Un espresso con Stefan Maiwald: «La laguna è il vero tesoro di Grado»

Un espresso con Stefan Maiwald: «La laguna è il vero tesoro di Grado»

l'intervista

Un espresso con Stefan Maiwald: «La laguna è il vero tesoro di Grado»

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 15 Ago 2026
Copertina per Un espresso con Stefan Maiwald: «La laguna è il vero tesoro di Grado»

Il giornalista, blogger, scrittore e autore di podcast racconta i suoi 25 anni all’Isola d’Oro, fra spiagge, passeggiate e il suo ultimo romanzo in vetta alle classifiche austriache.

Condividi
Tempo di lettura

Ci incontriamo alla Brocca Rotta, in uno degli scorci più caratteristici di Grado. Dal fondo del campiello la chioma bionda di Stefan Maiwald fa capolino fra la gente. Non di rado capita d’incontrarlo sul lungomare di Pineta, quando l’autunno avvolge nella bruma i palazzi e il mare ripete un sommesso sussurro. «È stato un rischio», inizia a raccontare del suo ultimo successo “Espresso sotto le stelle”, il volume pubblicato in maggio che racconta caffè e luoghi della Trieste autentica. «Tutti mi conoscono come “Stefan di Grado” – prosegue - e affrontare un volume su Trieste mi rendeva titubante, rischiavo di non essere seguito dai miei lettori. Contrariamente alle aspettative, mi hanno apprezzato a tal punto che il libro è da oltre quattordici settimane nella top ten. Ora si colloca fra i primi cinque, mentre per tre settimane si è piantato al primo posto. Dicono che per un “sachbuch” (saggio, ndr) sia estremamente raro che rimanga tre o quattro mesi nella top ten. Per un “Harry Potter” è comprensibile, ma un “non fiction” normalmente ha una vita più breve. Eppure, proprio ieri ho ricevuto la notizia che in Austria è ancora al quinto posto per la quattordicesima settimana. Certo, come scrittore non si può sempre guardare alla classifica. Non scrivo per quello, ma parliamoci chiaro: è una grande soddisfazione. E poi si tratta del mio lavoro, non sono uno che scrive improvvisando. Naturalmente, più il libro si vende, maggiore è il guadagno». Classe 1971, autore di decine di volumi fra romanzi, saggi e guide di viaggio, Maiwald vive da 25 anni all’Isola d’Oro.

«Il motivo – sorride - è semplice: l’amore. Ho conosciuto un’italiana di Padova che vive a Grado e quando ci siamo sposati abbiamo detto: “O scegliamo di vivere a Monaco - dove stavo - oppure a Grado”. Poi sono arrivate le bambine, ed è sempre una scelta giusta vivere là dove c’è tutta la famiglia. Perché a Monaco ero da solo, qui ho trovato la famiglia. Ho iniziato a lavorare come giornalista di viaggio, e mi conveniva di più stare in Italia. Avevo l’opportunità di scrivere su Venezia, Firenze o Trieste. Dunque, la scelta era facile, mi sono innamorato di Grado fin dal primo giorno. A quindici o sedici anni trascorsi le vacanze qui con i miei genitori, era la mia prima volta all’estero. Negli anni Ottanta in Germania si usava andare in vacanze sul mare del Nord, o al massimo in Baviera e al Lago di Garda. Ai tempi in Germania quest’isola era ancora abbastanza sconosciuta. Ora la situazione è un po’ cambiata grazie a qualche articolo scritto per le riviste tedesche. In generale, Grado rimane poco nota, perché i tedeschi scelgono Jesolo, Lignano, Bibione o Caorle». A rendere celebre quel lato di costa adriatica fu una famosa commedia degli anni Sessanta con Heinz Erhardt, girata proprio a Caorle. «Una sorta di “Benvenuto al Sud” – ironizza – mentre di per sé Grado è sempre stata considerata austriaca, appartenuta per un secolo all’Impero austro-ungarico che ne sviluppò il turismo. Molti di questi alberghi erano palazzi della nobiltà asburgica».

