Grado, le Frecce Tricolori tornano per l’Airshow del 7 giugno. Il comandante Marocco: «La chiave di tutto è l’addestramento»

Grado, le Frecce Tricolori tornano per l’Airshow del 7 giugno. Il comandante Marocco: «La chiave di tutto è l’addestramento»

lo spettacolo acrobatico

Grado, le Frecce Tricolori tornano per l’Airshow del 7 giugno. Il comandante Marocco: «La chiave di tutto è l’addestramento»

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 26 Mag 2026
Copertina per Grado, le Frecce Tricolori tornano per l’Airshow del 7 giugno. Il comandante Marocco: «La chiave di tutto è l’addestramento»

Nell’intervista a Pony 0 della Pattuglia Acrobatica Nazionale, il racconto del percorso per diventare piloti e il segreto di tanta tenacia.

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Coraggio e valore, fino a toccare le stelle. Del resto «virtute siderum tenus» è il motto dell’Aeronautica Militare, ma anche quel prezioso ingrediente che dona lustro ai piloti impegnati a servire l’Italia. Ed è da questa scintilla - scoccata nel cuore del comandante Franco Paolo Marocco fin da bambino - che ha preso avvio una straordinaria carriera fatta di dedizione, sacrificio e soprattutto passione. La pattuglia acrobatica più celebre d’Italia sta per dare spettacolo nel suo Airshow sul lungomare di Grado, quando dalle 16 alle 18 di domenica 7 giugno sarà possibile ammirare le evoluzioni spettacolari del 313° Gruppo di Addestramento Acrobatico con sede a Rivolto. Dopo l’inaugurazione della stagione acrobatica - e il sorvolo del sei maggio su Gemona per commemorare il cinquantenario del terremoto in Friuli – a distanza di un mese sarà la volta dell’esibizione sull’Isola d’Oro, visibile da tutto il litorale. Ma come si svolge, la giornata di un pilota delle Frecce? Qual è il segreto di forza e tenacia racchiuse in un MB-339 della PAN, lanciato a oltre 600 chilometri orari? Lo abbiamo chiesto al comandante Franco Paolo Marocco, che fino al 2024 era “Pony6” come “primo fanalino”, per poi subentrare al colonnello Massimiliano Salvatore.

Quando si pilota un Aermacchi la concentrazione è fondamentale: lassù fra le nuvole, oppure capovolti a volo radente, esiste un margine di tolleranza all’errore umano? Come gestite l’equilibrio fra resistenza e stress, nel gioco di squadra? «La chiave di tutto è l’addestramento. La pratica continua permette non solo di imparare a conoscere e tollerare le sollecitazioni fisiche, che accompagnano un volo peculiare come quello acrobatico, ma anche di costruire quell’armonia tra i componenti della formazione. Senza la quale da terra non si vedrebbe il gruppo uniforme e compatto di velivoli che siamo abituati ad apprezzare quando le Frecce Tricolori si esibiscono. All’interno di questa armonia si impara a costruire e gestire i margini di sicurezza, essenziali per ogni nostro volo. È questa la sintesi del gioco di squadra che caratterizza non solo la PAN, ma il lavoro di tutte le donne e gli uomini dell’Aeronautica Militare: professionisti al servizio del Paese che ogni giorno collaborano in maniera invisibile ma essenziale per il cittadino».

