LA LETTERA
Lettere – «La Casa della Comunità di Monfalcone? Io, accolto in un ‘cantiere’… quale assistenza di prossimità?»
Ci scrive un cittadino che recatosi al nuovo polo della sanità territoriale resta colpito da ciò che vede e della situazione in cui lavorano medici ed infermieri.
Ci scrive un nostro lettore il quale richiede che la sua firma resti riservata. Si tratta di un cittadino bisiaco che invitato dal numero unico 116 117 a recarsi alla Casa di Comunità di Monfalcone, resta colpito da quanto vede. Avendo necessità di una prescrizione medica e non potendo essere ricevuto dal suo Asap di Turriaco, s’è rivolto al nuovo centro. L’edificio non si presenta ancora pronto ad accogliere i pazienti in maniera adeguata e sicura. Per dovere di cronaca, ricordiamo che i lavori sono partiti a fine 2024. Il termine era previsto per il 31 marzo 2026. L’importo complessivo per la realizzazione dell’opera è stato di circa 6 milioni di euro. Gli interrogativi dell’autore della missiva sono leciti e stimolano alla riflessione. S.F.
Gentile redazione, alcuni giorni fa mi sono recato all’ Asap di Turriaco per richiedere la prescrizione di un farmaco ma non ci sono riuscito in quanto l’orario di ricevimento era terminato. Leggendo sui social del 116 117, il numero unico per richiedere le cure mediche non urgenti, mi sono rivolto a questo servizio che mi ha indirizzato da quella che io ancora chiamo la guardia medica. Mi viene detto di recarmi nell’edificio retrostante all’ospedale San Polo di Monfalcone, “La Casa della Comunità”. Arrivato, mi trovo difronte ad un cantiere e non capisco come – e se posso – accedere all’edificio. Non ci sono indicazioni e penso addirittura di essermi sbagliato ma guardandomi intorno quello è l’unico edificio retrostante all’ospedale.
Cercando meglio, mi accorgo che c’è un passaggio laterale percorribile oltre le recinzioni e mi dirigo all’area di accesso. Si apre una porta scorrevole, entro e vedo che è ancora tutto in work in progress. Penso di nuovo di essermi sbagliato. Vedo che è tutto in divenire, sono disorientato, non mi pare sia il modo di accogliere un paziente: ci sono ancora scatoloni nell’atrio e nelle zone di passaggio, ci sono operai che lavorano. Il personale sanitario sembra un miraggio. Torno fuori e vedo davanti a me un’area di cantiere. È quasi sera e ho bisogno delle medicine. Rientro, finalmente trovo qualcuno e chiedo informazioni. Mi viene indicato dove andare, al piano terra, trovo una dottoressa gentile e riesco finalmente nel mio intento. Esco e mi guardo nuovamente attorno: vedo altro personale.
Mi sembrano persone spazientite e disorientate. Da cittadino mi son fatto più di qualche domanda. Da quello che ho potuto capire leggendo la tabella “d’accoglienza” la struttura ha due piani. Gli ascensori sono inutilizzabili, quasi tutto è ancora “impacchettato”. Eppure mi pare tutto impossibile: questa “Casa” è tutta una farsa? Cos’è? Cosa sarà? Dai giornali e dai siti istituzionali, pare debba essere frutto di una riforma della sanità territoriale ma quale peso viene dato ad un investimento del genere che – se sono correttamente informato – ha un valore di 6 milioni di euro? Ho in mano la mia impegnativa, esco, andando all’auto ma penso a quelle persone – infermieri, OSS, medici – che lavorano in un posto dove tutto è un divenire. Anzi è un cantiere… di quale assistenza di prossimità stiamo parlando?
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