«Dio è amore, tutti i popoli sono uguali». Vito Mancuso chiude la XXII edizione èStoria

«Dio è amore, tutti i popoli sono uguali». Vito Mancuso chiude la XXII edizione èStoria

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«Dio è amore, tutti i popoli sono uguali». Vito Mancuso chiude la XXII edizione èStoria

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 31 Mag 2026
Copertina per «Dio è amore, tutti i popoli sono uguali». Vito Mancuso chiude la XXII edizione èStoria

Per la conclusione del festival il teologo ha approfondito al Teatro Verdi l’ultimo volume ‘Gesù e Cristo’ toccando fra le altre tematiche anche quella dell’Intelligenza artificiale.

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L’acqua. L’origine della vita, fatta di due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. Persino l’acqua ci insegna il legame in seno al mondo. A chiarirlo è stato il teologo Vito Mancuso, accolto oggi al teatro Verdi di Gorizia per la chiusura del XXII festival èStoria incentrato sul tema “Religioni”. Preziosa occasione per riflettere – oltre che sull’ultimo saggio “Gesù e Cristo” edito da Garzanti – su volontà umana, mistero del creato e quell’Intelligenza artificiale appena affiorata nell’enciclica di Papa Leone XIV. «Il suo ultimo lavoro è un testo per certi versi spiazzante – introduce la moderatrice Selina Trevisan – perché porta con sé visioni e tesi che talvolta conducono a sentieri inabituali, che non siamo abituati a calpestare». Quella di Mancuso è una vita spesa in ricerca e studio come San Girolamo, con cui cogliere «la necessaria distanza» e pensare “Gesù e Cristo”. «Perché Gesù “e” Cristo – domanda la giornalista – per quale motivo separare le due figure dal punto di vista storico e teologico, cosa racchiude quella particella che ha capacità di separare e unire?». La prima precisazione dell’autore è correlare le religioni alle menti e ai cuori della civiltà attuale, soprattutto a quelli dei giovani. Fin dal suo etimo, “religio – religionis” porta con sé il prefisso “re”, mentre “ligio” rinvia alla radice che indica il “legame”. «La nostra libertà da un lato sente che deve opporsi, liberarsi – spiega Mancuso – intendendo la libertà come liberazione. Dall’altra, sente di dover aderire, consigliarsi. Una volta raggiunta la libertà, cosa si cerca? Qual è il significato di te stesso nel Cosmo? Questo è il senso della “religio”, che da sempre accompagna il cammino degli esseri umani». Il mistero delle stelle in Dante, la metafisica di Leopardi, la solitudine siderale di Ungaretti o Quasimodo e così degli altri: in fondo i poeti non racchiudono altro che stupore e meraviglia verso l’origine del creato. «Perché sempre gli esseri umani – prosegue - al cospetto delle stelle o dei bambini che nascono, avvertono il bisogno di collegare il proprio cuore a un disegno più grande, che non sia l’insensatezza umana dei traffici ai quali assistiamo.

E noi postcristiani, postmoderni, post-tutto, dovremmo essere la prima società senza religione? Non è mai accaduto. Certo, adesso la religione è storia. C’era una volta, adesso non c’è più. Non mi riferisco alla Chiesa, ma a quel legame profondo che lega la società. Un tempo era la religione a tenerla assieme: “Te lo chiedo in nome di Dio”, il “Sacro Romano Impero”, “l’Ancien Régime”, c’è sempre stato qualcosa di strutturale». Ecco profilarsi una nuova era, quella che stiamo attraversando, sempre più povera di spiritualità e fede, dove l’umanità si mostra disumanizzata, depauperata dei legami che un tempo costituivano l’architettura sociale. «Veniamo alla “e” – riflette -. Come mai abbiamo perso tutto questo? È stata la storia, la ricerca storica, a condurci fin qui. È una situazione di crisi, ma qual è il problema alla base? Io vi illustro il mio pensiero, non sono dotato di infallibilità». A dimostrarlo nelle 700 pagine del volume è il problema del cristianesimo portato alla luce in Germania nel 1778, quando il filosofo Gotthold Ephraim Lessing pubblicò i frammenti di Hermann Samuel Reimarus con “Dello scopo di Gesù e dei suoi discepoli”. «Lì s’inserisce la lama dell’intelligenza storica – rimarca - che divide lo scopo di Gesù da quello dei discepoli». Mentre secondo Reimarus lo scopo di Gesù era politico, quello dei discepoli era di natura religiosa. «Questa è la lama – chiosa - la divisione tra Gesù e Cristo che dal finire del Settecento entrò a dividere. Da allora l’Occidente si divise tra la parte che esercita la coscienza critica e la storia, e quella che insegue la liturgia, il catechismo. La situazione attuale è quella fotografata prima: una parte priva di spiritualità, speranza, orizzonte più ampio di senso; e un’altra che si ritrova una speranza poco spendibile, poco fondata nella storia. Ne parli ai tuoi ragazzi, ma non ci credono più e le chiese sono vuote».