In occasione della Capitale europea della cultura avete dato spettacolo su Gorizia e Nova Gorica: in che maniera si organizzano i sorvoli preparatori e quelli effettivi, nel caso di metropoli e città, e in cosa eventualmente si differenziano dalle acrobazie in spazi aperti, come per lo show previsto all’isola di Grado? A che velocità di crociera viaggia il jet, e quanto impiegate a spostarvi da Rivolto a Gorizia o alle coste dell’Isola d’Oro? A che pressione venite sottoposti, e come si evita il barotrauma durante gli esercizi o gli sbalzi di quota? «Ogni sorvolo è pianificato nei minimi dettagli prima di essere eseguito: quote, geometrie e velocità vengono stabilite prima ancora di andare in volo. Si studiano l’orografia e le caratteristiche ambientali del terreno da sorvolare e poi si effettua una prova, di solito con una formazione ridotta, per verificare che quanto programmato sia effettivamente eseguibile in sicurezza e creare l’effetto scenico atteso. A quel punto siamo pronti per il sorvolo vero e proprio: si tratta di un’attività particolarmente complessa perché spesso è collegata a cerimonie o eventi che si stanno svolgendo a terra, con il passaggio della Pattuglia che è richiesto per un momento esatto. È chiaro che volando anche a oltre 600 km/h, pochi secondi possono compiere la differenza per la migliore riuscita del risultato finale. A Gorizia è andata in scena esattamente questa attività, con la soddisfazione di aver partecipato sia alle celebrazioni per la prima volta di una Capitale europea della cultura transfrontaliera, che a un evento sportivo di risonanza internazionale come il Giro d’Italia di ciclismo. I nostri sorvoli, ma più in generale tutti i voli della PAN, sono effettuati da piloti esperti che hanno grande abitudine a sostenere cambi di quota o di pressione, avendo lavorato già per anni con velivoli ad altissime prestazioni. Quindi, questi fattori non rappresentano un particolare problema, che si tratti di trasferte più lunghe o di spostamenti rapidi, come quello che ci ha consentito di raggiungere Gorizia dalla nostra base di Rivolto in pochi minuti».

Voi siete i “Top Gun” italiani: com’è scandita la giornata di un pilota delle Frecce? Riesce a dedicare il suo tempo alla famiglia, oppure si rivela un incastro complesso? «Non ci sentiamo dei Top Gun, ma dei professionisti che hanno la fortuna di fare ciò che amano, rappresentando in questo modo tutti quei colleghi che svolgono attività altrettanto complesse restando lontani dai riflettori. Per quanto riguarda la nostra giornata tipo, l’attività è molto cadenzata e inizia con un briefing mattutino in cui ci vengono illustrate le condizioni meteorologiche del giorno, oltre che la situazione di efficienza dell’aeroporto e della nostra flotta di velivoli. Poi inizia l’attività di volo vera e propria, con ogni sessione che parte da un briefing a terra in cui viene presentato in dettaglio cosa si farà in volo; quindi si passa all’esecuzione del volo e per finire al debriefing, in cui tutta la missione viene ripercorsa anche con l’ausilio di video girati da terra, in modo da individuare errori o imprecisioni da migliorare la volta successiva. Un processo che per ciascun pilota può ripetersi anche tre volte nell’arco della stessa giornata: si tratta di un lavoro molto intenso e impegnativo che ci porta, missione dopo missione, al livello di precisione necessario per eseguire al meglio le esibizioni acrobatiche una volta aperta la stagione ufficiale. Per quanto riguarda la vita familiare, è inevitabile che un’attività così impegnativa richieda anche qualche sacrificio. Le nostre famiglie, però, imparano a convivere con questi ritmi e diventano parte integrante del percorso: condividono con noi non solo le difficoltà e le assenze, ma anche le soddisfazioni e l’orgoglio di questo lavoro straordinario».

Per approdare a Rivolto è necessario affrontare una dura selezione: quando ha iniziato a sognare di diventare comandante della squadra acrobatica più celebre al mondo, e che percorso è necessario seguire? «Personalmente sognavo di entrare a far parte di questa squadra già da bambino, quando ho letteralmente consumato una vecchia videocassetta delle Frecce Tricolori a forza di riguardarla. Come spesso accade, però, tra un sogno e la sua realizzazione c’è un percorso fatto di impegno, costanza e tanti anni di formazione. Si inizia con il concorso per entrare in Aeronautica Militare, generalmente intorno ai 18 anni, per poi affrontare il percorso dell’Accademia, le scuole di volo e tutta la preparazione necessaria per diventare pilota militare operativo. Nel mio caso, prima delle Frecce Tricolori ho volato sull’Eurofighter, accumulando esperienza in un contesto altamente impegnativo e formativo. Solo dopo aver maturato una significativa esperienza sulle linee jet della Forza Armata si può provare ad entrare a far parte della PAN. In realtà, più che di una vera e propria “selezione”, preferiamo parlare di un periodo di osservazione reciproca: i candidati trascorrono una settimana con il Gruppo, vivendo da vicino la nostra quotidianità. Dove non andiamo a giudicare tanto il professionista del volo - tutti i candidati sono di altissimo livello grazie ai loro pregressi operativi -, ma soprattutto come la personalità del singolo possa calarsi all’interno di un gruppo amalgamato che fa dell’armonia la sua ragione d’essere. Al contempo i candidati hanno modo di osservare da vicino la nostra realtà, prendendo consapevolezza di quanto sia davvero qualcosa cui ambire. Alla fine, ci si sceglie a vicenda: trovo che questo sia il modo migliore per entrare in un gruppo».