Il tuo esordio è segnato dal saggio “Laura, Leo, Luca e io – Come sopravvivere in una famiglia italiana”. Come si sopravvive? Che differenza c’è fra una famiglia tedesca e una italiana? «Soprattutto, la famiglia “c’è”, in Italia. Perché in Germania si va via di casa a diciotto anni. Io sono nato a Braunschweig, a diciannove o vent’anni andai a studiare ad Amburgo. In Germania la vita non viene vissuta in famiglia come accade in Italia, cosa che invece ho sempre apprezzato. Certo, ci sono i litigi, ma per lo più qui si vive uniti in seno alla famiglia. Un esempio semplice: ogni giorno alle 10.30 mia suocera ci aspetta al Bar Excelsior, e tutti ci ritroviamo a quell’ora. Beviamo un caffè assieme, giusto il tempo di scambiarsi un saluto o qualche chiacchiera, e si va al lavoro. Un rituale: in tutti i miei libri spiego che i rituali aiutano molto, soprattutto nella vita. Come scrittore, non ho una giornata scandita da appuntamenti fissi, quindi devo impormi quella necessaria disciplina. Altrimenti, starei tutto il giorno in spiaggia a divertirmi. Disciplina e rituali aiutano a dare senso e struttura, e tutto ciò è molto bello. L’idea dei rituali, inoltre, è profondamente italiana: ciascuno ha il suo bar, dove sfogliare al mattino la Gazzetta dello Sport. Dopo prosegue la sua routine, ma questa mezzora alla mattina con gli amici o i vicini è un modo molto bello di iniziare la giornata».

Da giornalista a scrittore: in che maniera il giornalismo ti ha aiutato a strutturare un saggio o un romanzo? «Sicuramente è stato un passo importante, conosco molti scrittori che sono nati come giornalisti. Intanto hai un occhio diverso, perché guardi la situazione e le persone nel contesto in maniera differente, sia come giornalista che in veste di scrittore. Questo distacco ti aiuta a vedere il mondo in modo un po’ più chiaro, e il lavoro del giornalista è quello di guardare dietro le quinte, comprendere se quella storia vale la pena di raccontarla. Così accade se sei uno scrittore: alle volte devi guardare dietro le quinte di te stesso, della famiglia felice, di una relazione. In sostanza, devi inventarti un po’ di dramma. Essere giornalista ti aiuta a diventare un buon scrittore, perché scrivi, sei già in quel mestiere. La mattina inizi con una pagina bianca. Quando ho cominciato picchiettavo sulla macchina da scrivere: tac tac tac, era troppo bello! Ora si batte al computer... Ti offro un esempio banale: da bambino suonavo il pianoforte, questa destrezza mi ha aiutato tantissimo. Ancora oggi sono molto veloce al computer, riesco a processare sulla pagina tutto ciò che penso. Anche questo ti aiuta nella formazione. Personalmente, ho scritto sempre tanto, iniziando quando avevo dodici anni: volevo soltanto diventare scrittore. Ma non lo diventi subito, devi iniziare come giornalista, vendere i tuoi primi articoli sulla rivista locale di Braunschweig. Così, passo per passo sono andato avanti».

Trovi ci sia qualche legame con la poesia, visto che lo stile giornalistico è spesso diretto e immediato? «La poesia in sé la sto scoprendo adesso. Non ho mai scritto versi, mi sto avvicinando a questo mondo da poco, ho sempre preferito la narrativa. Certo, se parliamo di Shakespeare e Goethe, che hanno scritto storie in versi (come il “Faust”, o le opere di Shakespeare, che sono poesia teatrale), sono impareggiabili. Ma non ho mai scritto versi come Rilke. Mi è sempre piaciuto raccontare storie. Una storia raccontata ha una sua struttura, mentre una poesia crea un bel momento, ma non necessariamente racconta una storia. E io ho sempre cercato la storia».

