il documentario
Il regista Morassutti presenta ‘Memorabilia’, storia della famiglia segnata da Michele Sindona
La parabola dei Morassutti, con attività anche a Gorizia e Staranzano, verrà raccontata dallo stesso autore giovedì 15 gennaio alle 21 al Cinema San Vito di San Vito al Tagliamento.
Il regista, attore, produttore e sceneggiatore Giovanni Morassutti nasce a Padova nel 1980, pur avendo le sue radici in Friuli, dove la famiglia fu attiva sin dal Settecento nella nota impresa di ferramenta e casalinghi. Incoraggiato da Susan Strasberg a intraprendere la carriera teatrale si trasferisce a New York per formarsi al Method acting, raccontandone l’evoluzione con una mostra online e il documentario “Personal Dream Space”. Oltre al teatro si dedica al cinema e alla televisione, interpretando ruoli in “Un papà quasi perfetto”, “Il maresciallo Rocca e l’amico d’infanzia” e film quali “P.O.E. – Poetry of Eire” o “Affittasi vita” in concorso ai David di Donatello. Giovedì 15 gennaio - nella città d’origine di San Vito al Tagliamento - presenterà il docufilm “Memorabilia – Una storia di famiglia” (2025), in cui ripercorre l’impronta lasciata dalla ditta Paolo Morassutti attraverso le testimonianze degli ex dipendenti. Intervistato in anteprima, ha approfondito le tematiche del suo cinema, oltre che il rapporto con la famiglia d’origine, l’intervento del faccendiere Michele Sindona e l’evoluzione del suo percorso interiore.
“Memorabilia” è un docufilm sulla tua famiglia, di antiche origini, ma anche un accorato appello ai giovani per mantenere vivi i valori che hanno contribuito a unire il nostro Paese. Quali sono i tuoi legami con il Friuli Venezia Giulia? Esisteva un punto vendita anche a Gorizia?
Nel 1979 il mio prozio Bruno, insieme a Memoli, Gussoni e Benevento, progettò il quartiere residenziale di edilizia economica e popolare a Staranzano. Ma i miei legami con il Friuli Venezia Giulia sono legati più che altro all’infanzia, in quanto venivo spesso a San Vito al Tagliamento, dove i miei nonni avevano una casa e a fine Settecento era nato un primo negozio della ditta. Il legame con il Friuli si è sviluppato soprattutto negli ultimi anni, quando ho iniziato a organizzare una serie di iniziative nel campo delle arti per dare alla regione una visibilità più internazionale, in quanto partner della piattaforma Google Arts & Culture. A Gorizia c’è stato comunque un periodo in cui avevamo alcuni negozi. L’azienda era partita dal Friuli e si è espansa inizialmente tra Friuli e Veneto, e infine sull’intero territorio nazionale, esportando anche all’estero.
Un lavoro di scavo continuo nel passato, intercalato al presente attraverso interventi di protagonisti ancora in vita o scomparsi di recente: «Gli antichi Romani erano convinti che la memoria risiedesse nel cuore», spieghi nell’incipit. Che importanza riveste la memoria, in un tempo dove la lettura dei libri rimane privilegio di pochi e la narrazione diviene breve filmato al cellulare?
Alla memoria può essere anche associata un’emozione di malinconia, cosa che nel mondo in cui viviamo non viene considerata un’emozione positiva. La fretta di oggi e la necessità di guardare sempre in avanti rappresenta forse un po’ un antidoto contro questa sensazione. È anche vero che quando uno ricorda lo fa nel presente, nell’hic et nunc. Per me la memoria è uno dei temi principali della ricerca artistica, che mi aiuta a capire chi sono anche dal punto di vista critico. Avendo vissuto tanti anni fuori dal nostro Paese, mi sono creato un’identità al di là delle mie origini familiari, così la memoria mi aiuta a comprendere meglio chi sono ora e in cosa assomiglio ai miei antenati. In questo 2026 cade il 150esimo anniversario della nascita del mio bisnonno Federico, e il film omaggia anche la sua figura. Sta viaggiando nel circuito dei festival, ma una prima proiezione per il territorio la facemmo nel giugno dello scorso anno in versione ridotta. Questa che si terrà a San Vito sarà la prima proiezione in versione integrale per il pubblico, poi ne organizzeremo un’altra al Visionario di Udine per il 6 febbraio. Nell’ambito della memoria, avevo già allestito una mostra online sulla storia della mezzadria, che ha messo i semi a questo film, in quanto la mia famiglia in Friuli si occupava anche di agricoltura. Una mia citazione dice: «Preferisco ricordare, anche se a volte può essere molto doloroso». Per me lo è stato, ma nonostante tutto preferisco comprendere, piuttosto che dimenticare.