Di solito vi allenate sopra i vigneti, nei pressi di Villa Manin o comunque a distanza di sicurezza dai centri abitati: che tipo di protocollo è previsto, e quanta ebbrezza si prova nel sorvolare le meraviglie del paesaggio italiano? «L’Italia vista dall’alto è forse ancora più bella di quanto già non appaia da terra: i colori, le varietà, il modo in cui le montagne si intrecciano con le pianure o le coste, è ogni volta una meraviglia da godersi. Ovviamente si tratta di una gioia che ci viene consentita durante i voli di trasferimento, quando la formazione allarga le sue maglie e ci si può concedere di dare un’occhiata veloce al paesaggio. Durante un’esibizione acrobatica o un sorvolo, invece, non resta margine per la distrazione: la concentrazione in quello che si sta facendo è massima e non ci si può permettere il lusso di ammirare l’ambiente esterno. I passaggi sui centri abitati avvengono solo a seguito di specifiche autorizzazioni da parte delle autorità competenti ed è inutile dire che l’attenzione alla sicurezza è massima, come d’altronde avviene ogni volta che saliamo sui nostri velivoli per sollevarci da terra».

Quanti spettacoli vi impegnano nell’arco di un anno, qui in Italia, e quanti invece in territorio internazionale? «La stagione acrobatica, di massima, si concentra tra i mesi di maggio e ottobre, con impegni previsti più o meno ogni fine settimana. Alcune stagioni sono più dense rispetto alle altre: mi viene in mente il 2023, anno in cui l’Aeronautica Militare ha compiuto i suoi primi 100 anni di storia. In quell’occasione la Forza Armata ha voluto raggiungere ogni singola Regione italiana con esibizioni e sorvoli delle Frecce Tricolori, e alla fine si annoveravano ben 50 interventi totali. Quest’anno i numeri saranno inferiori, ma una stagione rappresenta un periodo sempre molto intenso da vivere: non lo si può ridurre al semplice dato numerico, perché in fondo sono le esperienze a fare la differenza. Come nel caso del tour in Nord America compiuto nel 2024, che ci ha costretto lontano da casa per quasi tre mesi: grazie al quale abbiamo ripetuto un’impresa realizzata oltre 30 anni prima dai nostri predecessori, traversando l’Oceano Atlantico lungo la rotta del Nord tra i fiordi della Groenlandia e i ghiacci del Canada polare. Tutto questo con l’orgoglio di portare il nostro tricolore agli italiani che da decenni vivono ormai oltreoceano, un’esperienza che porteremo per sempre nel nostro cuore. Anche nel 2026 andremo all’estero: il mese di agosto ci vedrà impegnati in due tappe oltre confine, in Svezia e in Romania; ma non mancheranno tanti altri impegni in Italia, con cui toccheremo angoli incantevoli del nostro Paese da nord a sud».

