Gorizia, ‘Back to Peace?’ richiama 7500 persone: visitabile fino al 3 maggio

Gorizia, ‘Back to Peace?’ richiama 7500 persone: visitabile fino al 3 maggio

L'ESPOSIZIONE

Gorizia, ‘Back to Peace?’ richiama 7500 persone: visitabile fino al 3 maggio

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 01 Mag 2026
Copertina per Gorizia, ‘Back to Peace?’ richiama 7500 persone: visitabile fino al 3 maggio

La mostra sta per chiudersi portando la «memoria collettiva» in città. Oreti, «momento altissimo per la città».

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Un tunnel nero, che inghiotte letteralmente il visitatore proiettandolo nel budello del tempo, indietro di oltre ottant’anni. È l’accesso all’imponente mostra “Back to Peace?” di Palazzo Attems, giunta agli sgoccioli e aperta ancora fino a domenica 3 maggio. Fra le firme degli scatti i giganti della fotografia Robert Capa, Henri Cartier-Bresson o Wayne Miller, che insieme ad altri fondarono nel 1947 l’agenzia Magnum Photos con sede a New York. Oltre duecento le fotografie in esposizione accompagnate da installazioni multimediali, con colonne sonore appositamente commissionate agli italiani Anzwart - il pordenonese Gian Luca Belluzzo - e Alessandro Baris. Un reportage narrativo intersecato alle tre preziose opere di Zoran Mušic della serie “Non siamo gli ultimi”, già esposte nella precedente mostra conclusa in novembre. «In questo momento Gorizia – interviene in un comunicato l’assessore alla Cultura Fabrizio Oreti - sta vivendo un momento altissimo: in città sono ormai diverse, le mostre fotografiche sul tetto del mondo, da quella in Santa Chiara al parco Basaglia, Palazzo Attems e non da ultimo a Casa Morassi. A dimostrazione che il post Capitale europea della Cultura procede con un livello qualitativo d’eccellenza, che oltre a valorizzare l’ambito culturale, fotografico, storico e artistico ne implementa quello economico».

Una mostra che si è assicurata solo nel mese di gennaio ben 2395 presenze - favorite dalle festività natalizie - collezionando fino al 21 aprile quasi 7.500 visitatori. Una grossa fetta dei quali proveniente dal Friuli Venezia Giulia, il restante da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, cui si aggiunge la componente straniera slovena, austriaca, tedesca, ma anche statunitense e croata. «Si tratta di esposizioni di qualità – aggiunge Oreti - che producono indotto a favore dell’intero tessuto urbano: i turisti visitano la città pernottando qualche giorno, la raccontano ad amici o conoscenti, consumano, la vivono. Un turismo attivo con importanti benefici sull’economia, di cui andare orgogliosi. Il cammino di crescita intrapreso non termina con la Capitale – conclude - ma prosegue nel solco di quell’eccellenza che soltanto a Gorizia e nel territorio transfrontaliero si può respirare». A calamitare i visitatori anche tre collaterali conferenze, rispettivamente con Marco Bischof – figlio di Werner, figura centrale della Magnum Photos -, Jérôme Sessini e Antonie d’Agata. La mostra è stata organizzata da Erpac e prodotta da Suazes, sotto la cura di Andrea Holzherr in collaborazione con Marco Minuz. Quest’ultimo ha dedicato ampia analisi dell’allestimento nell’intervista concessa alla nostra Redazione.

A partire dal sipario nero, l’ingresso è un tunnel scenografico che ci catapulta attraverso la storia, con un accompagnamento sonoro d’effetto: la guerra non può che accogliere lo spettatore con un pugno allo stomaco… «Era proprio quello, l’intento. Riprodurre questa sorta di passe-partout nero per isolarci dai mille stimoli che ci si propongono nella nostra vita, perché ormai non siamo più capaci di disconnetterci. Creare uno spazio per accedere a una mostra che, almeno per la prima parte, affronta una tematica che fortunatamente non abbiamo mai toccato in prima persona: quella della guerra. È una sorta di fase catartica, se così si può dire, con cui avvicinarsi o provare a immaginare quanto si sperimentava durante il Secondo conflitto mondiale».

Le fotografie di Auschwitz dialogano con tre opere di Mušic della precedente mostra, quasi in un continuum che prosegue il discorso intorno a “Guerra e Pace”, rafforzato dalla colonna sonora di Anzwart e Baris. Possiamo definirla una “mostra immersiva”? È una mostra che intende attivare diversi stimoli. La colonna sonora è stata realizzata dopo attenta analisi del materiale da parte dei due compositori, i quali hanno cercato di costruire una cornice di riferimento, un corrimano per coinvolgere sempre più il visitatore nelle immagini. Più che immersiva è un amplificatore di sensazioni. Lei ha citato la stanza in cui si trovano tre disegni di Mušic appartenenti alle Collezioni Provinciali, che purtroppo raffigurano lo stesso mondo visto da Rodger quando entrò nei campi di concentramento».

Sono immagini sconvolgenti. Al di là delle guardie tedesche che spostano i cadaveri a Bergen-Belsen di Rodger, a mostrare l’orrore della guerra sono soprattutto i bambini, come il caso del piccolo ebreo che cammina accanto ai corpi in decomposizione. Poi c’è l’Hiroshima ritratta da Wayne Miller, gli orfani di Werner Bischof e il suo “uomo con la pagnotta”, o l’uomo che traina una barca, quasi una metafora della sofferenza umana. “No alla guerra”, si legge s’un muro nel 1950. Che cosa c’insegna la Storia, e cos’abbiamo imparato? «Che siamo degli asini. Queste sono documentazioni importanti, nella misura in cui rappresentano una traccia reale di ciò che i fotoreporter hanno avuto il coraggio di documentare, restituendocela per conservarla come memoria collettiva. Il motivo per cui abbiamo scelto di mettere il punto di domanda al “Back to Peace” è perché ci si chiede se effettivamente l’essere umano sia in grado di far tesoro dei propri errori. Purtroppo, la Storia è abbastanza ciclica, e dimostriamo che il potere prevale sempre, entrando costantemente in situazioni di conflitto. Dobbiamo quasi rassegnarci alla nostra natura, ma l’intento di quest’esposizione è cercare di porre l’accento s’una parola spesso dimenticata e al contempo bellissima, che è la “Pace”, questa condizione così preziosa che assaporiamo solo quando viene a mancare, elemento da preservare, custodire e proteggere».

Forse l’emblema di questa sofferenza è il “Ragazzo cieco” di David Seymour, che ha perso le braccia durante la guerra e ha imparato a leggere con le labbra… «Ritengo sia un’ottima osservazione. Un’immagine che al contempo sia il monito e messaggio di questa mostra, anche se poi alla fine chiudiamo con quell’operazione simbolica a suggellare il conflitto della Guerra Fredda tra i Paesi dell’Est e dell’Ovest. Una mostra che non offre speranza e ci riporta a una condizione di conflittualità e chiusura, mentre l’immagine che lei ha individuato offre uno spiraglio alla cieca follia della guerra».

(Foto, Rossana D'Ambrosio

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