“Das Italien Prinzip” considera il “principio italiano” quale ingrediente per essere felici. Perché gli italiani affrontano la vita con più serenità, rispetto ai tedeschi? Qual è il loro segreto? «Abbiamo già parlato dei rituali. Un’altra cosa che apprezzo è il valore dell’amicizia, incluso nel senso di unione della famiglia. C’è una teoria secondo cui più debole è lo Stato, più forti sono i legami tra famiglia e amici. Viceversa, maggior forza ha lo Stato, minore è la sua coesione. Secondo Luciano De Crescenzo esistono Stati basati sulla giustizia e altri che si fondano sull’amicizia. Un esempio del primo caso può essere l’Inghilterra, dove un lavapiatti può in teoria muovere causa contro la Regina. In Italia accade il contrario: la democrazia non funziona così bene, quindi devi avere più amicizie. De Crescenzo ritiene che tutto questo aiuti a sviluppare una società maggiormente amichevole e aperta, più piacevole, seppure tante cose non siano poi facili. Dunque, amicizia, rituali. E poi, parliamoci chiaro: la vita sul mare è sempre bella, e l’Italia ha 8mila chilometri di coste, ti apre la mente. Vedere il mare e l’infinito ti apre qualcosa dentro».

A proposito di mare, parafrasando il saggio “La mia vita in spiaggia”: com’è vivere il mare d’estate e d’inverno? Scandita da passeggiate in una Grado avvolta dalla nebbia e tuffi estivi o escursioni in barca? «Devo dire che la spiaggia mi accompagna ogni giorno. Anche in inverno mi concedo le mie passeggiate, come hai detto. E questa è ancora una volta una tradizione italiana: fare la passeggiata la sera, andare nelle piazze. La stessa passeggiata è parte della felicità, perché ti libera. Nietzsche scrisse che un pensiero non ha valore se non viene fatto durante il cammino. Come scrittore, camminare mi aiuta tanto a pensare, processare le cose e al contempo a liberarmi fisicamente, a staccarmi dalla scrivania e dagli impegni incombenti. Una o due ore passeggio accanto al mare d’inverno o in estate, con qualsiasi tempo, tranne ovviamente che col temporale. Soprattutto d’inverno noto tanti gradesi che vanno a camminare. Molti ci si dedicano per mantenersi in forma, mentre io lo faccio per liberarmi, respirare. La passeggiata è fondamentale per il mio benessere. Quello che mi sento di raccomandare a tutti è di camminare, non col contapassi, ma per liberarsi, respirare».

Quindi per te il mare che cosa rappresenta, cosa simboleggia? Libertà, infinito? «Possibilità, fantasia, perché ti spinge a chiederti cosa accade dall’altra parte dell’orizzonte. Cosa succede su quella nave che passa? Mi guardano, mentre io sto osservando la nave? Rappresenta mille cose, ma soprattutto il sentimento di apertura. Amo pure la montagna, ma sento che senza mare non sarebbe vita. Amo la vastità, ti fa prendere coscienza che sei niente».

Leopardi diceva: “E il naufragar m’è dolce in questo mare”. «Anche Leopardi è un poeta da scoprire. Il problema della poesia è che è quasi impossibile da tradurre, devi leggere i versi in lingua originale. E questo è un ostacolo, io non sono di madrelingua italiana. Ma fra i miei libri preferiti c’è “Il gattopardo”, che ha dietro una storia incredibile. Tomasi di Lampedusa lo scrisse, lo diede all’editore e due mesi dopo morì, senza sapere che avrebbe riscosso un enorme successo. Un romanzo affascinante che rappresenta la saga familiare simile a quella dei “Buddenbrook”: alla fine si ritrovano tutti senza niente».

Hai parlato di legami, sogni. Ma se questi legami vengono meno e i sogni s’infrangono, o le famiglie si spengono, cosa resta? «L’amore. Ho letto di una triestina di 95 anni che ha vissuto tutta la vita in America, sposata a un soldato americano nel dopoguerra. È tornata a Trieste ultranovantenne per ritrovare dopo 60 anni le strade della propria gioventù. Il suo motto di vita è “Mai mollare”. Forse per uno scrittore non è male, come concetto di vita. Non so se il mio prossimo libro sarà ancora in vetta alle classifiche o sarà un flop colossale. Quindi, non importa, si guarda avanti».

