LA LETTERA
Lettere - «Arriva l’acqua»: il ricordo di Luigino Francovig del Friuli prima del terremoto
L’autore sottolinea la situazione di povertà, diseguaglianza ed emigrazione che caratterizzava varie aree della regione prima del fatidico 6 maggio 1976.
Paesi e valli che si spopolavano per l’emigrazione, diseguaglianze, povertà e sofferenze per sopravvivere: in questo contributo, Luigino Francovig coglie l’occasione dei 50 anni dal terremoto del 1976 per fornire una fotografia di un Friuli ancora lasciato ai margini del boom economico, soprattutto in determinati contesti locali. Al dolore e alla distruzione di quel 6 maggio, sottolinea l'autore, la popolazione ha saputo però rispondere compatta e solidale, dando vita a una vera «visione di futuro». [F.D.G.]
Erano gli anni dello sviluppo economico, delle riforme che cambiavano lo stato sociale delle persone, sul lavoro, nella vita quotidiana, dove il terremoto ha distrutto, ha ucciso persone, ha lasciato a nudo intere popolazioni. Ha messo in luce, in moto una solidarietà di massa, vasta, che unita alla forza di queste genti ha ricostruito con le stesse pietre, le stesse case, paesi, comunità, respingendo calate di cemento, la distruzione dell’identità.
È servita una visione di futuro con delle priorità di intervento: le fabbriche, le case, le chiese e un grande patto fatto da mille e mille storie umane guidate dai valori. La nostra città ha risposto unita e compatta con una sua specifica di lavoratori e aziende.
Il terremoto ha alzato, anche, il coperchio sulle diseguaglianze, le povertà, l’emarginazione, la sopravvivenza, le sofferenze, l’emigrazione, paesi che si spopolavano, vissute in questa parte della nostra Regione. La foto della comunità che fissa l’arrivo dell’acqua, in questa casa in Val di Resia, parla di questa realtà. Di una famiglia, marito e moglie, della loro casa in pietra, con una stanza dove lo spolert serviva per far da mangiare e riscaldarsi, e una stanza con un letto matrimoniale con i materassi riempiti di foglie di mais, blava. Una piccola porta collegava alla stalla. Non c’era il bagno, il gabinetto all’esterno.
Ma le diseguaglianze continuavano con la mancanza dei servizi, assistenza, con i tempi e distanze da coprire, o degli elettrodomestici ormai di uso comune, il telefono, la televisione. Il tempo era scandito dall’alba e dal tramonto, la solitudine vissuta, con i figli costretti ad emigrare, come gran parte di quelle valli. Facevano parte degli accordi tra L’Italia, il Belgio, la Svizzera, la Germania per oltre 4 milioni di persone italiane. Muratori, carpentieri, meccanici, minatori per ricostruire quei Paesi. Alla Volkswagen, a costruire il maggiolino, il 25% degli operai erano italiani.
Una riflessione sui giovani: per sopperire alla mancanza di giovani lavoratori di quegli Stati, morti in guerra, sono stati utilizzati giovani italiani che venivano da aree sottosviluppate senza prospettiva. Lavoratori cercati ma sempre “ospiti”, emarginati: spaghetti e mafia, locali vietati, costretti a dormire fuori i paesi. Sacrificio e sfruttamento, esclusione sociale e discriminazione strisciante. Vivere nelle valli senza prospettiva o fare l’emigrante significava essere l’ultimo “sempre”. Il terremoto ha distrutto, ha fatto morti, ci ha mostrato tante diseguaglianze in Regione per quelli rimasti, per quelli costretti ad emigrare. Nella solidarietà, nel non lasciare indietro nessuno è stata trovata la forza per ricostruire e cambiare il Friuli.
Foto ricavata dal bollettino del Comune di Monfalcone maggio-giugno 1976 sul terremoto
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