Lettere - Città e ‘rischio’ islam radicale: «Non annichilire il pensiero critico nelle scuole»

Lettere - Città e ‘rischio’ Islam radicale: «Non annichilire il pensiero critico nelle scuole»

LA LETTERA

Lettere - Città e ‘rischio’ Islam radicale: «Non annichilire il pensiero critico nelle scuole»

Di Redazione • Pubblicato il 31 Mar 2026
Copertina per Lettere - Città e ‘rischio’ Islam radicale: «Non annichilire il pensiero critico nelle scuole»

Il duro sfogo di uno studente goriziano che denuncia il silenzio del mondo scolastico sulle tragedie legate al fanatismo e invita la cittadinanza a una riflessione profonda sulla reale integrazione.

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Ci scrive uno studente di 17 anni del liceo linguistico di Gorizia, che ha scelto di mantenere l’anonimato, per intervenire nel dibattito nato in questi giorni e rivolgere una riflessione, sia alle due ragazze autrici delle lettere sia all’intera cittadinanza, in merito alle recenti reazioni della vicenda legata alla presentazione del libro dell’europarlamentare Anna Maria Cisint nell’ambito dell’evento “Geografie” a Monfalcone. L’autore della missiva parla di legittimità degli interventi, ma invita a non avere visioni unidirezionali e parziali. (E.V.)

Care ragazze,
Gentili lettori,

Sono uno studente di 17 anni di Gorizia e rivolgo queste righe prima di tutto a voi, ragazze, per esprimervi la mia più sincera vicinanza. Ritengo infatti di ritrovarmi in ciò che avete avuto il coraggio di esprimere nelle vostre lettere, sia riguardo a quanto successo alla presentazione del libro dell’europarlamentare Anna Maria Cisint, sia rispetto alla (quasi) voluta cecità di una buona fetta dei nostri concittadini davanti ad una delle problematiche cruciali degli ultimi decenni: l’Islam radicale.

Scelgo l’anonimato, principalmente per due ragioni. La prima, tra l’altro la più scontata, è un certo disinteresse a rivelare la mia identità; la seconda, invece, è la consapevolezza che ciò che ho scritto non rappresenti un pensiero isolato, marginale, ma che, al contrario, sia condiviso da molti miei coetanei e non solo. In primo luogo, vorrei specificare che l’intervento tenuto dallo studente liceale Umberto Dimitri alla conclusione della presentazione sia stato, a mio avviso, totalmente legittimo. Desidero anzi esprimergli la mia solidarietà, di fronte alla maleducata veemenza con cui è stato ripetutamente fischiato e criticato da una minoritaria parte del pubblico.

Tuttavia, mi sento di dissentire da quanto espresso dallo studente, per le stesse ragioni di unidirezionalità e parzialità avanzate dalla studentessa L. M. nella sua lettera. Infatti, nelle attività scolastiche, come assemblee e incontri con esperti, che possono dare adito a qualche collegamento con la politica, spesso viene valorizzato il punto di vista di una maggioranza, rompendo quei principi di imparzialità e pluralismo alla base di un ordinamento scolastico sano. Non voglio indicare un diretto responsabile di questo stato, ma in tale situazione si possono individuare i germi di un annichilimento del pensiero critico, dovuto alla succube sottomissione di parte della società civile a una sola visione-narrazione del mondo, inquinata dal politically correct e da una certa disinformazione.

Questo punto di vista si presenta, il più delle volte, come una granitica e incontestabile sicurezza, sostenuta da una parte di un preciso schieramento politico, che non perde occasione per appellarsi al pensiero critico, alla diversità, alla libertà di opinione. Ma se il solo pensiero critico accettato è il loro, allora che senso ha riempirsi la bocca di una pletora di belle parole come pluralismo, libertà di opinione e rispetto? Vi è una contraddizione evidente. Queste problematiche si collegano alla percezione che la maggioranza della società civile ha di una minaccia da non sottovalutare: l’Islam radicale. La struggente testimonianza della ragazza bengalese di 23 anni ci indica, con tragica sicurezza, che la tanto decantata integrazione delle popolazioni immigrate di fede islamica è lungi dall’essere realizzata. Si può accettare che, in una cittadina come Monfalcone, da secoli crocevia tra il mondo latino, il mondo slavo e il mondo germanico, una popolazione importi delle pratiche e delle idee, come l’infibulazione o la sottomissione della donna al piacere sessuale dell’uomo, che sono tra le più abiette e aberranti conseguenze del fanatico culto di un dio? La domanda è retorica.

In questo quadro, si cerca di tacciare di razzismo, xenofobia e antislamismo chi, verso questa problematica, non usa mezzi termini per descriverne gli aspetti più infami. Si cerca di minimizzare, in nome di una presunta apertura mentale verso il “diverso”, quegli atti che sono palesi violazioni della dignità umana, quali la reclusione di una povera ragazza, rea di essersi innamorata di un ragazzo cristiano. A scuola si fa quasi a gara di vuoti discorsi in favore dell’integrazione e del rispetto verso le altre culture, ma non si affrontano quasi mai le note dolenti dei fenomeni di immigrazione nel nostro Paese, e ciò conferma una spiccata parzialità, palesemente in contrasto con il pluri celebrato principio di pluralismo.

La radicalizzazione islamica ha già mietuto, a più riprese, un alto numero di vittime. Ricordiamo, tra le tante, Saman Abbas, brutalmente uccisa per essersi rifiutata di sposare il cugino in Pakistan. Vogliamo quindi chiudere gli occhi davanti a queste tragedie collettive, che ci ricordano ogni giorno il prezzo da pagare, secondo un determinato sistema di pensiero, se si vuole condurre una vita libera? Qui non è ammesso nessun relativismo: la risposta è un granitico NO. In conclusione, di fronte alla voluta indifferenza di fronte ad un fenomeno così minaccioso, sorge un interrogativo: fin dove può arrivare la radicalizzazione islamica? Ma soprattutto, saremo in grado, in un futuro più o meno lontano, di contrastarla, senza nasconderci dietro ad un catastrofico quanto immorale buonismo? Le nostre coscienze sono chiamate a rispondere. 

Foto di Fabio Bergamasco

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