A Gorizia si chiede di nuovo Schengen, i Giochi senza Frontiere richiamano la politica

A Gorizia si chiede di nuovo Schengen, i Giochi senza Frontiere richiamano la politica

IL CONFINE

A Gorizia si chiede di nuovo Schengen, i Giochi senza Frontiere richiamano la politica

Di Aurora Cauter • Pubblicato il 24 Gen 2026
Copertina per A Gorizia si chiede di nuovo Schengen, i Giochi senza Frontiere richiamano la politica

A due anni e tre mesi dalla sospensione del trattato europeo, le associazioni del territorio si organizzano per protestare contro la militarizzazione e promuovere l’unione.

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A ridosso del passaggio della fiaccola olimpica Milano-Cortina in piazza Transalpina, alcune associazioni del territorio – Ospiti in Arrivo, Forum Gorizia, ARCI GONG e il Centro di accoglienza Balducci – si sono ritrovate al valico del Rafut per denunciare l’ipocrisia del momento.

Giochi senza frontiere” è un torneo sportivo simbolico che coinvolge tutti, va oltre allo sport per dare voce a temi sociali fondamentali. L’iniziativa, infatti, con il tiro alla fune, qualche battuta di tennis, una partita di bandierina e limbo, organizzati proprio sul confine Italia-Slovenia, denuncia il prolungamento della sospensione della convenzione di Schengen, utilizzando lo sport come elemento di unione.

La sospensione di quell’accordo che alla fine del 2007 aveva garantito passaggi liberi tra Italia e Slovenia, ha provocato da due anni e tre mesi – dal 21 ottobre 2023 – una nuova militarizzazione dei confini. Vengono denunciati dei costi giornalieri per l’operatività dei controlli dai 30mila ai 45mila euro. Sono risorse che, come spiega il gruppo dei Giochi, potrebbero essere usate per arginare la crisi della sanità pubblica. “Ho l’esercito sotto casa ma non un medico di famiglia”, recita uno dei cartelloni.

«Questi continui controlli di confine sono poco efficienti – spiega Bisera Krkic vicepresidente dell’associazione di Udine “Ospiti in Arrivo” – e portano i migranti a scegliere dei percorsi alternativi più pericolosi. Sono muri, pagati anche con i soldi dei contribuenti, che si scontrano con una realtà fatta di donne, uomini e bambini in condizioni vulnerabili, che scappano da un contesto di guerra e cercano protezione».

Il problema migranti si sente in tutta la Regione, da Udine a Trieste, protagonista dell’ultimo sgombero di 150 persone da Porto Vecchio. I confini di Gorizia sono stati scelti per il peso che portano addosso con i sessant’anni di divisione con Nova Goriza, ma anche per il paradosso che la investe: dove sono tutti i valori di inclusione e abbattimento dei confini promossi da Go! 2025?

«Le nuove generazioni sono abituate ad avere completa mobilità – racconta Julia Colloricchio di ARCI GONG – altri si ricordano ancora della sospensione della zona Schengen durante il Covid e il clima di tensione quando questo trattato non c’era proprio, durante gli anni 90. Questo servizio, che non abbiamo chiesto né voluto, viene giustificato con il fantasma della nostra sicurezza in pericolo. Ora anche la nostra circolazione incontra delle difficoltà. Vogliamo avere i valori di unione e condivisione che sentiamo di aver perso negli ultimi anni».

A raccontare cosa significa vivere sospesi tra i confini – quei confini che hanno perso il loro significato etimologico di cum-finis, “fine comune” – è don Paolo Iannaccone, presidente del Centro accoglienza “Balducci”: «In un contesto di questo tipo, solo da fine novembre tra Pordenone, Udine e Trieste, 5 migranti hanno perso la vita. Shirzai Farhdullah, afghano di 25 anni, trovato morto per intossicazione da monossido di carbonio il 29 novembre in via Barcis, a Pordenone; Nabi Ahmad, di 35 anni e Muhammad Baig di 38, pakistani morti anche loro per intossicazione a Udine, in via Bariglaria, il 1° dicembre scorso; Hichem Billal Magoura, algerino di 32 anni, trovato morto il 3 dicembre scorso in un capannone del Porto Vecchio di Trieste; infine, Sunil Tamang, nepalese di 43 anni, morto il 10 gennaio 2026 all’Ospedale di Cattinara per un’embolia polmonare dopo essere stato recuperato in condizioni critiche anche lui da un capannone del Porto Vecchio di Trieste».

«Se siamo qui su questo confine – continua don Iannaccone - al momento del passaggio a staffetta della Fiamma olimpica, simbolo di continuità tra i Giochi antichi e moderni, ma soprattutto di pace e unità nella diversità, è per ribadire che lo sport – fondato sui valori di amicizia e lealtà sportiva – deve unire e non dividere, aprire e non chiudere, costruire ponti e non legittimare nuove barriere». 

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