la vigilia dell'epifania
In migliaia a Grado per le Varvuole, torna lo spettacolo itinerante
Anche nella 14esima edizione le Streghe del Mare hanno stregato grandi e piccoli per le vie dell’Isola d’Oro.
Si nascondono tutto l’anno sotto le alghe della laguna, per mostrarsi alla vigilia dell’Epifania su “batele” di cristallo con la complicità delle maree. Sono le Varvuole di Grado, che il 5 gennaio assaltano l’isola per rapire i “mamuli” cattivi non appena scendono le tenebre: così racconta la leggenda tramandata oralmente dai nonni ai nipoti. A sospingerle verso l’isola è stato quest’anno il gelo del borino e dei fiocchi di neve, che hanno reso ancora più incantato l’arrivo senza scoraggiare le migliaia di persone assiepate a porto Mandracchio. Fra lamenti e grida le «streghe brutte e maligne» descritte da Giovanni Marchesan “Stiata” in “Strighissi: storie ‘graisane’ da ascoltare” sono comparse dal chiaroscuro di un’atmosfera magica e surreale, che ancora una volta ha rapito turisti e isolani. Se già Pirandello - a Grado nel giugno del 1928 – trasse ispirazione dalle Varvuole per “Le donne” de "I giganti della montagna", il gradese Tullio Svettini ci allestì una pièce teatrale: «Dai 'Strighissi" – ricorda – traemmo uno spettacolo che debuttò in vari centri della regione. Una variante di queste streghe possiamo trovarla a Isola d’Istria, dove vengono chiamate Barigole». Vecchie stuoie o brandelli di rete sulle spalle, le streghe sono balzate fuori dalle imbarcazioni di Grado Voga per strisciare fra campi e calli e - secondo il folklore - insinuarsi nelle abitazioni. Per questo, prima che sopraggiungano è necessario aspergere i quattro angoli delle case con l’acqua santa, benedetta alle 16 di ieri da don Paolo Nutarelli nella Basilica di Sant’Eufemia. Misteriosa è l’origine stessa del loro nome, forse nato con le leggende di mare: «L’etimo non è noto – spiega il giornalista Leonardo Tognon - ma in realtà si possono identificare come streghe della laguna. Potremmo definirla l’unica leggenda popolare dell’isola che ancora si tramanda di padre in figlio, profili fantasmatici che Domenico Marchesini definisce come simboli degli elementi naturali del paesaggio marino».
A raccontarci di loro è poi il poeta Biagio Marin, forse influenzato dai racconti della nonna Tonia nelle sere d’inverno intorno al “fogher”: «Lustrè, lustrè co’ l’agio i cadegnassi/ le seraùre dure e quele mole,/ i feri de la porta i alti e bassi/ se no volè che vegna le varvuole», scrive nei suoi versi, ricordando di strofinare l’aglio per sbarrare loro l’accesso da infissi e portoni. «Erano fate – prosegue Tognon - donne reali o streghe? Chi lo sa. C’è l’accento ai “dinti de fero”, alle “gambe de morelo” e alla “batela” trasparente, ma non hanno nulla a che spartire con la Befana». Due gli elementi in antitesi: sacro e profano coniugati assieme, da un lato attraverso la benedizione dell’acqua santa, dall’altra con l’utilizzo dell’aglio. «È importante - rimarca - mantenere viva sia la tradizione religiosa che la parte profana. Nel racconto si dice che per evitare l’arrivo delle Varvuole bisognava aspergere gli angoli delle abitazioni con l’acqua santa portata a casa dai bambini. Nella parte profana con l’aglio si doveva ungere la crucca, la serratura e tutti gli infissi, evitando che entrassero nelle case». È il 1953, quando al Festival della canzone gradese il poeta Mario Pigo trasforma con la musica di Dante Marchesan la leggenda in canzone: è così che nasce “Onto-Bionto” (“Unto e bisunto”). «Le Varvuole arrivavano dalla laguna – precisa – presentandosi il cinque, dopo essere rimaste nascoste sotto le alghe tutto l’anno. Quando ci sono grandi escursioni e grandi basse maree con giornate buie e lunghe, per tenere tranquilli i bambini, genitori e nonni dicevano: “Attenti che arrivano le Varvuole”. Arrivavano in porto, tiravano su le loro imbarcazioni indossando questi scialli neri, brutte da vedere, con le gambe lignee secche, il naso appuntito e i denti “de fero”. Andavano a raccogliere la genìa, quei monelli che non si erano comportati bene durante l’anno. E come entravano nelle case, se i bambini avevano portato l’acqua santa e asperso gli angoli, e le crucche erano state unte con l’aglio, lo stesso con cui si fa il boreto? Entravano dal camino», rivela.
