LA LETTERA
Lettere - Ai caduti di Vertojba
Le parole che Massimiliano Fioretti immagina di rivolgere ad una madre in attesa, dopo la notizia a giugno del ritorno in Italia dei resti dei 32 giovanissimi caduti italiani a Škofja Loka in Slovenia.
Ci scrive il direttore del Sacrario di Redipuglia, il Colonnello Massimiliano Fioretti: «Scrissi questa mia ad una madre in attesa a giugno di quest'anno , quando ritornarono in Italia dalla Slovenia i resti di questi ragazzi». Un dialogo immaginario e toccante, su come la Grande Guerra spezzò drammaticamente troppe giovani vite. [F.D.G.]
Ho deciso di scriverti, mamma.
Oggi lo faccio da questo luogo dove mi hanno trovato.
Da una trincea.
Una ferita scavata nella terra e poi ricoperta dal tempo, come se gli anni avessero voluto proteggere il nostro sonno.
Faceva freddo qui.
Ma non lo sento più.
Faceva freddo anche quel giorno che per me è rimasto sospeso, così vicino da sembrare ieri e così lontano da appartenere a un'altra vita.
Eravamo lì, stretti l'uno all'altro come fratelli scelti dal destino. Le coperte umide sulle spalle, il fiato che diventava nebbia nell'aria e gli occhi rivolti a case che non potevamo vedere.
Parlavamo di ciò che avevamo lasciato.
Dei campi dorati dal sole.
Delle piazze rumorose.
Del pane appena sfornato.
Del profumo delle cucine che usciva dalle finestre all'imbrunire.
Di tutte quelle piccole cose che non sapevamo fossero così preziose fino al giorno in cui ce le portarono via.
Marco, il siciliano dal volto scuro come la terra arata, raccontava a Giuseppe di Molfetta le marachelle dei vitellini appena nati.
E Giuseppe rideva.
Rideva davvero.
Una di quelle risate che per un momento fanno dimenticare la guerra.
Francesco ascoltava in silenzio, mentre Simone gli batteva una mano sulla spalla e gli prometteva che saremmo tornati a casa.
Lo diceva con la convinzione di chi ha bisogno di credere alle proprie parole.
Anche il tenente Alessandro era con noi.
Aveva bevuto un sorso di grappa.
Forse per scaldarsi.
Forse per trovare un po' di coraggio.
Forse perché il coraggio, quel giorno, non bastava più.
Poi arrivò il cielo.
Non quello che guarda gli uomini.
Quello che cade sopra di loro.
Boom.
Boom.
Boom.
La terra tremò.
L'aria si spezzò.
Il mondo intero sembrò sbriciolarsi come vetro sotto un martello.
E poi...
Il silenzio.
Un silenzio immenso.
Così profondo da sembrare il mare.
Nessuno parlava più.
Nessuno soffriva più.
Nessuno aveva più paura.
E in quel silenzio capii che stavamo tornando a casa.
Non quella fatta di strade e di muri.
Un'altra casa.
Quella che accoglie chi ha camminato abbastanza.
Sono rimasto qui per anni che non saprei contare.
Sotto la pioggia.
Sotto la neve.
Sotto le stagioni che passavano senza chiedere permesso.
Fino a oggi.
Fino a quando qualcuno ha trovato le nostre ossa e ha restituito un nome al nostro silenzio.
Io, però, il mio nome non lo ricordo più.
Il tempo lo ha consumato piano, come il vento fa con le pietre.
Ma una cosa è rimasta.
La tua voce.
Il tuo volto.
Le tue mani.
E l'amore che portavo con me quel giorno.
Per questo ti scrivo, mamma.
Per dirti che non ho avuto paura per sempre.
Per dirti che non sono rimasto solo.
Per dirti che il freddo è finito.
E che adesso, finalmente,
sono tornato a casa.
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