La “notte prima degli esami” è di norma una notte insonne: com’è stata quella prima di salire sull’Aermacchi? «In realtà l’MB339 è un addestratore usato per molti anni dall’Aeronautica Militare, prima del velivolo che equipaggia le Frecce Tricolori. Io stesso ci ho volato a lungo durante il percorso che mi ha condotto a brevettarmi come pilota militare; così, ritrovarlo in Pattuglia non è stato come una notte prima degli esami. Il momento che più posso paragonare a quella sensazione, piuttosto, è il mio debutto come titolare della formazione, dopo il primo lungo inverno di addestramento: l’esordio, tradizionalmente, avviene il primo maggio a Rivolto, nella nostra “casa”, davanti ad amici e parenti, oltre che al caloroso pubblico dei Club Frecce Tricolori che ci segue ovunque con passione. Essere consapevole che si trattasse della mia prima esibizione quale membro della PAN, con gli occhi dei miei familiari a seguirmi da terra, ha conferito un sapore straordinario a quella giornata: ricordo che custodisco come uno dei più belli dell’intera carriera».

L’Aermacchi sta attraversando un periodo di transizione per essere sostituito da Leonardo: in quanto tempo prevedete che avvenga, il passaggio, e quanto mediamente dura l’addestramento da un velivolo all’altro? «La transizione da un velivolo a un altro non è mai qualcosa di puntiforme. Non si tratta di un momento, ma di un processo che richiede tempo, per il quale si rendono necessari adeguamenti infrastrutturali dell’aeroporto per accogliere il nuovo velivolo. Lo stesso personale manutentore va qualificato sulla nuova macchina, ed è necessario che i piloti imparino a conoscere le risposte dell’aereo in volo, adattando le modalità di eseguire le manovre del programma acrobatico alla formazione. Ogni fase è estremamente delicata, mentre la fretta rappresenta il peggiore dei nemici all’interno di un percorso tanto complesso: si rivela dunque fondamentale progredire nei tempi giusti senza rinunciare alla sicurezza, che rimane prioritaria. Il processo è già stato avviato e lo seguiamo con grande interesse supportati passo dopo passo dall’Aeronautica Militare: l’obiettivo è completare la transizione nel giro di pochi anni, continuando a scrivere quella meravigliosa storia delle Frecce Tricolori che dal 1961 ispira e appassiona intere generazioni. Una sfida che affrontiamo con l’entusiasmo di avvicinarci a un autentico gioiello dell’ingegneria italiana, oggi fra i più avanzati velivoli da addestramento al mondo: parliamo dell’M346, che potrà garantire alla PAN un futuro longevo e ricco di nuovi traguardi e soddisfazioni. I piloti delle Frecce appartengono all’Aeronautica Militare: siete impegnati anche in azioni di guerra? Ogni singolo membro delle Frecce Tricolori fa parte dell’Aeronautica Militare, non solo i piloti: durante la permanenza in Pattuglia ci si occupa a tempo pieno della missione del nostro Reparto, con esibizioni, sorvoli e il complesso dell’addestramento che questo comporta. Terminata la parentesi di servizio alla PAN, si rientra fra i Reparti operativi della Forza Armata, contribuendo a ciascuna delle operazioni per le quali l’Aeronautica Militare è chiamata in causa».

Quanto resta in carica il comandante, e come intende proseguire dopo questa straordinaria avventura? «Non esiste una regola fissa, ma nel tempo la permanenza media si è attestata intorno ai due anni. La peculiarità del nostro Reparto, però, consiste nel fatto che il Comandante non arriva da un altro Ente per svolgere questa funzione, ma è un prodotto della formazione stessa delle Frecce: qui si inizia come Gregario, mentre dopo qualche anno si può essere scelti per un ruolo chiave in volo, ovvero Capo Formazione, Primo Fanalino - leader della seconda sezione quando la formazione si separa in due gruppi - o Solista; tra queste figure verrà infine individuato il futuro Comandante. La motivazione risiede nel fatto che durante l’esibizione acrobatica il Comandante sta a terra, in collegamento radio con la formazione, garantendo in ciascuna fase la spettacolarità e la sicurezza del volo. Per questo ruolo è indispensabile una profonda conoscenza del programma acrobatico, esperienza che è possibile maturare solo dopo anni all’interno della formazione».

(Foto per gentile concessione dell'Aeronautica Militare)

 

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