Unte e bisunte scendevano giù per quei comignoli che a Grado sono uno diverso dall’altro, «un po’ la firma di chi ha realizzato la casa», e capitava che perdessero un loro figlio: «Conteva i nostri veci/che tanto tempo fa,/vigniva le Varvuole /i mamuli a ciapà;/ma un ano per la fuga,/de 'ndà pel so destin/le s'ha lassao so figio/in t'un camin». «La canzone dice “Onto-Bionto su la caina monto burububu” – chiosa - e la “caina” è quel gancio del foghèr dove si reggeva la pentola, in cui si cuoceva la polenta nel “cugiaron” piuttosto che il boreto». Nulla a che vedere con il forno a microonde, di certo il fogher (fratello del “fogolar furlan”) riuniva la famiglia nel calore del racconto orale e della dignitosa miseria. «Non c’era il riscaldamento – specifica - ma solo il foghèr al centro con la legna, ecco perché la “caina”». Dopo aver messo nel sacco di juta i bambini si allontanavano sulle spiagge deserte cantando e ballando fino all’alba, per poi tornare in fondo alla laguna. «La canzone – avvisa - ammonisce i bambini: attenzione che un anno si sono dimenticati nella fretta “el bufolin”, un loro figlio. “Bufolin” significa “nero”, “sporco”, che ogni anno tornano a cercare». Fra leggenda e mitologia la sfilata di streghe e mostri “gentili” si è spostata dal porto verso il centro in un corteo di nonne con l’aglio e monelli tenuti stretti. «È una tradizione molto legata ai bambini - osserva ancora - in quel legame famigliare dove è il nonno che raccomanda ai piccoli di comportarsi bene tutto l’anno». Dalla tensione dell’attesa fino al percorso nel Castrum, lungo le calli più strette chiamate “babau”: «C’è una zona che non ha nome, ma si chiama “babau” – chiarisce - perché è la più buia e fa paura». Racconti tramandati anche da monsignor Luigi Pontel, scomparso da anni, che rievocano gli antichi timori per le scorribande dei pirati: «La paura delle invasioni dal mare – riprende Svettini - della pirateria degli Uscocchi o di altri nemici quali la miseria, la fame e le superstizioni, fecero nascere queste leggende mostruose». «Non ci sono solo le streghe di mare – evidenzia il regista dello spettacolo Valentino Pagliei - che arrivano nella stessa notte della Befana, ma non vanno confuse con questa».
