L’INTERVISTA
Don Alberto, cinquant’anni dopo Sant’Anna: «Quella comunità non è stata capita»
Nel 1976 fu allontanato dalla parrocchia del quartiere goriziano, oggi rievoca quell’esperienza. Un percorso di vita «dalla religione al Vangelo», stando sempre accanto alle persone più sole.
Nel 1976 veniva allontanato dalla parrocchia che aveva contribuito a costruire in un quartiere appena nato. Mezzo secolo dopo racconta l’esperienza della Comunità di Base, il lavoro con tossicodipendenti, persone senza casa, malati psichici e detenuti. E una ferita che il tempo non ha cancellato.
L’intervista a don Alberto era in programma da tempo. L’idea era nata già un anno fa, dopo una conversazione con Lucia Calandra, una di quei ragazzi di Sant’Anna che ancora oggi mantengono i legami nati allora. A convincermi che non fosse più il caso di rimandare è stata, però, la mostra fotografica dedicata a Paolo Gasparini, allestita a Casa Morassi in Borgo Castello. Gasparini ha fotografato per una vita chi rimane ai margini dello sguardo. Don Alberto, con gli ultimi, ci ha vissuto.
Poi mi sono accorta di una coincidenza: sono trascorsi esattamente cinquant’anni dal 1976, l’anno in cui don Alberto fu allontanato dalla parrocchia di Sant’Anna. E allora mi sono detta che, qualche volta, le coincidenze arrivano al momento giusto. Cinquant’anni sono una distanza sufficiente per provare a rileggere una storia, ma non necessariamente per cancellarne le ferite.
Un quartiere nato sugli orti
Per capire quella vicenda bisogna tornare alla Gorizia dei primi anni Sessanta. Sant’Anna era un quartiere nuovo. Dove sarebbero sorti condomini e villette con piccoli giardini c’erano ancora gli orti. Poco distante era stato realizzato il Villaggio Fatebenefratelli, accanto al San Giovanni di Dio. La città si espandeva e nelle nuove abitazioni arrivavano famiglie provenienti da realtà diverse, spesso senza precedenti legami tra loro.
Erano anche anni nei quali la solidarietà aveva una dimensione estremamente concreta. È ancora vivo il ricordo delle raccolte di carta e stracci per l’abbé Pierre, alle quali partecipavano scout, associazioni cattoliche, giovani e adulti. È in questo contesto che, nel 1965, anno della conclusione del Concilio Vaticano II, don Alberto comincia la sua esperienza a Sant’Anna. Non c’è ancora una chiesa: c’è soprattutto una comunità da costruire.
«La prima cosa che ho fatto è stata incontrare queste persone, conoscerle», racconta. E in quelle famiglie trova «domande di giustizia, di dignità, di tenerezza, di rabbia, di serenità, di perdono, di conforto, di cambiamento e di paura. Sì, anche di fede». La sua idea di parrocchia parte da qui e la sintetizza con una frase precisa: «La piramide bisognava rovesciarla».
Una Comunità di Base
Quello che prende forma a Sant’Anna ha caratteristiche precise: il sacerdote non è posto al vertice, i laici partecipano direttamente alla vita comunitaria e il Vangelo viene messo in relazione con i problemi concreti delle persone. È l’esperienza di una Comunità di Base, una delle forme attraverso le quali, negli anni successivi al Concilio Vaticano II, una parte del mondo cattolico tenta di tradurre il rinnovamento della Chiesa in un diverso modo di vivere la fede e la comunità.
Un’esperienza che entra progressivamente in conflitto con la struttura ecclesiastica e che nel 1976 arriva alla rottura. «Ci hanno trattato da comunisti. Punto e basta», ricorda don Alberto. «Mi hanno sbattuto fuori dalla parrocchia». A distanza di mezzo secolo insiste su un aspetto: non considera quanto accadde soltanto una vicenda personale. Con il suo allontanamento, sostiene, venne interrotto il percorso di un’intera comunità composta da famiglie e ragazzi che stavano costruendo qualcosa insieme.
Esiste anche un documento relativo a quella vicenda che, secondo don Alberto, meriterebbe di essere ripreso e approfondito «per onestà e per giustizia verso il popolo di Dio. Non verso di me».
«Venite a vivere con me»
L’allontanamento da Sant’Anna interrompe il progetto parrocchiale, non il rapporto di don Alberto con le persone. Comincia quella che lui definisce una strada «dalla religione al Vangelo». Prima vive in una roulotte al Parco della Rimembranza insieme a persone che non hanno una casa. Poi gli viene assegnato un alloggio in via Canova 11 e a chi dormiva fuori dice semplicemente: «Venite a vivere con me». È il 1977.