Una desertificazione correlata alla nuova visione del mondo, sempre più fondata su brutalità e sopraffazione, a partire da quella imposta per sottrarre la terra al vicino. «La questione non è quella di Reimarus – specifica - perché Gesù non fu un politico, altrimenti non avremmo avuto le parabole, i discorsi della montagna, e un politico non parla così. Non sono neanche i vangeli e gli evangelisti a scrivere cose così sublimi, dietro c’è una personalità mistica: la spiritualità di Gesù di Nazareth, “Yesuha” per Miriam, il figlio di Maria, così il Vangelo di Marco ne parla. Nessun uomo veniva presentato dal nome della madre; ciononostante, secondo il Vangelo di Marco i suoi compaesani si rivolsero dicendo: “Ma costui non è il figlio di Maria?”. La questione di fondo che ancora non ho detto è la seguente: Gesù voleva morire oppure no? Perché tutta la costruzione cristiana cristica cristologica cattolica, sopra la vita e l’esistenza di Gesù, si basa su questo assunto: che Gesù intendesse morire, “doveva”. E che lui avesse accettato quest’idea. Che ora è? – guarda l’orologio - Le dieci e mezza? In questo momento si stanno celebrando le messe. La vicenda di Gesù è al centro della messa, e tutta l’idea ruota intorno a “Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato”, oppure “Il mio corpo e il mio sangue dato in sacrificio per voi”. E nel canone terzo della messa, la vittima è immolata per la nostra redenzione. Queste sono le parole che da 2000 anni, tutti i giorni e le domeniche, interpretano la vicenda di Gesù all’insegna della necessità di morire». Una morte insensata che richiama genocidi e guerre in atto, portando in nuce l’idea dell’agnello sacrificale come verbo che, accecando nella sua luce, conduce s’un sentiero errato della Storia. «I vangeli sono stati scritti dopo la lettera di San Paolo – precisa - i primi sono quelli dell’apostolo Paolo. Nel libro affermo che senza Gesù il cristianesimo non sarebbe nato, senza Pietro nemmeno e senza Paolo non sarebbe diventato quella grande cattedrale che è. Nel leggere l’apostolo Paolo, la morte di Gesù doveva avvenire, κατὰ τὰς γραφάς, dal greco “secondo le scritture”».

Così la Bibbia ebraica, in cui il volere di Dio era deciso da sempre. «Cos’è venuto a fare, Gesù, nella Storia? A essere ucciso, versare il suo sangue per i nostri peccati. E questo diviene la grande luce che illumina i materiali degli evangelisti, racconti storie o parabole che possono essere disposti in un modo o nell’altro a seconda dell’idea che avete. L’oggetto formale, come insegna la filosofia scolastica, determina quello materiale. È come tu vedi il mondo che dispone il mondo secondo un certo tipo di valore: tutto dipende dalla tua mente, da com’è disposta». Se a illuminare il sentiero è l’idea della morte, l’imperativo risiede nel sacrificio e al contempo nell’hic et nunc, al quale in un certo senso si appellano gli imperialisti del nostro tempo. «La questione riguarda l’idea che Gesù doveva morire – insiste - quest’idea di San Paolo diventa la grande luce, il grande criterio in base al quale gli evangelisti dispongono il loro lavoro. Ecco l’agnello di Dio, primo capitolo: Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, in principio era il verbo, l’apparizione storica all’insegna dell’agnello, la vittima. L’agnello è l’animale sacrificale che doveva essere preso dal sacerdote e sgozzato. Se leggete i vangeli vi ritrovate sia i sinottici sia il quarto, tutti configurati all’insegna della necessità della morte. I vangeli sinottici lo fanno attraverso un verbo greco di tre lettere: δεῖ, che vuol dire “occorre, bisogna, si deve”». Quel “momento opportuno” espresso dal termine “Ora”, in greco ὥρα . «Cos’è il δεῖ? – si spinge a chiarire -. È la morte. Quando la madre gli chiede del vino, risponde: “Che cos’ho a che fare? Non è ancora giunta la mia ora”. L’idea è che Gesù non volesse morire. Il fondamento del cristianesimo è in contraddizione con quello che io rinomino “Gesuanesimo”. Come dimostro che Gesù non volesse morire? Sulla base di questi argomenti: in primis il suo temperamento. Nei Vangeli appare come tutt’altro che “un morto che cammina”, che sapeva di essere venuto per fare l’agnello. Amava la vita, la natura, i bambini, la convivialità. Aggiungo due altri argomenti: il primo riguarda la teologia di Gesù, la maniera in cui pensava Dio. Il cristianesimo ritiene che Gesù sia morto per lavare i nostri peccati. La lettera agli ebrei afferma: “Non c’è perdono senza spargimento di sangue”.

