LETTERE
Lettere – Il cambiamento di Fincantieri come potere industriale ed economico
Luigino Francovig propone una densa riflessione sul mutamento sistemico dell’Azienda nei decenni, focalizzandosi sul rapporto con la politica e richiamandone le responsabilità in materia.
Luigino Francovig propone una riflessione su un argomento a lui caro: il cantiere navale di Monfalcone. In particolare, cita l’evoluzione dell’Azienda come sistema produttivo e non solo dagli anni Ottanta ad oggi, analizzando i mutamenti nel rapporto con sindacati e soprattutto con la politica, richiamata dall’autore ad una posizione di responsabilità. Un focus anche sulle questioni amianto, materiali sicuri e normative in materia di prevenzione. [F.D.G.]
Non c’è più il Cantiere, la fabbrica con i muri attorno che faceva le barche, che trasformava in città Monfalcone, modellandola con l’arrivo di tanti lavoratori. Integrandoli, basta leggere i cognomi, rassicurava un territorio vasto fino oltre il Tagliamento. Un fantasma, finito negli anni Ottanta: il “mito cantiere”, fuori mercato di qualità. E senza barche il mito non ha futuro.
Se ti fermi, se guardi indietro e recrimini, rivendichi, ci rimetti. È stato il pensiero, la sfida che ha guidato i lavoratori, il sindacato nel confronto con la Fincantieri e lo Stato. Non è che si è perso il cantiere che faceva le navi; è che quel cantiere non serviva più. Oggi le navi vengono costruite meglio, con un sistema diverso. Esiste, già funziona dettando le regole sul mercato.
Da allora i problemi sono altri. Siamo davanti ad un laboratorio industriale ed economico che cambia le prospettive, cambia tutto, una narrazione, bisogna conoscerlo. C’è una foto che spiega tutto: la Fincantieri non si incontra in Municipio, sede dello Stato a Monfalcone. La Fincantieri decide di riceve a casa sua nello stabilimento, a margine di un evento, inaugurazione, taglio della prima lamiera. Siamo ad un rapporto “amichevole”: altro è il riconoscimento e rispetto dei ruoli autonomi. La forma è sostanza.
Questo è il punto da approfondire: il cambiamento della Fincantieri come potere industriale ed economico nel rapporto con la Politica di ieri e di oggi. Non è più un’azienda distinguibile circondata dai muri: tutto gli si è avvicinato. Cerco di essere più chiaro: per essere la Fincantieri di oggi, si è diluita, estesa, trasformata in una categoria di funzioni, prodotti e produttori, società di consulenze, studi legali, banche, piattaforme digitali, consigli di amministrazione, bilanci, un rapporto nuovo con la politica. Non identificabile dentro le mura, non separabile, senza confini.
La scelta politica della presidente Meloni con la “delega in bianco” alle grandi industrie, un appalto, diventando produttrice del sistema e sostenitrice con atti a vari livelli è servile, da respingere. Come il “decreto vergogna” dei ministri Giorgetti e Calderone; la cancellazione della parola “vittime” che “deresponsabilizza” i responsabili degli omicidi; i processi fermi, i silenzi sul “amianto mai più” sui nuovi materiali; le firme senza valore e il silenzio sul non rispetto della legge sulla sicurezza 2008 riguardo i 2700 posti spogliatoi; per l’uff. tecnico per 670 giovani previsto presso l’ex albergo operai.
Giusto per ricordare perché questa è sostanza che cambiava la città. Sono le responsabilità di una politica servile, mentre il disegno aziendale di egemonia prosegue. Vedo una piovra con i suoi tentacoli e un disegno che arriva ad utilizzare anche date e simboli, distorcendoli: i lavoratori, gli operai, per loro dipendenti, trasformati in “Maestri del mare” mantenendo sempre i salari bassi; il ricordo delle date del 25 aprile, del Primo maggio; del 28 aprile giornata mondiale vittime amianto dove hanno parlato di sicurezza, di infortuni (bene), cancellando l’esposizione ai materiali, amianto e Fav (gravissimo). Nessun impegno ad utilizzare solo materiali sicuri, e una “Certificazione di salute e sicurezza” con al centro le persone.
Il Padrone di ieri non esiste più: ora è un sistema di responsabilità e in mancanza di autonomia il lavoro sporco viene svolto lontano, da altri, molte volte nelle sedi istituzionali. Per esempio: per la prevenzione della salute e sicurezza sul lavoro vengono elaborate norme e leggi, fatti aggiornamenti, certificazioni dei materiali, decise le applicazioni, tempi e controlli. Si arriva al paradosso di avere tante normative che si ostacolano, mentre dovrebbero essere facili da usare. Le regole dovrebbero essere usate per prevenire dai pericoli potenziali, da quello che potrebbe verificarsi in futuro, non dai danni già avvenuti. Siamo davanti a “Padroni”, perché di Padroni si tratta, pronti a dimostrare il rispetto delle norme e delle leggi, indicheranno responsabili altri, scatole cinesi, per arrivare a chi le leggi le ha fatte. Allora il disegno si completerà, avvera che i lavoratori lotteranno contro le istituzioni che Loro hanno salvato e salvaguardato. Un futuro fosco.
Naturalmente si può far finta di niente, ma la realtà obbliga alla verità, dissolve gli autoinganni di comodo, obbliga ad uscire dal castello istituzionale, dimostrato inutile. Serve una svolta culturale, ricostruire il ruolo, recuperare i ritardi, fare il punto e sporcarsi le mani, avere un pensiero su questo periodo, questo pensiero non è un fatto privato ma collettivo per migliorare la vita delle persone, per formare una comunità. Dopo 8 mesi di incontri amichevoli nel silenzio, l’Azienda detta i tempi: entro l’estate un accordo con il Comune. Si decide della città futura, della vita dei cittadini, allora: quali sono i punti? Sono quelli che vogliono i cittadini? Chi decide per chi? Viviamo nel periodo della sfiducia, dell’io, della mancanza di guida, ma di irripetibili e impensabili opportunità. Oggi la città deve trovarsi, costruire per darsi una risposta.
Foto E.V.
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