Quella della vostra famiglia è una storia di dedizione al Paese, che ha assicurato benessere e coesione sociale e ancora oggi mantiene viva la cultura con la compagnia Arlecchino Morassutti. Fino all’arrivo del faccendiere Michele Sindona, che ha distrutto le foglie della “palma”, senza tuttavia consumarne le radici. Se l’economia del nostro Paese fosse sostenuta dagli stessi solidi princìpi, forse l’Italia avrebbe ancora un roseo futuro. Percepisci una volontà di cambiamento in positivo, nel governo, oppure una chiusura alla cultura, con cui – come ebbe a dire il ministro Tremonti – “non si mangia”?
Non la metterei tanto sulla questione politica. Da diversi anni collaboro con un ente nordamericano che si occupa di teatro contro il cambiamento climatico, e sono referente per l’Italia del festival Climate Change Theatre Action, che nel 2025 ha compiuto il decimo anniversario. Per risponderti, mi ricollegherei non solo all’Italia, ma a movimenti come quello di cui faccio parte, che si occupano di promuovere iniziative a livello artistico con cui immaginare un futuro non necessariamente distopico, ma anche basato su valori quali l’equità sociale o la sostenibilità. Contro questa finanza tossica dei faccendieri, che in primis con Sindona negli anni Settanta ci hanno proiettato in una dimensione diversa. Ritengo che i giovani di oggi siano molto più interessati ai valori celati dietro a un’azienda, piuttosto che al solo profitto. Credo che ci sia un desiderio di modificare un certo modo di operare in direzione di un’economia più etica, di un capitalismo maggiormente basato su valori quali la solidarietà e la componente umana delle relazioni. Il mondo si divide sempre in due parti: io cerco di guardare a quella migliore, che ha voglia di cambiare e chiede giustizia ai governi anche attraverso un cambiamento delle policy, non soltanto con soluzioni basate sul mercato
Una volontà di cambiamento che però si scontra con realtà più complesse. Mi riferisco all’uccisione di Minneapolis e al presidente Trump, che intende comprare la Groenlandia…
Sì, il potere è in mano ai “cattivi”, passami il termine. Finché sarà così è difficile contrapporsi per cambiare. Pendiamo gli investimenti sulle armi. I cittadini italiani non hanno protestato più di tanto, ma il problema è che non si sa che fare per modificare lo stato delle cose. Ciascuno lo può nel suo piccolo, che è già qualcosa, ma a livello di cittadinanza o comunità resta difficile.
La mia sensazione è che l’onestà sia rimasta prerogativa di pochi e l’immoralità sia ormai diffusa a livello capillare, andando anche a stravolgere la struttura socioculturale: “Felici pochi e infelici molti”, scriveva Elsa Morante…
Il benessere delle persone, come nel caso dei collaboratori della mia famiglia, era una priorità. Far star bene e far sì che ci si possa esprimere al di là del lavoro d’ufficio è una visione per quegli anni lungimirante. Dare valore alle persone e alla loro vita, e non solo all’algoritmo o ai tweet su X, è un altro approccio, di cui c’è grande bisogno. In tal senso il mio documentario, nel suo piccolo, può rappresentare l’esempio di un’azienda che ha puntato sulla dignità e il benessere dei collaboratori.
Ritieni che all’Italia manchi una visione d’insieme “internazionale”? Pensi che sia troppo “calata in se stessa” e dunque incapace di guardare al di là del suo naso?
Sì, assolutamente. Anche se non è possibile generalizzare, laddove l’Italia è fatta dagli italiani, e ciascuno ha la sua mentalità. Sicuramente a livello culturale il Paese tende a essere tradizionalista, ancorato ad abitudini che impediscono di mettersi in discussione per cogliere una visione differente. Mentre New York è una città basata realmente sulla diversità, dove sei consapevole che il tuo vicino è diverso da te, vuoi come religione, etnia, orientamento sessuale o altro, e lo consideri come un valore aggiunto. Per l’Italia, ho invece la sensazione che più le cose restano come sono sempre state più sono rassicuranti, ed è difficile cambiare la realtà.
In fondo New York è un po’ come Londra: anche nella capitale britannica sono presenti diverse etnie o religioni. Non a caso i due rispettivi sindaci sono stati eletti per la capacità di accogliere la diversità…
Decisamente.
Passando alla successiva domanda: perché hai scelto di fondare in Friuli una residenza per artisti, e che ruolo svolge?
