Lamante a Gradisca sbarca a Onde Mediterranee: «La musica crea incontri improbabili, questo il suo valore»

Lamante a Gradisca sbarca a Onde Mediterranee: «La musica crea incontri improbabili, questo il suo valore»

LE PROPOSTE DEL FESTIVAL

Lamante a Gradisca sbarca a Onde Mediterranee: «La musica crea incontri improbabili, questo il suo valore»

Di Ivan Bianchi • Pubblicato il 30 Lug 2026
Copertina per Lamante a Gradisca sbarca a Onde Mediterranee: «La musica crea incontri improbabili, questo il suo valore»

L'artista vicentina protagonista del festival racconta il nuovo album, il rapporto con i sogni e il concerto in arrivo. «Qui il pubblico vive un'esperienza che va oltre l'esibizione».

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C'è un filo che unisce memoria, sogni e luoghi nella musica di Lamante: la cantautrice vicentina, tra le voci più originali della nuova scena italiana, sarà tra le protagoniste della nuova edizione di Onde Mediterranee a Gradisca d'Isonzo, un festival che conosce da tempo e che considera molto più di una semplice rassegna musicale. «Lo seguo da anni - racconta a Il Goriziano - ed ero venuta anche quando aveva suonato La Rappresentante di Lista. È uno dei pochi festival in Italia dove, oltre alla musica, si affrontano temi importanti come l'attivismo e le guerre. È un'esperienza a 360 gradi, non c'è soltanto l'esibizione. Per un'artista è bello essere ospite di un contesto così, perché sai che troverai un pubblico con un'attenzione e una cura particolari».

Sul palco, sabato 1 agosto, aprirà la serata alle 21, mentre a seguire, alle 22, sarà la volta di Joan Thiele, porterà i brani di Non dico addio, un disco nato da un periodo profondamente personale e che oggi sente in modo diverso rispetto ai primi mesi dopo la pubblicazione. «All'inizio avevo quasi un rapporto conflittuale con queste canzoni, quasi di rabbia. Facevo fatica a rendermi conto di quanto stessi affrontando: il mio subconscio correva molto più velocemente di quanto riuscissi a elaborare. Oggi invece il rapporto è cambiato completamente. Mi piace suonarle dal vivo, sento una leggerezza nuova e il desiderio di raccontare quello che è successo. È diventato un rapporto d'amore».

L'origine del disco è legata anche ai sogni, che per Lamante rappresentano da sempre una parte fondamentale della propria vita. «È stato un momento irripetibile, e da un lato spero che non si ripeta più. Ho sempre avuto un'attività onirica molto intensa: da quando avevo tre anni dormo pochissimo e con un sonno leggerissimo, tanto che ricordo quasi tutto quello che sogno e lo trascrivo. A un certo punto non avevo più parole per raccontare quello che stavo vivendo e mi sono aggrappata proprio ai sogni. Il primo disco, In memoria di, era ormai concluso, ma quei sogni continuavano. Era come se mi stessero dicendo che stavo entrando in un altro mondo».

Anche per questo motivo i suoi album seguono un percorso quasi autobiografico, pur partendo spesso dalla storia della famiglia. «Il primo lavoro raccontava ciò che c'era prima di me. Ho raccolto l'archivio familiare, i diari di mio nonno, le lettere di mia zia e ho cercato di ricostruire quel tempo, un po' come accade nel libro Quando Teresa si arrabbiò con Dio. Era un viaggio dentro la mia famiglia prima ancora che dentro me stessa».

La scrittura, però, non nasce mai da un progetto prestabilito. «Sono le canzoni a decidere dove vogliono andare. Se un giorno una mia canzone mi chiederà di essere più leggera, io la seguirò. Non credo di dover imporre una direzione».

Determinante è anche il rapporto con il territorio in cui è cresciuta. «Mi sento molto legata alla mia terra. Credo che la geografia di un luogo influenzi profondamente il modo in cui una persona scrive. Io sono nata e cresciuta a Schio, dove convivono la terra, gli animali, il fango e le montagne più alte. C'è un continuo rapporto con qualcosa che va oltre il quotidiano e questo contrasto vive dentro le mie canzoni».

Un'atmosfera che ha voluto ritrovare anche durante la registrazione dell'album: dopo un primo tentativo in studio, la scelta è ricaduta sulla chiesa di San Francesco di Schio. «Tutto suonava come non doveva suonare. Cercavamo un certo tipo di organo e di harmonium e abbiamo capito che dovevamo registrare altrove. Quella chiesa è un luogo in cui sono passati tutti i miei parenti e possiede un'energia fortissima. Entrandoci cambiava tutto: in uno studio di registrazione fumi, bevi, dici parolacce. In chiesa, invece, avevamo la sensazione di disturbare qualcuno. È stata un'esperienza quasi mistica. In quel periodo, tra l'altro, stavo leggendo molto Gurdjieff: le mie ispirazioni arrivano più dalla letteratura che dalla musica».

Per Lamante, la musica resta soprattutto uno spazio di incontro. «L'ho sperimentato anche tra generazioni diverse. A Schio esiste un coro sociale formato da persone di una certa età che cantano brani popolari. Abbiamo creato un laboratorio insieme alla Lamante Band, rielaborando quei canti e condividendoli con loro. Succede anche in famiglia: la musica riesce a riunire parenti che magari non si vedevano da anni. Ti porta a fare incontri improbabili, ed è proprio questo il suo bello».

Alla fine dell'intervista resta una domanda, più che una risposta, quella che la stessa artista continua a portarsi dentro e che spera possa accompagnare anche il pubblico dopo il concerto di Gradisca. «Da un paio d'anni mi interrogo su una riflessione che ho trovato anche nello scrittore premio Nobel Han Kang: i vivi possono salvare i morti, ma possono i morti salvare i vivi?». Una domanda aperta, sospesa tra memoria e futuro, proprio come le sue canzoni.

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