I ‘Guardatori’, così l’arte da Gorizia a Parigi diventa anche suono

I ‘Guardatori’, così l’arte da Gorizia a Parigi diventa anche suono

intrecci creativi

I ‘Guardatori’, così l’arte da Gorizia a Parigi diventa anche suono

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 05 Apr 2026
Copertina per I ‘Guardatori’, così l’arte da Gorizia a Parigi diventa anche suono

Alla Galleria Continua della capitale francese Sedmach espone a Le Marais, Crico firma il progetto nato con Go! 2025 e Benfatto dà voce alle opere in una performance tra poesia e musica.

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Sorge a Le Marais sull’effervescente Rive Droite di Parigi, ed è una delle gallerie internazionali più rinomate al mondo. Qui alla Galleria Continua – che ha sedi anche a San Paolo, Pechino, L’Avana e Dubai, oltre che in Italia – rimarranno esposte fino al 30 maggio alcune delle opere di Manuela Sedmach, artista triestina che insieme al goriziano Ivan Crico ha preso parte al progetto curato dall’associazione QuiAltrove, nato in seno a Go! 2025. «Lo scorso anno l’associazione aprì a Gorizia questo spazio – spiega Crico - grazie ai bandi per la valorizzazione di via Rastello. Fra le diverse proposte elaborate durante la mostra pensammo con Manuela di creare eventi per la Capitale Europea della Cultura con una serie di attività, letture e presentazione di libri». Fra ombre e figure di foglie è stata così inaugurata a due passi dalla Senna la mostra “Guardatori” (“The Watchers”), dove a fine marzo ha preso vita la performance dominata dai vocalismi della solista originaria di Redipuglia Erica Benfatto. «Manuela ci ha chiesto di dare un suono alle sue opere – racconta Erica - e il lavoro proposto è stato quello di proiettare i suoi dipinti al proiettore improvvisando con i suoni».

Dopo il diploma al “Max Fabiani” Erica si dedica allo studio della musica antica e alla sperimentazione sonora collaborando con l’Accademia Jaufré Rudel. Numerose le formazioni corali cui partecipa anche in qualità di solista, fino a costituire un ensemble insieme a Katia Marioni e Martin O’ Loughlin. «Sono appassionata di poesia – confessa – e ho sentito molto forte quest’esigenza di improvvisare testi usando la voce». Con l’idea di fornire un suono alle immagini Benfatto si è esibita nella capitale francese in liriche e suoni accompagnando il testo “Write storming” letto durante l’inaugurazione: «Con il nostro gruppo – riflette - realizziamo piccoli componimenti incentrati sulla natura e sul sentire. Non suoniamo gli strumenti in maniera convenzionale, ma utilizziamo materiali di recupero». Fra i materiali usati da Erica spicca anche un piccolo vaso di terracotta rinvenuto nell’acqua di fiume: «Ricerchiamo oggetti che riconducano alla dimensione di ascolto reciproco, a una musica viva, per evitare di percorrere lo stesso sentiero». Una performance, quella parigina, che ha coniugato i versi con i vocalismi di Erica e le tele di Manuela in un processo artistico a tutto tondo. «Ho scritto il volume assieme a Manuela e Fabiano Giovagnoni – precisa Crico - con testi che accompagnano la tematica del fiume.

Per l’occasione abbiamo pensato di realizzare qualcosa legato alla musica, e mia moglie Erica ha interpellato i due amici musicisti». Un ensemble di solito composto dalla medievale ghironda di Katia e dalle sonorità dell’ipnotico didgeridoo di Martin, cui si uniscono i vocalismi di Erica dando vita all’ensemble “Herbarium”. «Hanno creato queste musiche ed Erica le ha presentate alla Galleria, che non aveva mai sperimentato un progetto musicale e si ritrovava innanzi a un’esperienza inedita. Così ci siamo recati a Parigi per l’inaugurazione della mostra, partendo da un poema scritto con Manuela e contenuto nel “Write storming”. Poi la poesia è sfumata passando al canto improvvisato: lì c’era soltanto Erica che si esibiva fra i dipinti di Manuela». Dallo studio del canto diplofonico all’improvvisazione fino all’amalgama di suoni, versi e immagini, che dal capoluogo isontino si proiettano verso il Terzo e il Quarto Arrondissement: «L’idea – aggiunge – sarebbe quella di creare con Manuela un libro come testimonianza di quest’incontro insieme a un cd, una registrazione che leghi il progetto alla mostra e alla galleria. Concluso Go! 2025 molti s’interrogano sul “dopo”, e noi siamo lieti che questa performance sia nata a Gorizia trovando poi sviluppo in un contesto importantissimo». Già imbastiti testi e immagini, ai quali Manuela lavora da tempo:

«Se ne occupa da alcuni anni – sottolinea – in quanto è una pittrice che ha un fortissimo legame con la letteratura: scrive per conto suo, è una grande lettrice. Gran parte dei cicli di quadri sono legati a letture, qualche anno fa trasse ispirazione da Ernst Jünger per affrontare la tematica del “passaggio al bosco”: in lei c’è un legame forte tra pittura, letteratura e musica». Assenti Martin e Katia, alla performance nella capitale francese ha preso parte solo Erica, esibendosi innanzi alla stessa Manuela, che oggi vive in Portogallo. «Sapevo della voce di Erica – rimarca Sedmach dalla sua nuova casa sull’oceano - li avevo sentiti suonare assieme: Michael il didgeridoo, Katia la ghironda, un antico strumento a manovella. Questa volta Erica si è esibita sola, amalgamando i suoni alla mia mostra. Dove ogni ambiente ha suo un tema ed è come leggere un libro, in cui ogni stanza abbia una pagina». Ed eccole, le sue tele: compaiono come ombre o parvenze di anime ritrovate. Sono i “Guardatori”, sorta di spiriti che riaffiorano alla luce dopo lunga assenza, coscienze che si riversano sullo spettatore quasi da distanze remote. «I “Guardatori” indirizzano lo spettatore a guardare – osserva Manuela -, a specchiarsi.

Sono come ombre su tela, che però possono essere interpretate in modalità differenti: può trattarsi di un rispecchiarsi, o di un’emanazione di se stessi, la parte nascosta di noi che può uscire alla luce. I “Guardatori” nacquero a fine anni Ottanta, primi anni Novanta, come olio su carta poi intelati e intelaiati. Sono rimasti là per anni e infine riapparsi, perché fino ad allora non erano pronti a uscire». E poi ci sono le foglie: strappate, dal margine consumato o soltanto cancellato. Sono le così dette “Foglie ferite” realizzate in acrilico su tela. «In ogni stanza c’è un tema: qui ho rappresentato delle foglie rotte, perché ritengo ci sia sempre una luce, tra le ferite di queste foglie. Credo che tutte le ferite e le cicatrici emanino una luce». Quasi fosse un kintsugi, dove l’oro del coccio rotto e saldato rende l’oggetto più prezioso. «Però non era il mio intento, anche se l’idea li accomuna», conclude. Come i segni della passione del Cristo, che non svaniscono con la Resurrezione, ma divengono simbolo di una vita nuova e gloriosa. 

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