L’architetto che unì l’Isonzo al Nilo torna a Gorizia, Carigo acquisisce 273 opere di Lasciac

L’architetto che unì l’Isonzo al Nilo torna a Gorizia, Carigo acquisisce 273 opere di Lasciac

la mostra

L’architetto che unì l’Isonzo al Nilo torna a Gorizia, Carigo acquisisce 273 opere di Lasciac

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 22 Set 2026
Copertina per L’architetto che unì l’Isonzo al Nilo torna a Gorizia, Carigo acquisisce 273 opere di Lasciac

Presentati il 21 settembre alcuni bozzetti, un’occasione per celebrare il genio visionario nel 170esimo anniversario della nascita. I disegni rimarranno esposti per le prossime settimane prima di essere sottoposti a restauro.

Condividi
Tempo di lettura

La Madre del Mondo. Così viene chiamata ancora oggi Il Cairo, in arabo Umm al-Dunya. E così probabilmente iniziò a chiamarla anche Antonio Lasciac, architetto mitteleuropeo originario di “Borc San Roc”, che si trasferì nella capitale egiziana conquistando persino la fiducia della dinastia reale. È stata presentata in anteprima ieri l’acquisizione - da parte di Carigo - di quasi 300 opere del genio che unì l’Isonzo al Nilo. Occasione coincisa con il 170esimo anniversario della sua nascita e con la Giornata Internazionale della Pace. Una tavola rotonda organizzata presso la sede della Fondazione di via Carducci, cui ha preso parte la presidente Roberta Demartin insieme alla direttrice di ricerca in storia dell’arte del Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, Mercedes Volait, che scoprì le opere in modo fortuito salvandole dall’oblio. Al convegno moderato dal giornalista e vicedirettore di NEM Fabrizio Brancoli ha partecipato anche il restauratore Adriano Macchitella e l’architetto nonché storico dell’architettura Diego Kuzmin.

«Oggi non inauguriamo soltanto una mostra – rimarca Demartin - ma una scoperta inestimabile, che rappresenta un importante tassello per la storia della città. Qualche mese fa la Fondazione - con discrezione e consapevolezza di responsabilità - ha acquisito un significativo numero di originali di Lasciac. Non si tratta di pochi documenti isolati, ma di un corpus di quasi 300 schizzi di eccezionale interesse, che permettono di penetrare nel suo processo creativo». Gran parte dei materiali non fu mai esposta né resa pubblica, e costituisce un corpus inedito d’inestimabile valore storico e artistico. Una storia iniziata a Parigi e prima ancora in Egitto, dove Volait riconobbe i disegni e decise di acquistarli. «Fu lei a riconoscere l’eccezionale importanza delle opere – considera - e a metterle in salvo». Scrigno prezioso giunto a Gorizia grazie all’intuizione dell’architetto Kuzmin, e in procinto di essere curato dal maestro restauratore Macchitella: «Il contributo di Adriano – precisa Demartin - sarà determinante nella fase di conservazione e restauro che inizierà il prima possibile. Perché acquisire un patrimonio non significa soltanto possederlo, ma in primis averne cura».

A farle eco è anche la direttrice generale Rossella Digiusto: «Gli elaborati – assicura - saranno in primo luogo sottoposti a una valutazione conservativa, con l’intento principale di garantirne la tutela e conservazione». Un’operazione corale che renderà il patrimonio accessibile «alla ricerca e conoscenza», fra i cui disegni compaiono anche due edifici di Gorizia: la chiesa del Sacro Cuore e un progetto di restauro per San Rocco. «La vicenda di Lasciac – riprende Demartin - ci ricorda che Gorizia fu sin da allora uno spazio di incontro e apertura. I documenti che tornano alla città non sono soltanto da conservare e ammirare, ma costituiscono la testimonianza viva di una vicenda umana che nonostante i 170 anni ancora ci parla. Attraverso un archivio che ci consente di riscoprire una città cosmopolita. Perché la cultura richiede studio, confronto, capacità d’osservazione: in questo senso la Fondazione è chiamata a esercitare il proprio ruolo, affinché il lavoro possa divenire conoscenza condivisa. Un investimento – conclude - che scommette sulla capacità della cultura di produrre valore, e la Carigo ribadisce quest’impegno». Quello di Lasciac è un fil rouge di acciaio e marmo che unisce le sponde sinuose dell’Isonzo a quelle imponenti del fiume Nilo, ancora oggi solcato dalle suggestive feluche che dispiegano le vele sin dall’Antico Egitto. Nato nel capoluogo isontino nel 1856 – quando Gorizia era ancora in mano all’Impero austro-ungarico – Antonio lasciò la patria sul finire del 1882, nello stesso anno in cui l’Italia aderì alla Triplice Alleanza tutelandosi contro la Francia.