In “Ospiti a Roma” unisci il piacere del viaggio al ricettario culinario dedicato alla Città Eterna. Qual è il tuo piatto preferito? «Mi sono innamorato di Roma e meditavo di scriverci un libro come ho fatto per Trieste. Quello che invece hai citato tu è prettamente culinario. È stato affascinante scriverci, perché ho conosciuto 25 chef di Roma, ai quali ho chiesto persino le ricette. Inizialmente c’è stato un po’ di scetticismo, da parte loro. Devo dire che una buona vera carbonara è uno spettacolo, a Roma ho imparato a farla con la pasta corta come fanno tutti, mai con la lunga. Perché si raffredda velocemente, a differenza della pasta corta che conserva di più il calore. Tante volte ti arriva in un bicchiere, non in un piatto. Sono stata da Barbara Agosti, regina della carbonara, che la prepara in 23 specialità diverse, incluso caviale, perché sono sempre uova. Persino con uova di struzzo. Da lei ho mangiato la carbonara più buona della mia vita. Una cosa che usano tanto e che non apprezzo particolarmente è invece il carciofo».

Però c’è il carciofo alla giudìa, sulla tavola romana. «Sì, me l’hanno praticamente rifilato ogni giorno. Non era male, ma è un po’ amaro».

Il tuo blog Post Aus Italien racconta l’Italia ai lettori di lingua tedesca, mentre Radio Adria ha già totalizzato 25mila iscritti. C’è un aspetto dell’Italia più difficile da spiegare, a chi vive in Germania? «Nel mio nuovo podcast ho affrontato la “bella figura”. Non è facile da spiegare, perché letteralmente vuol dire avere un bel fisico, ma non ha nulla a che vedere con questo significato. La “bella figura” è uno stile di vita, un concetto che ho provato a chiarire nel podcast. Altra cosa difficile da spiegare è la “sprezzatura”, il fare cose difficili con una certa disinvoltura. Vale a dire, affrontare le cose complesse con leggerezza d’animo. Giorgio Armani disse: “Le cose che sembrano semplici sono sempre le più difficili”. Lo stesso vale per la letteratura. Tanti commentano che scrivo in modo semplice, “Dev’essere facile”, dicono. Al contrario, è la cosa più complessa. Alcuni di questi sono concetti difficili da spiegare, ma i tedeschi vogliono capire, per questo il blog e il podcast vanno a gonfie vele. Vogliono conoscere l’Italia dietro le quinte, comprendere il segreto della dolce vita, come si può raggiungere nonostante non si sia milionari. Nel libro su Trieste non sono andato solo nei luoghi turistici, ma ho cercato le persone che rendono la città interessante».

A proposito del tuo ultimo successo: “Espresso sotto le stelle” racconta piazze e caffè di Trieste ed è in vetta alle classifiche in Austria. Si parla ancora una volta di felicità? Si racconta dei vicoli di Trieste, dei suoi angoli nascosti? «Ho provato a scoprire l’idea di vita dei triestini, che sono particolari. Una commistione di culture come forse nessun’altra città italiana è in grado di offrire. Se il confine non esiste per città come Firenze o Milano, Trieste è sempre stata storicamente una compenetrazione fra culture. I triestini, poi, conducono una vita particolare. Per esempio, tendono ad abbronzarsi il più possibile e già da marzo quando non c’è la bora vanno con le Vespe verso Barcola. Poi sono stato al Pedocin, quel famoso bagno che separa uomini e donne. Non mi limito a parlare di questo che credo sia l’unico in Europa a essere ancora diviso, ma racconto il punto di vista di quanti gestiscono questo bagno. E inoltre spiego cos’è il buffet, dove c’è la casalinga accanto al politico. L’eterogeneità di un luogo aiuta a capire la vera vita, e questa democrazia mi affascina».

