Lettere – «Ce la faremo», l’invito di Francovig per dare a Monfalcone un’idea di futuro

Lettere – «Ce la faremo», l’invito di Francovig per dare a Monfalcone un’idea di futuro

LA LETTERA

Lettere – «Ce la faremo», l’invito di Francovig per dare a Monfalcone un’idea di futuro

Di LUIGINO FRANCOVIG • Pubblicato il 16 Giu 2026
Copertina per Lettere – «Ce la faremo», l’invito di Francovig per dare a Monfalcone un’idea di futuro

L’autore riflette su come la ‘città dei cantieri’ possa reinventarsi a partire da una visione collettiva e condivisa dove il disagio «diventa una leva di cambiamento».

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Nuovo contributo di Luigino Francovig. L’autore, ex sindacalista, riflette su quale atteggiamento collettivo si debba adottare per dare a Monfalcone, città che vive «un nuovo disagio» nella sua storia, una nuova idea di futuro. Una visione che coinvolga gli abitanti in maniera partecipativa, andando oltre «conferenze programmatiche», divisioni e attuali direzioni politiche per trasformare una situazione difficile nell’apertura di nuove prospettive di cambiamento per lavoratori e cittadini. [F.D.G.]

“Ce la faremo”.

Vuole essere un invito contro il presente, contro l’avere fretta a schierarsi, a sentirsi sempre i “buoni” contro i “cattivi”, contro i tifosi dei campi diversi che neppure sognano di ascoltarsi fra loro e ancora meno di creare occasioni perché i cittadini, coinvolti in questi processi, possano partecipare e assumersi le responsabilità di elaborare proposte per un futuro desiderabile. Contro chi non vede che il futuro da costruire è sempre una condivisione che fa andare oltre sé stesso, i propri limiti.

Vuole essere un invito a costruire una presa di coscienza che la propria cultura non è esaustiva perché ci saranno sempre altre culture che sapranno vedere e comprendere ancora meglio, e che solo dal confronto si rilevano più complete.

Monfalcone vive un disagio nuovo, mai vissuto prima, sentito come subito, nel rapporto tra il lavoro e la città, tra la fabbrica e la città, totalmente diverso di quello già complesso dei primi cento anni. Dentro alle tematiche in evoluzione di livello mondiale come le guerre, i mercati, l’informatica, le tecnologie, l’energia, l’ambiente, le aziende hanno consolidato la loro strutture con un carico di lavoro importante, unico. Bisogna partire nel cercare di capire questo disagio di crescita, e di come dovrebbe essere, a giudizio insindacabile, di ognuno di noi, una scuola, un luogo di lavoro, un quartiere, una città accogliente, desiderabile. La sfida è far diventare il disagio una leva di cambiamento in opportunità per i lavoratori e i cittadini riducendo le diseguaglianze.

Per non ripetere gli errori del passato e voltare pagina va chiesto a tutte le persone di prendere in mano il loro futuro, facendo emergere una nuova visione di città e una nuova leadership su tutti i piani: economico, politico, sociale, culturale. Infatti, l’intera classe politica si è dimostrata limitata di visione quanto alla ripresa economica locale, ed è poi diventato fallimentare l’affidamento del rinnovamento a una semplice tornata elettorale.

L’essere al vertice di un’organizzazione, avere il comando, le parole, il riconoscimento ha significato poco per la città, mancando la visione da vivere e offrire. È stato un agire solo sulla base dei fatti e su ciò che i fatti permettevano di immaginare, scegliendo la cosa più facile: alzando dei muri, chiudendosi, dividendo, diventando essa stessa la persona del fatto, facendo vivere male il presente e senza offrire un’idea di futuro. Ce la faremo se usiamo i fatti come un trampolino per lanciarsi oltre al punto in cui siamo, ma ancora non sufficiente, di possibilità e alternative fattibili.

Serve andare oltre le conferenze programmatiche, diventate delle pianificazioni del possibile che va fatto, oltre la politica ferma solo ai programmi, diventando autoreferenziale trovandosi sempre spiazzata e in ritardo rispetto alle tematiche. È necessario sostenere il desiderio di un cambiamento di sistema, tale da coinvolgere potenzialmente tutti i centri della società, della vita urbana, per rendere credibile l’obbiettivo di mettere Monfalcone sul binario giusto per affrontare il passaggio del secolo.

Primo, vanno coinvolti gli abitanti chiedendo loro di ideare e contribuire a mettere in cantiere una miriade di progetti. Secondo, che la gestione del processo partecipativo venga attribuito a esperti al di sopra di ogni sospetto con il compito di aiutare la città a reinventarsi. Penso a centinaia di piccole riunioni, in tutti i posti di lavoro, quartieri, scuole per discutere e raccogliere idee, opinioni, proposte, ad esempio: come si è arrivati a questa crisi e quali sono i problemi prioritari; quali sono le risorse non sfruttate della città; come immaginate Monfalcone futura, città attraente e accogliente; chi, come e quando è disposto ad appoggiare e/o a mettere in atto idee, progetti e sperimentazioni.

Coscienti che ogni proposta che emerge cambia il contesto e il senso delle altre proposte, che è inutile fermarsi al primo impatto e giudicare prima del tempo, e nel disegno complessivo, giudicato giusto, che i partecipanti vedono i vantaggi e il riconoscimento del loro contributo. E la diversità verrà vista come condizione, come risorsa. Da una grande campagna di partecipazione e democrazia, ce la faremo.     

Foto di E.V.

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