Se la Befana arriva sulla scopa di saggina portando doni, le streghe del mare volano sfiorando le acque sulle “batele” di vetro per sottrarre i bambini alle famiglie: «Possono dominare le maree – sottolinea – e invadono l’isola portando scompiglio, trasformandosi in qualsiasi cosa. Tu vedi un cumulo di sabbia, ma potrebbe essere che lì dorme una varvuola, oppure è appostata lì per rubarti il figlio. Tuttavia, se si trattano bene i piccoli delle streghe la famiglia di pescatori locali potrebbe fare il giorno dopo o nella stagione successiva una pesca miracolosa. Quindi, rappresentano un po’ lo spauracchio per raccomandare ai bambini di non allontanarsi troppo, in un’isola in cui bisogna tenere a bada i piccoli, considerarti un valore produttivo per la famiglia oltre che affettivo. E questa tradizione viene gelosamente custodita dai gradesi». Al suo secondo anno come regista dello spettacolo, Pagliei ribadisce l’importanza di ravvivare la tradizione limitandosi «a manovrare» le diverse tappe, supportato dall'assistente Francesca Cozzini. «Lo scorso anno lo intitolai “La danza degli elementi”, per questo 2026 ho scelto d’intitolarlo “Metamorfosi” – precisa l’autore dei testi - in quanto oltre che un riferimento a Ovidio si tratta di un invito. Dove in parallelo alle figure magiche che governano gli elementi, noi stessi dobbiamo essere in grado di governarci nella misura in cui siamo magici e miracolosi, come lo è la vita in sé». Immagini sincretiche, quelle delle Varvuole, che secondo Pagliei «riprendono anche antiche figure romane». «Queste figure affascinanti – aggiunge - portano con sé il discorso della soglia: esistono o non esistono? Si vedono o non si vedono? Vengono tramandate dagli anziani e parlano di forze della natura benigne e maligne, per affinare la percezione delle forze naturali e meglio comprendere quando scansarsi o lasciarsi andare al loro premere». Sei le tappe di questa 14esima edizione, influenzata dai “Fleurs du Mal” di Baudelaire e arricchita dalle traduzioni in lingua tedesca di Eva Loss: «Quest’anno abbiamo coinvolto ancora più attori professionisti – interviene la direttrice artistica Cristina Rovis – e ci sono più parti in tedesco. Nel 2025 ci furono circa tremila spettatori».
Oltre all’associazione Grado Voga e al prezioso lavoro di Pier Regolin, alla manifestazione hanno collaborato ASD QuattroQuarti, la Banda Civica Città di Grado, Quelli del Festival, ASD Gradese Subacquei, la sezione di Grado dei Marinai d’Italia e della Lega Navale e infine i Graisani de Palù. Dallo sbarco in porto nella tappa “Aqua” con il monologo del Mostro Ballarin (Luca Galardini) e la scatenatissima capovarvuola Ornella Dovier, alla Danza del sale nella successiva “Aer”, dove il corteo si è snodato lungo via Conte di Grado, piazza Duca d’Aosta e Campiello Porta Grande. Fino all’affascinante Danza del fuoco in “Ignis”, dove la cantante lirica Elisa Iovele e la giocoliera del fuoco Eva Tomat hanno ammaliato il pubblico di piazza Duca d’Aosta. Campo dei Patriarchi ha poi ospitato la Danza della purificazione di “Aether”, in cui l’attore Peter Malič e la cantante gradese Isabella Polo si sono esibiti in un canto di Eric Satie in gradese – tradotto dal nonno di Marta Chiusso, Ferruccio Tognon - e in tedesco, insieme all'arpista Valentina Rosso. Allegoria in cui i candidi personaggi hanno toccato le anime – e qualche astante del pubblico – a simboleggiare la possibile catarsi. La penultima tappa della “Terra” si è svolta presso la Casa della Musica, con la vox populi dell’attrice Daniela Gattorno: «Lei è la popolana – spiega Pagliei – secondo cui quando un governante decide di fare guerra e saccheggiare altre genti, non sarebbe così stupido ribellarsi: e invece che sparare proiettili, sparare amicizia». «Noi non andiamo in Paradiso – riflette citando il suo testo – ma proveniamo da questo, e siamo piccoli angeli in grado di scegliere se crearci un altro Paradiso». Il culmine della rappresentazione è stato infine coronato dallo spettacolo di danza a cura di Dance All Day diretto da Chiusso e Nicole Cadenaro, dove in una sorta di climax ascendente hanno cantato i piccoli del coro Conchiglia d’Oro. «La morale – conclude - è che il cambiamento è possibile, e le metamorfosi avvengono anche quando ci opponiamo. L’importante è essere maggiormente consapevoli di ciò che accade nel mondo, per cogliere la magia che abita in noi». (Foto, Rossana D'Ambrosio)
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