Saba scrive: “[Trieste] Se piace, è come/ un ragazzaccio aspro e vorace,/ con gli occhi azzurri e mani troppo grandi/ per regalare un fiore”. «Sono stato nella sua libreria. Trieste è forse la città più letteraria d’Italia. Naturalmente ci sono scrittori celebri a Roma o altrove, ma con i suoi 200mila abitanti ha prodotto qualcosa d’immenso, ed è un grande stimolo per uno scrittore, ritrovarsi nei caffè dove sono stati Joyce o Magris. Ho sempre sognato d’incontrare Magris, ma non ho mai avuto fortuna. È un peccato, perché lo ammiro profondamente. Uno scrittore che si ritrova a Trieste ha un ulteriore stimolo, stando in una città che ha atmosfera, caffè che attraggono i letterati. Non ricordo chi lo disse: “In un caffè sei da solo, ma non da solo”. Puoi concentrarti, ma ti stagli contro uno sfondo in cui non sei solo al mondo, e questo è meraviglioso. Lo stesso Magris ha scritto a lungo sul Caffè San Marco, definendolo un rifugio. Perché sul computer o sul tuo diario crei il tuo mondo, uno completamente nuovo. Mentre intorno a te va avanti la vita normale del caffè che ti offre riparo e ti evita di estraniarti. Infine, le librerie hanno un altro posto importante. Ho un’amica che, appena visita una città, entra nelle librerie. Così subito respiri la cultura del posto».

Gorizia è stata Capitale europea della Cultura insieme a Nova Gorica: cosa pensi del risultato ottenuto? Ci sei stato? «Sì, soprattutto perché le mie figlie hanno studiato a Gorizia. Il mio legame con la città è molto forte, ci andavo quasi ogni giorno. Ho vissuto anche il Go! 2025, che oltre a essere un successo economico ha collocato la città sulla mappa culturale. Mi piace sempre pensare a Gorizia (non “Görz”) un po’ come Trieste: una città in cui coesistono più culture. Venne divisa durante la Guerra fredda, però la sua radice mista può soltanto far bene. Certo, durante la Guerra accaddero cose brutte, ma in generale la cultura di confine offre sempre maggior stimolo, storia e cultura più profonde, un’altra ricchezza».

Le tue figlie hanno studiato al liceo linguistico del “Dannunzio” spostandosi ogni giorno da Grado: com’è stato affrontare quest’avventura? «È stato piacevole, seppure significasse svegliarsi ogni giorno alle 5.30, perché il pullman da Grado partiva alle 6.55, e qualche volta le abbiamo portate noi. Sotto quell’aspetto, svegliarsi all’alba è stato tosto, anche perché a me piace scrivere la sera. Al momento la maggiore sta studiando Letteratura ed entrambe leggono molto, il che per me rappresenta una grande soddisfazione. In questo devo riconoscere la formazione ricevuta al “D’Annunzio”, che ha saputo trasmettere il piacere per la lettura. Perché leggere un libro è la cosa più importante. Dobbiamo insistere nel promuovere la lettura del libro, che è tutt’altra cosa rispetto allo smartphone».

Cosa pensano gli italiani dei turisti, e perché “ciao” è diventata una parola pericolosa? «Ancora oggi mi prende il mal di pancia quando ripenso all’incontro con i miei futuri suoceri. Dissi: “Ciao!”. Altro che “bella figura!”. Tanti tedeschi che si trovano qui in vacanza lo dispensano a tutti. Io tento di spiegare che non è molto piacevole iniziare con questo saluto, perché rappresenta una falsa amicizia. Soprattutto se ci si rivolge a Carabinieri e autorità, bisogna sempre dire “Buongiorno” o “Buonasera”. E questo va chiarito, perché è una parola molto intima, non è corretto usarla con chi non conosci».