In realtà, tutto l’insegnamento e la vita di Gesù di Nazareth sono stati all’insegna della posizione contraria. Esiste un perdono che non avverte il bisogno alcuno di spargimenti di sangue: Gesù s’inventa la figura di questo pastore per testimoniare l’amore sconfinato, la misericordia. L’idea del cristianesimo secondo cui la salvezza si offra grazie alla morte di Gesù è sbagliata, se l’è inventata per prima Pietro e poi Paolo». Un travisamento correlato anche alle diverse versioni dei Vangeli, nelle quali la morte avvenne secondo modalità differenti, accomodate dal simbolismo della fede. «Come terzo argomento storico – chiarisce - riporto la fine concreta di Gesù. Come morì? Colui che sa che il proprio scopo è essere l’agnello e deve morire, come morirà? Come affronterà l’ultimo momento inchiodato sulla croce? I quattro Vangeli offrono una narrazione diversa, con tre modalità, dove il secondo riprende il racconto del primo». Il primo a ricordarlo fu Marco, secondo il quale Gesù sulla croce disse: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, utilizzando in greco la frase “forte grido”. «Tutti i condannati in croce – puntualizza - muoiono per asfissia». Per lunghe ore inchiodato o legato, il crocifisso viene flagellato e le sue ferite restano esposte agli insetti. Pare che a ideare la crocifissione furono i persiani, consapevoli che il supplizio fosse una forma teatrale per terrorizzare quanti stavano ad assistere, «soprattutto nei tempi in cui non c’erano tv e cellulari». Nel morire asfissiato, Gesù emette un forte grido. «Di cosa è segno? Di rabbia, disperazione. Il secondo evangelista scrive le stesse cose, il terzo no». A modificare il finale è Luca, che presenta la morte di Gesù cambiando le ultime parole con “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”. «Le prime sono parole di un disperato, abbandonato – sottolinea - le seconde di uno che non ha perso la fede.

Ancora più lontano è il Vangelo di Giovanni, nel quale Gesù non appare più in solitudine: con lui è presente la madre, il discepolo amato e l’altra Maria: «Qui manca il forte grido, e le sue parole sono completamente diverse, conformi all’idea dell’agnello che sapeva “τετέλεσται”: verbo greco al perfetto, il cui indicativo è τελέω, che deriva da τέλος. Vale a dire il fine, che si ricollega a “teleologia”, formata da τέλος e λόγος. Il verbo sta a significare che tutto è compiuto. “Consumatum est”, nella vulgata latina. Aveva una missione da compiere? È compiuta. Non c’è nessun grido. Perché dico che Gesù non volesse morire? Perché non muore come voleva il quarto evangelista o il terzo, adattamenti a una figura divina. Muore come dice il secondo e il primo, Marco. Non si tratta certo della biografia, ma della versione meno lontana da come andarono le cose». E nel leggere una domanda posta a Carlo Maria Martini, per anni arcivescovo di Milano, rammenta come il presbitero non riuscisse a comprendere perché Dio facesse morire Gesù sulla croce. «Perché – torna alla questione iniziale - ora la religione è storia? La ricerca storica contemporanea ha fatto emergere il problema, che non si risolve nascondendo la testa sotto la sabbia pensando che tutti siano eretici. I problemi si risolvono capendo la verità che contengono e trasformando. Siamo al cospetto di un momento critico dell’Occidente, e se c’è un momento in cui abbiamo assoluto bisogno di spiritualità è questo, ma si tratta di fondarlo sulla roccia della ricerca storica». Una ricerca del sacro che per l’uomo moderno non sempre coincide con la religione. «L’uomo moderno – s’interroga - chi è? Consapevole di osservare il mondo dal mio oblò, noto che la ricerca spirituale attuale non coincide più con la religione. Questa è la caratteristica del nostro tempo». E nonostante tutto, fin quando l’umanità sarà in grado di ragionare, non potrà non avvertire la magia del sacro. In questo senso «la connessione genera stupore, mistero, meraviglia», quell’universo di simboli nei quali i poeti trovano consolazione. La riflessione di Trevisan si sposta quindi sul documento elaborato dal CEI, “Radicati e costruiti in Cristo”:

«Guardando alla ricerca sui vangeli, condivide questa necessità? E in questo momento, alla luce della situazione globale, forse è da guardare a qualche altro aspetto?». «Papa Leone ha agito nel giusto – conviene Mancuso - dando priorità al Vangelo. La questione è che è necessaria una modalità critica, a partire dalla comprensione che non esiste “il” vangelo, ma “i” vangeli. Qual è la buona notizia? Quell’informazione che porta a individuare un fondamento. Mio padre era un muratore, diceva nel suo dialetto: “U discursu vuole lu pere”, “il discorso vuole il fondamento”. Lo stesso Kant sostiene che bisogna “Stare ritto sui propri piedi”, dunque è necessario raggiungere un fondamento. Qual è il Vangelo? Per me non corrisponde alla morte e resurrezione di Gesù, che di per sé è un evento. Io sono alla ricerca di una logica. La vera buona notizia dev’essere universale, qualcosa che accompagni da sempre il cammino dell’umanità. Si dice che Gesù preferisce un popolo, il popolo eletto, prende la terra e la dà a loro, poi manda il figlio a morire. Io tutto questo non lo credo», sostiene accolto dal plauso della platea. «Dio esiste – ribadisce - ed è il padre di tutti gli uomini nei tempi. Non c’è alcun popolo eletto, tutti i popoli sono uguali». A unire i popoli è la logica dell’amore «costitutiva dell’essere», come canta Battiato con “Tutto l’universo obbedisce all’amore”. «Questo è un bicchiere d’acqua – mostra alla platea alzandosi in piedi – che è aggregazione di idrogeno e ossigeno. In questo momento respiriamo l’aria, miscela fatta per il 78% di azoto, il 21% di ossigeno, lo 0,7% di argon; gli stessi atomi sono aggregazioni. Cosa aggrega? Il nostro corpo non è altro che aggregazione di particelle subatomiche, tessuti, organi. Cosa aggrega? Quando Battiato cantava “Tutto l’universo obbedisce all’amore” non era ingenuo: illustrava la legge alla base dell’essere, la sua relazione armoniosa.

Laddove c’è relazione armoniosa riposa l’essere, in sua vece troviamo il caos. La buona notizia è che il fil rouge secondo il quale non ti perdi in questo labirinto del mondo esiste da sempre: Dio è amore, il principio di tutte le cose. Abbiamo la via per salvarci, c’è, si chiama amore», conclude accolto da un abbraccio di applausi. Non è mancata l’osservazione sull’intelligenza artificiale e sull’enciclica promulgata dal Papa: «Un oggetto ha un valore in sé, per ciò che serve quest’oggetto o dispositivo, e uno per sé, dato dalla relazionalità, dal rapporto con gli utenti. Prendiamo un coltello: ha un valore in sé e dipende da chi lo usa, in quale situazione. Lo stesso che nella giungla può rivelarsi indispensabile, in una classe scolastica può essere deleterio. In egual misura, pensare all’IA comporta usare il sé e per sé in quanto dipende da chi la usa. Possiamo negarne l’utilità in ambito medico, o nella gestione del traffico e della sburocratizzazione? E ancora, qual è lo stadio attuale dell’umanità? Abbiamo a che fare con esseri umani sempre più consapevoli e colti, in grado di scegliere i politici? L’attuale presidente degli Stati Uniti è la fotografia di quella società, non sono stati i cinesi a darglielo, se lo sono scelti loro. Stiamo sì facendo passi avanti nel progresso tecnologico, ma non c’è capacità di fermarsi e ascoltare, manca il dialogo, non c’è cultura né libertà. Si acquista libertà quando siamo in grado di ascoltare gli altri. A quale umanità è in mano l’IA? Il rischio è consegnare la nostra intelligenza a questo dispositivo, appiattirci. Già Marcuse scriveva: “L’uomo ha una sola dimensione”. Scrivere con ChatGPT appiattisce la sintassi, ma cosa insegnano Caravaggio, Rembrandt o De La Tour? Il chiaroscuro… Mentre il rischio è la stupidità naturale. Ho paura per il per sé, per quest’umanità così, sempre più pigra». 

(Foto, Rossana D'Ambrosio) 

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