Ho deciso di fondarla perché ho immaginato che questo spazio potesse trasformarsi in un laboratorio creativo. E sono stato ispirato anche da mio padre, che negli anni Novanta aveva iniziato un po’ questo progetto - in quanto è anche scultore e fotografo - invitando alcune artiste e collaboratrici dall’estero. Nella mia esperienza di vita, ho lavorato per anni con la regista newyorkese Ellen Stewart – in arte “La Mama” – che aveva fondato sulle colline di Spoleto una residenza artistica. Collaborando con lei vi ho trascorso molti mesi estivi. E ho avuto modo di riflettere in una realtà immersa nella natura, con artisti provenienti da tutto il mondo. Mentre trovo che il Friuli sia la regione meno mainstream dell’Italia, e questo mi ha spinto a valorizzarne il territorio con la residenza, che intende essere anche un volano per il turismo culturale. In veste di direttore artistico ricevo candidature da tutto il mondo e valuto i progetti da realizzare.
Che traccia hanno lasciato, in te, Ellen Stewart e John Strasberg?
Ellen Stewart la chiamavano “La Mama”. Se vogliamo, per me è stata una sorta di madre, come per tanti altri artisti. Di per sé il teatro La Mama - e quanti hanno lavorato con Ellen - è considerato una famiglia, la “La Mama Family”. Averne preso parte mi ha ispirato per lo stesso documentario: il senso di famiglia ricordato dai dipendenti dell’azienda io l’ho ritrovato con lei, attraverso il suo teatro. Lasciandomi in eredità questo senso di appartenenza a un gruppo di artisti. Quando eri in crisi e ti rivolgevi a lei, diceva sempre: “Keep doing what you are doing, baby”, “Continua a fare quello che stai facendo”. Era una figura in grado di incoraggiare l’iniziativa di ciascuno, che mi ha infuso coraggio sospingendomi a seguire la mia strada. Con John ho collaborato per più di vent’anni, e in egual misura mi ha fatto comprendere l’importanza di realizzare ciò che desideri. Oltre al lavoro svolto sulla mia attività, mi ha consentito di sviluppare il processo creativo, ed è stato sicuramente una figura paterna.
Sei riuscito a recuperare il tuo rapporto con tuo padre?
Dal film cos’hai colto, rispetto a questo?
Intanto una volontà di allontanarsi dal luogo di origine e prendere le distanze dalla scomodità del tuo cognome, che effettivamente serba il peso di secoli. Da una parte è un peso, dall’altra è un elemento di cui andare orgogliosi. Leggo che hai voluto prendere le distanze da tuo padre, presente tuttavia nel finale attraverso una sorta di riconciliazione. Forse in questo docufilm tu lo hai volutamente accennato, tenendolo un poco nascosto.
Sì, la figura del padre rappresenta tutta la parte della mia famiglia paterna, ciò che lui ha a sua volta rappresentato per me: il mondo dei Morassutti, della ditta. Questo film per me è stato un tentativo – in parte riuscito – di riappacificarmi con quella parte di me e quel mondo, e con la stessa figura paterna. L’hai letto in maniera decisamente corretta.
Oltre che calcare la passerella del 71esimo Festival di Cannes con il corto “For time being” di Daniela Lucato, hai interpretato parti in serie televisive come “Il maresciallo Rocca e l’amico d’infanzia”. Qual è la passione più grande, per te: cinema, teatro o televisione? Pensi che possa essere diversa, la fruizione del pubblico italiano e quella all’estero?
Il teatro è l’arte, il cinema è la fama, e la televisione sono i soldi. Tutte e tre le cose hanno una loro importanza. Come artista, per me il lavoro più entusiasmante è quando ho la possibilità di lavorare su un personaggio che sia ben scritto e richieda un’indagine psicologica approfondita. Cosa che in televisione o nel cinema è più difficile. Per quanto riguarda il pubblico, essendo l’Italia legata a una serie di abitudini, c’è poco spazio per una reale sperimentazione o per proporre cose un po’ fuori dagli schemi. Al contempo, ritengo che il pubblico sia interessato alla novità, ma per l’approccio alla recitazione all’estero è diversa. Mentre in Italia c’è più l’idea di essere attori, con il rischio di produrre una recitazione esteriore, negli Stati Uniti l’elemento preponderante è piuttosto raccontare la vita di un altro personaggio, di un altro essere umano: immedesimarsi nella maniera più credibile in colui che interpreti, dimenticandosi anche di essere in un film e cercando di vivere quella vita lì.
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