Insediatosi inizialmente ad Alessandria per ricostruire la città bombardata dalla flotta britannica, venne ingaggiato da una famiglia di banchieri ebrei di origine sefardita legati agli austriaci. Fu nella Place de Consules – oggi Manshia – che eresse l’imponente Okelle Menasce, ispirandosi alla celebre Galleria Vittorio Emanuele di Milano. Ma qualche anno più tardi il destino lo avrebbe condotto nella capitale egiziana, dove nel 1896 iniziò a lavorare al faraonico progetto per il palazzo del principe Said Halim Pascià. Un sodalizio che nel 1907 sarebbe stato coronato dalla nomina a Capo Architetto dei Palazzi Reali da parte del “khedivé” Abbas Hilmi II. Se nel palazzo del principe coniugò Barocco e Rinascimento europeo con il fasto delle antiche dimore islamiche, per la Reggia di Abdine fuse armoniosamente influenze neoclassiche - ispirate alle regge di Versailles e Caserta - a contaminazioni bizantine e islamiche. «Il giorno dell’apertura di questi nove rotoli e una cartella – racconta Macchitella – avevo le mani che mi tremavano per l’emozione: all’interno erano avvolti questi disegni, sembrava di aprire uno scrigno. Erano tubi banalissimi, ma la sete di conoscenza era grande, così come il desiderio di ritrovare Lasciac». Durante la prima fase si tentò di aprire il materiale fragilissimo, mentre successivamente si proseguì con l’enumerazione e la repertazione fotografica. «I fogli – specifica - non stanno aperti una volta srotolati, in quanto acquisiscono la forma del tubo. Sono 273, e il conteggio ci portò via qualche giorno perché i documenti sono lucidi, delicati e si danneggiano facilmente, il più lungo misura 1.75 metri».

Un tesoro prodotto da una figura che «ad appena 26 anni va dall’altra parte del mondo e diventa famoso nel giro di poco – interviene Kuzmin - nemmeno la Tesla è stata così veloce. Divenne l’architetto del khedivé. In realtà, non risulta che si fosse laureato al politecnico di Vienna e neanche in altre università tedesche, diversamente dal fratello o dalla sorella. Lavorò un anno all’ufficio tecnico e per dieci anni da professionista, fino a partire» lasciando a Gorizia una giovanissima Maria Luigia Plesnizer incinta del primo figlio. «Iniziai a studiarlo - rammenta - 30 o 40 anni fa. Gorizia ebbe tre architetti, sottovalutati: il cosmopolita Lasciac, poi Max Fabiani, architetto di Francesco Ferdinando», di lì a poco assassinato a Sarajevo da Gavrilo Princip, dando inizio alla Prima guerra mondiale. «Infine, Nicolò Pacassi: figura della quale mancano studi. Una trentina d’anni fa conobbi Marco Pozzetto, che lanciò la figura di Max Fabiani, mentre Pacassi non ebbe fortuna. Ritengo encomiabile – ammette – il gesto della professoressa Volait nel restituire i documenti alla città». Da quell’incontro fra Kuzmin e Volait nella capitale francese emerse infatti la volontà di restituirli a Gorizia. «La incontrai nel 2015 a Parigi, dove mi mostrò i disegni. Comprese che la conoscenza prevale sul possesso». «Li ritrovai in Egitto un po’ per caso – esordisce Volait – perché un giorno il mio libraio di fiducia mi disse: “Sai, ci sarebbe l’opera di un artista egiziano, devi vedere i disegni”. All’epoca avevo un po’ di soldi da parte, li acquistai e presi a studiarli. Aprii e vidi una firma: Antoine Lasciac. Lui si firmava con tre nomi: Antonio per l’italiano, Anton per lo sloveno e Antoine per il francese». Un ritrovamento casuale, forse appartenuto alla famiglia che aveva abbandonato i locali in cui erano stati accatastati i disegni.

«Produsse una formula – aggiunge - per l’aristocrazia egiziana. Fu un mix di elementi classici e secessionisti offerti a quasi una decina di principi, in cui coniugò modernità e stile arabizzante». Un trionfale eclettismo che lo glorificò come designer di riferimento dell’alta società egiziana e massimo interprete del Rinascimento islamico. Fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, quando gli inglesi lo destituirono dall’incarico di Capo Architetto e Lasciac decise di tornare alla “terra natia”. Qui prese dimora in quella sorta di minareto che iniziò a erigere nel 1909 sul colle del Rafut, oggi in territorio sloveno. Un esotico “buen retiro” dominato dalla torre alta 28 metri a svettare fra i vigneti, inno al multiculturalismo del quale era intriso il suo genio visionario. «L’edificio sul Rafut – spiega Kuzmin - è il suo autoritratto edilizio: inventò questo stile neo-mamelucco, riproponendo le stesse cupole del centro storico, gli stessi portoni, serramenti, con un linguaggio nuovo. Perché usò il cemento colato al posto della pietra artificiale. Ma mentre in tutti gli edifici civili neo-islamici il minareto è collocato solo sul tempio, lui decise di inserirlo nella sua dimora». Le spoglie dell’architetto riposano in seno alla ‘Madre del Mondo’, ma dietro a sé lasciò un parco botanico di oltre 500 specie di alberi a racchiudere e custodire la villa mediorientale. Un vero e proprio manifesto dell’integrazione culturale, che al di là della testimonianza architettonica resta a simboleggiare ciò che oggi i governi mettono a tacere. Quella volontà di gettare ponti fra mondi lontani, stabilire una pace fra universi solo all’apparenza inconciliabili.

Foto, Rossana D'Ambrosio

 

Rimani sempre aggiornato sulle ultime notizie dal Territorio, iscriviti al nostro canale Telegram, seguici su Facebook o su Instagram! Per segnalazioni (anche Whatsapp e Telegram) la redazione de Il Goriziano è contattabile al +39 328 663 0311.


Articoli correlati
...
Occhiello

Notizia 1 sezione

...
Occhiello

Notizia 2 sezione

...
Occhiello

Notizia 3 sezione