Da quelle esperienze nasceranno negli anni la comunità e la cooperativa Arcobaleno, La Tempesta per le tossicodipendenze, il lavoro con i malati psichici, la casa di Mossa e l’Oasi del Preval. Il principio che le accomuna don Alberto lo riassume con un’espressione insolita: «I progetti bisogna farli sul corpo, sulla persona, non sulla testa». Vale a dire partire dai bisogni reali, non da quelli immaginati in un ufficio. «Chi fa i progetti di testa li fa in ufficio, li fa nelle assemblee. Noi invece li facevamo mentre mangiavamo».
Durante l’intervista ricorda una donna che viveva in una stazione ferroviaria chiusa, senza acqua e senza luce. La soluzione, ancora una volta, non aveva richiesto un convegno: «Le ho detto: bon, vieni a vivere con me». Lo dice come una cosa ovvia, quasi non ci fosse altro modo possibile di stare al mondo.
A novant’anni ancora in carcere
Quel modo di stare accanto alle persone non appartiene soltanto al passato. A più di novant’anni don Alberto continua a frequentare il carcere di Gorizia. Nei giorni precedenti l’intervista vi era entrato quotidianamente, nonostante fosse stato lui stesso due volte in ospedale. Racconta della tombola promessa ai detenuti per Ferragosto. Non era riuscito a comprare i premi e aveva pensato di sostituirli con piccole somme di denaro, incontrando però il divieto dell’amministrazione.
Potrebbe sembrare un episodio marginale, ma per lui non lo è: «Bisogna mantenere le promesse, perché i ragazzi aspettano». Ciò che vede dietro le mura del carcere è soprattutto la solitudine: persone che non hanno più rapporti con i familiari e altre che una famiglia non ce l’hanno affatto.
Una città che deve tornare a incontrarsi
Lo sguardo di don Alberto si sposta inevitabilmente sulla Gorizia di oggi. Nell’esperienza di Gorizia e Nova Gorica Capitale europea della cultura e soprattutto nella rinascita di via Rastello dice di aver ritrovato qualcosa che conosceva bene: giovani che aprono attività, provano a inventarsi un futuro e rimettono in movimento luoghi rimasti a lungo fermi.
Ma osserva anche il fenomeno opposto: aggressività, bullismo, episodi di violenza tra giovani. Per don Alberto non bastano gli appelli, le telecamere o la risposta repressiva. La domanda dovrebbe essere posta prima: quali relazioni, quali adulti, quali luoghi d’incontro trova oggi un ragazzo? Famiglia, scuola, parrocchia, associazioni: quelle reti che un tempo contribuivano a costruire relazioni si sono indebolite.
E poi c’è Gorizia che perde i suoi giovani, costretti spesso a cercare altrove opportunità di lavoro e di vita. «Una vita non si costruisce da soli», dice. «La vita è assieme agli altri».
I semi di Sant’Anna
Quando gli si chiede da dove bisognerebbe ripartire per ricostruire comunità, don Alberto non propone grandi programmi. Dice di cominciare dai bambini, dall’asilo, dalle elementari e soprattutto dalle famiglie: farle incontrare, coinvolgerle.
Poi cita la Casa della Comunità di via Vittorio Veneto e osserva, quasi con amarezza, che loro una comunità parrocchiale avevano provato a costruirla cinquant’anni fa e che «non era stata capita». Gli ex ragazzi di Sant’Anna continuano ancora oggi a incontrarsi. Sono diventati uomini e donne, sono passati cinquant’anni, ma quei rapporti sono rimasti. Don Alberto li chiama «i semi germogliati di quella semina».
Un biglietto da Roma
Alla fine dell’intervista don Alberto racconta di un biglietto che monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli gli ha inviato da Roma. In quelle righe il vescovo parla esplicitamente dell’«incomprensione» e del «trattamento» subito dalla diocesi di Gorizia e osserva che tutto ciò non gli ha impedito di dedicarsi, allora come oggi, agli ultimi.
È in quel momento che il 1976 smette improvvisamente di sembrare una data lontana. Il dolore di don Alberto per l’estromissione dalla comunità di Sant’Anna è ancora percepibile e cinquant’anni non sono bastati a cancellarlo.
Non è possibile sapere se un riconoscimento arrivato mezzo secolo dopo possa lenire quella ferita, e forse non è nemmeno questa la domanda più importante. Resta un dato: nel 1976 si è potuta interrompere un’esperienza parrocchiale e si è potuto allontanare un sacerdote, ma non si è riusciti a cancellare quello che quell’esperienza aveva già messo in movimento. I ragazzi di Sant’Anna sono ancora lì. I semi hanno continuato a germogliare.
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