LA LETTERA
Lettere - Darus Salaam al Comune, Bhuiyan: «Festa per la sentenza ma dove pregheranno i musulmani?»
Il consigliere di minoranza interviene dopo la sentenza del Consiglio di Stato sull'immobile di via Duca d'Aosta. Pur rispettando l'esito formale legato alle norme urbanistiche, il dem critica l'amministrazione e sollecita l'individuazione di un luogo di culto.
Sulla sentenza del Consiglio di Stato, resa nota oggi e che ha posto fine al contenzioso tra il Comune di Monfalcone e il centro islamico Darus Salaam, riceviamo e pubblichiamo un intervento di Sany Bhuiyan, consigliere comunale di minoranza del Partito Democratico a Monfalcone. Bhuiyan propone una riflessione personale, dichiaratamente "da cittadino", sulle conseguenze della vicenda e sul significato politico e sociale della decisione. Nel suo intervento invita a distinguere tra il piano giuridico, che afferma di rispettare, e quello politico, criticando i toni con cui è stata accolta la sentenza e sollecitando una riflessione sul futuro della comunità musulmana cittadina e sulla necessità di individuare un luogo di preghiera. [E.V.]
Ci sono voluti anni, un’ordinanza del 2023, passaggi al Tar, ricorsi al Consiglio di Stato e infine una pronuncia dell’Adunanza plenaria. Alla fine il verdetto è arrivato, ed è definitivo: l’immobile di via Duca d’Aosta è del Comune. Punto. Come cittadino non discuto una sentenza dei giudici amministrativi: è così che funziona uno Stato di diritto, e va bene così anche quando il risultato non piace.
Quello che invece merita una riflessione è tutto il resto: la conferenza stampa convocata apposta, l’aggettivo “storica” speso più volte, il “giustizia è stata fatta” pronunciato come se si fosse chiuso un processo per associazione a delinquere. In realtà si è chiusa una vicenda amministrativa su una destinazione d’uso urbanistica. Non un crimine, non una minaccia, non un’emergenza sicurezza: un edificio usato per pregare, ritenuto non conforme al piano regolatore.
Vale la pena aggiungere un dato che nei toni trionfali non trova mai spazio: questa città cresce, letteralmente, sulle spalle di migliaia di lavoratori arrivati da altrove, molti dei quali musulmani, che ogni giorno riempiono i cantieri navali che fanno vivere l’economia locale. La loro presenza va benissimo quando serve manodopera. Diventa un problema quando quella stessa presenza chiede, semplicemente, uno spazio dove inginocchiarsi a pregare.
In tutti questi anni, nessuno ha mai davvero provato la strada del dialogo: una variante urbanistica concordata, un confronto strutturato con la comunità islamica, così come è avvenuto altrove in Italia senza che questo significasse fare sconti a nessuno. Si è scelta la via giudiziaria, fino in fondo, fino allo sgombero.
La sentenza ha stabilito di chi è il muro. Non ha risposto alla domanda più semplice, quella che resta sul tavolo da domani mattina: dove pregherà questa comunità? Sarebbe interessante vedere quanta enfasi si dedicherà a trovare una risposta, rispetto a quella dedicata ieri ad annunciare la vittoria.
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