunge – e nel passato la Chiesa ha avuto grossa responsabilità nella fortificazione del potere mafioso. Oggi il Papa ha cambiato molti vescovi, recidendo il cordone ombelicale. A Locri furono spostati sedici preti contemporaneamente». Fra le toccanti testimonianze, anche l’appello di Giovanni Paolo II mostrato al pubblico in un filmato del 1993, quando rivolgendosi alle mafie chiese loro di convertirsi. «Don Pino Puglisi o don Giuseppe Diana – interviene Gratteri - pagarono con la propria vita la predicazione del Vangelo. Abbiamo assistito a tanto vigore – riflette - ma non ho visto gente scomunicata né in Sicilia né in Calabria. Certo, i richiami sono importanti così come l’autorevolezza del Papa del secolo scorso, ma una scomunica ci starebbe meglio. E dal momento che le mafie vivono di simboli - prima vi ho accennato ai riti di affiliazione - anche la Chiesa avrebbe potuto o potrebbe dare un segno». Sacro e profano uniti in maniera indissolubile, dove i portatori della Madonna sono affiliati a organizzazioni mafiose e la festa patronale diventa occasione per dimostrare “chi comanda”. «Le mafie si comportano come un’azienda – spiega il procuratore - facendosi vedere vicino a un prete o a un vescovo in processione per farsi pubblicità, o comprando la squadra di calcio». Una “generosità” che si traduce in dimostrazione di ricchezza con le stesse statue sacre condotte fra la folla: «Durante le processioni legano molte banconote al nastro attaccato al braccio della Santa. Intendono farsi attori protagonisti nella vita politica e amministrativa anche per pagare l’orchestra o la banda civica, soprattutto nei centri piccoli del Sud Italia».
A scandalizzarsi fu invece don Calabrò, considerato pioniere dell’antimafia sociale: «La mafia può forse darvi soldi, donne, macchine blindate – legge il giornalista - ma una cosa può offrirla per certo: la morte. Fatela finita!». A questa durezza seguì la definizione sui mafiosi: «Si ritengono uomini d’onore – chiosa don Calabrò per il tramite di Mensurati – ma se c’è qualcuno che uomo non è, questo è il mafioso. I mafiosi non sono uomini», conclude auspicando di isolarli attraverso una «mobilitazione di coscienze» che sia «d’insegnamento, orientamento, per tutte le comunità cristiane». È la stagione dei rapimenti, compreso quella di bambini, contro la quale il presbitero invoca «consapevolezza»: quella che mette in mostra «gente che oggi esprime il potere di Satana». «Ho conosciuto don Calabrò – ammette Gratteri – come don Stilo o don Bianchi. Don Calabrò si trovava a Mazara, dove venne sequestrato un bambino. La Calabria versava in una situazione drammatica e quei soldi servirono per il traffico di cocaina. Parliamo di anni in cui non c’erano ancora macchine blindate. Don Calabrò mostrò grande coraggio contro i mafiosi, che sono sempre codardi perché uccidono a tradimento. Sono vigliacchi, dichiarano il falso per indebolire o denigrare, oppure ti uccidono alle spalle. In questo senso – evidenzia - i mafiosi vivono come parassiti sul lavoro degli imprenditori: non solo non producono, ma vivono alle spalle di chi lavora e produce tutti i giorni. Non esiste l’onore. L’onore di cosa? Di rubare e terrorizzare? Le mafie sono il male. Il 9% del Pil viene perso perché gli imprenditori hanno paura di attrarre l’attenzione dei mafiosi. Amazon non intende aprire un deposito nel porto di Gioia Tauro per timore della ‘ndrangheta. Al di là della fiducia degli imprenditori, si rendono necessarie maggiori possibilità d’indagare».
Ad attrarre l’attenzione di Mensurati è poi il volume “Come radici. Una storia sulle seconde possibilità”, nel quale il pubblico ministero approfondisce il legame con i giovani. «Vado a Secondigliano – rivela Gratteri -, Caivano o nel carcere di Nisida, dove i ragazzi sono detenuti. Per me è importante, parlare con loro: assorbono tutto come una spugna, e molti cambiano idea per diventare poliziotti, carabinieri o magistrati. Ma nelle scuole ci sono anche i figli dei mafiosi». Dal racconto di un magistrato che torna in Calabria per coltivare la terra avuta in eredità dai nonni ecco che nasce un dialogo: «Il giudice offre a tre di questi un’altra chance. Ai ragazzi bisogna sempre dare una seconda possibilità, per questo l’istruzione e la cultura sono alla base di ogni ragionamento. Ci sono ragazzi che guadagnano fino a 800 euro al giorno per controllare una piazza. Ma se già alle scuole elementari si offre il tempo pieno, discutendo di un film o di un fatto, l’istruzione cambia volto. Viceversa, l’ignoranza porta alla manipolazione dei popoli, incapaci di discriminare ciò che è falso da ciò che è vero». Una vita luminosa contrapposta a quella dei mafiosi costretti a nascondersi in caverne sotterranee. «Costruiscono le case col doppio fondo – racconta – alcune delle quali con cunicoli che conducono fuori al paese attraverso finte fognature». Luci e ombre che si proiettano da Nord a Sud, perché dove c’è ricchezza ci sono le mafie e «nei posti ricchi è più facile riciclare». Un vuoto informativo sul quale sembrano tacere molti giornalisti: «I giornali scrivono quello che alla gente interessa. I telespettatori amano guardare attraverso il buco della serratura e sono sintonizzati su programmi che ripropongono omicidi in cui può esserci qualcosa di morboso. Mentre una delle attrattive di èStoria – conclude - è portare ogni anno gente che racconti la realtà. C’è bisogno anche di questo».
(Foto, Rossana D'Ambrosio)
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