Darus Salaam, dopo la sentenza del Consiglio di Stato si apre un ‘fronte interno’ nella comunità bengalese: «Non vogliamo divisioni, ma risposte trasparenti»

Darus Salaam, dopo la sentenza del Consiglio di Stato si apre un ‘fronte interno’ nella comunità bengalese: «Non vogliamo divisioni ma risposte trasparenti»

LA SITUAZIONE

Darus Salaam, dopo la sentenza del Consiglio di Stato si apre un ‘fronte interno’ nella comunità bengalese: «Non vogliamo divisioni ma risposte trasparenti»

Di Salvatore Ferrara • Pubblicato il 08 Ago 2026
Copertina per Darus Salaam, dopo la sentenza del Consiglio di Stato si apre un ‘fronte interno’ nella comunità bengalese: «Non vogliamo divisioni ma risposte trasparenti»

Duplice la richiesta dei vertici. Più chiarezza sulla gestione economica e patrimoniale del Centro. Individuare una strada per garantire alla comunità la possibilità di continuare la propria vita religiosa e associativa.

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La sentenza del Consiglio di Stato del 31 luglio scorso ha segnato un punto decisivo nella lunga controversia giuridica tra il Comune di Monfalcone e il Centro Culturale Islamico “Darus Salaam”. Palazzo Spada ha emesso così il pronunciamento definitivo sulla proprietà dell’immobile di via Duca d’Aosta: l’appello presentato dal Centro Islamico è stato respinto e l’edificio, già acquisito dall’amministrazione comunale, resta definitivamente nel patrimonio dell’Ente.  Tuttavia, per la comunità musulmana bengalese di Monfalcone, la vicenda non si esaurisce nella questione della proprietà dell’immobile. Un documento diffuso nelle scorse ore dall’associazione, propone un focus su un secondo “fronte”, interno alla stessa comunità: quello della gestione del patrimonio raccolto negli anni attraverso le donazioni dei fedeli, della trasparenza sulle decisioni e del futuro delle strutture utilizzate dalla comunità. 

Nello specifico, la presa di posizione nasce dalla prospettiva della vendita di due immobili residenziali di proprietà del Centro Culturale Darus ma non oggetto di interesse del pronunciamento della massima Corte della Giustizia Amministrativa. Secondo il documento, gli immobili di via Duca d’Aosta sarebbero stati acquistati anche grazie al contributo economico della comunità musulmana. Da qui la richiesta di un confronto più ampio prima di assumere decisioni riguardanti beni che, secondo i promotori dell'iniziativa, sono stati costruiti e finanziati nel tempo attraverso il contributo di numerosi fedeli.

Il messaggio diffuso attraverso i canali social dalla comunità musulmana parla apertamente di «domande, preoccupazioni, discussioni e critiche» emerse negli ultimi tempi e rivendica il diritto dei membri della comunità a essere informati e coinvolti. La richiesta centrale è quella di conoscere come siano stati utilizzati i fondi raccolti negli anni e di ottenere un rendiconto sulle risorse destinate alla costruzione e alla gestione della moschea.

Il nodo della proprietà
La questione patrimoniale si intreccia con la lunga e ormai nota battaglia giudiziaria che ha avuto al centro l'immobile di via Duca d'Aosta utilizzato dal Darus Salaam come luogo di preghiera. Il Comune aveva ordinato il ripristino della destinazione d'uso dell'edificio, contestando l'utilizzo prevalente dell'immobile per il culto rispetto alla destinazione urbanistica prevista. Il contenzioso è arrivato più volte davanti alla giustizia amministrativa (Tar). Nel 2025 il Consiglio di Stato aveva confermato la legittimità dell'ordinanza comunale sul ripristino della destinazione d'uso. Successivamente il Comune aveva proceduto all'acquisizione dell'immobile al proprio patrimonio e il bene è stato intavolato.

Il passaggio successivo aveva però lasciato aperto un delicato problema giuridico: il termine iniziale di 90 giorni previsto dalla normativa per l'ottemperanza all'ordine di ripristino impartito dall’Ente, doveva essere considerato decorrente anche durante la fase in cui il provvedimento era stato sospeso o annullato in primo grado? Proprio su questo punto, nel gennaio 2026, la Seconda Sezione del Consiglio di Stato aveva rimesso la questione all'Adunanza Plenaria, riconoscendo l'esistenza di orientamenti giurisprudenziali differenti.