Quali sono i tuoi dieci luoghi preferiti a Grado, e dove si mangia il gelato migliore? «Tutta la spiaggia rappresenta il mio luogo preferito, perché offre una varietà incredibile di elementi. Per quanto mi riguarda, amo più le passeggiate verso Pineta, anche durante l’inverno che ti ritrovi proprio da solo, stupendo. E poi amo camminare nel centro storico, perché a ogni angolo ritrovi una storia da inventare. Per esempio, cosa accadde in quella casa di sei o sette secoli fa, cosa nascondono quelle mura, fra cui vissero per generazioni? Ma il mio luogo preferito, a dire il vero, è la laguna, il vero tesoro di Grado. Uno spazio quasi unico in Europa, che nessuno conosce. I turisti la visitano raramente, sebbene rappresenti una meraviglia tutta da scoprire. Soprattutto la sua luce, che a ogni stagione è diversa e in ogni minuto cambia. Vale la pena prendere il battello per Barbana, già l’idea di un monastero nel mezzo di una laguna è qualcosa d’incredibile. Una distesa d’acqua che offre anche tanti ristoranti: li puoi raggiungere con la tua barca o col taxi boat. Un’esperienza unica che ti consente di vedere Grado con altri occhi. Certo, se ci vieni per la prima volta, vai in spiaggia, mangi la pasta o una pizza. Ma se vuoi guardare più nel profondo, la laguna è un luogo che va assolutamente scoperto. In merito al miglior gelato, ho sempre scritto che per me il campione del mondo è Antoniazzi».

A proposito di ristoranti: in quelli italiani i bambini sono davvero i benvenuti? «Due o tre mesi fa era comparso un articolo, mi pare sul Corriere della Sera, che ha riportato l’idea di un ristoratore contrario alla presenza di bambini. Il ristorante non era stellato, ma di alto livello, e una mamma aveva cambiato il pannolino al bebè sulla tavola. Il gestore aveva deciso di vietare la presenza di piccoli. Gli italiani sono famosi per essere molto amanti dei bambini, di qui la polemica che ne era scaturita. Se conosci la storia, forse il ristoratore non aveva tutti i torti a lamentarsi. Anch’io sono stato un padre con figli piccoli, se un bambino piange si porta fuori. Credo ci voglia sempre un po’ di senso civico, da parte del genitore. Ogni tanto noto come alcuni mettano l’IPad al figlio piccolo, con Peppa Pig a tutto volume, e non lo trovo opportuno».

Come si diventa esperti di Prosecco in trenta minuti? «Abbiamo trenta minuti per spiegarlo? Ovviamente i tedeschi amano il Prosecco. Io dico che può essere una bibita fantastica, perché è di tendenza la bevanda alcolica leggera. Nessuno beve più un Gin Tonic o i vini a 15 o 16 gradi. Quindi col Prosecco sei sulla buona strada. Il mio consiglio è di provare non solo il Prosecco DOC, ma anche quello DOCG, che arriva proprio da Valdobbiadene e Conegliano, una varietà che apre la mente. Tanti tedeschi conoscono il Prosecco del supermercato al costo di cinque euro, ma quelli veri veneti sono un altro mondo».

Hai altre sorprese o progetti nel cassetto? «Decisamente. Il prossimo aprile uscirà il mio nuovo romanzo, ma non posso fornire anticipazioni. C’è tanta Italia e tanto Maiwald, ma è completamente diverso da tutto ciò che ho scritto finora. Mentre a ottobre uscirà nella traduzione italiana “Espresso sotto le stelle” per Luglio Editore. Il 23 aprile del 2027 lo leggerò al celebre Caffè San Marco. Per me è un grande onore, perché organizzano letture solo quelle cinque o sei volte all’anno e perché è la stessa ambientazione su cui si basa il libro».

(Foto, Laura Puggina, Rossana D'Ambrosio

Rimani sempre aggiornato sulle ultime notizie dal Territorio, iscriviti al nostro canale Telegram, seguici su Facebook o su Instagram! Per segnalazioni (anche Whatsapp e Telegram) la redazione de Il Goriziano è contattabile al +39 328 663 0311.


Articoli correlati
...
Occhiello

Notizia 1 sezione

...
Occhiello

Notizia 2 sezione

...
Occhiello

Notizia 3 sezione