La pronuncia di venerdì scorso ha chiuso il capitolo davanti alla giustizia amministrativa: il Consiglio di Stato ha respinto l'appello del Darus Salaam e confermato l'acquisizione dell'immobile da parte del Comune. I legali del Centro hanno contestato la decisione e annunciato l'intenzione di rivolgersi alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, sostenendo inoltre che alcune questioni relative alla possibilità di individuare spazi destinati al culto non sarebbero state affrontate nel merito della precedente decisione.

Una comunità che ora guarda anche al proprio interno
È in questo scenario che assume particolare rilievo il documento della comunità musulmana. Il tono è quello di un appello alla ricomposizione ma le domande rivolte al comitato di gestione sono numerose e precise. La comunità chiede innanzitutto perché, di fronte alle difficoltà del Centro, debbano essere venduti beni acquistati anche attraverso il denaro dei fedeli. Chiede poi un rendiconto delle somme raccolte negli anni, indicando in particolare le centinaia di migliaia di euro che, secondo il documento, sarebbero state destinate alla gestione e alla costruzione della moschea.

Un altro interrogativo riguarda le modalità con cui furono valutati gli aspetti giuridici degli immobili al momento dell'acquisto e le decisioni assunte successivamente, quando emersero le controversie sulla loro destinazione d'uso. La comunità domanda pure di sapere attraverso quale procedura sia stato costituito l'attuale comitato che si presenta come organo di gestione della moschea. Sono questioni che il documento presenta, non come accuse già accertate, ma come richieste di chiarimento. Gli autori insistono infatti sulla necessità di risposte «trasparenti» e «basate sui fatti», precisando di non voler alimentare conflitti o divisioni.

Il problema non è soltanto il luogo di preghiera collettivo
La vicenda del Darus Salaam assume così una dimensione più ampia rispetto alla semplice disponibilità di un edificio. Infatti, per una parte della comunità bengalese musulmana, infatti, il Centro Culturale ha rappresentato negli anni non soltanto un luogo di preghiera, ma anche uno spazio di aggregazione sociale e culturale. La perdita definitiva dell'immobile di via Duca d'Aosta rende quindi ancora più urgente la questione di dove e in quali condizioni la comunità potrà continuare a riunirsi per le proprie attività religiose e comunitarie, nel rispetto delle norme urbanistiche e delle disposizioni delle autorità. Siamo dunque difronte alla risoluzione complessiva della questione del culto islamico a Monfalcone? La sentenza stabilisce definitivamente, nell'ambito della controversia sull'acquisizione, la sorte dell'immobile già passato al Comune o traccia anche una indicazione generale ed una visione per il futuro? Alla luce delle riflessioni di questa comunità pare che restino aperte questioni più ampie relative agli spazi per la preghiera e alla possibilità per la comunità di disporre di luoghi idonei alle proprie attività religiose nel rispetto della normativa vigente.

«Non vogliamo conflitti né divisioni»
Il passaggio forse più significativo del documento è proprio quello rivolto alla ricomposizione interna. La comunità del Darus afferma di non voler «conflitti né divisioni» e indica come obiettivi trasparenza, responsabilità, rispetto reciproco, soluzione pacifica e unità. La richiesta è quindi duplice: da un lato ottenere chiarezza sulla gestione economica e organizzativa del patrimonio del Darus Salaam; dall'altro individuare una strada per garantire alla comunità la possibilità di continuare la propria vita religiosa e sociale. Il documento invita inoltre i rappresentanti delle organizzazioni sociali e culturali, le persone impegnate nella vita cittadina e tutti coloro che hanno interesse nella vicenda a partecipare alla ricerca di una soluzione attraverso strumenti «pacifici e conformi alla legge».
Dopo anni di ricorsi, ordinanze, sentenze e contrapposizioni politiche, la comunità si trova dunque davanti a una fase nuova. È su questi interrogativi, più che sulla sola vicenda giudiziaria dell'edificio, che potrebbe giocarsi il prossimo capitolo della storia del Darus Salaam e delle altre comunità islamiche della città. Di tutto questo, si parlerà in un incontro pubblico organizzato per stasera alle ore 20. I referenti del Darus rivolgono «un invito a partecipare spontaneamente e attivamente».

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