‘Contrazioni pericolose’ di Gabriele Pignotta porta al Verdi le relazioni di coppia, l’amore e la responsabilità

‘Contrazioni pericolose’ di Gabriele Pignotta porta al Verdi le relazioni di coppia, l’amore e la responsabilità

l'intervista

‘Contrazioni pericolose’ di Gabriele Pignotta porta al Verdi le relazioni di coppia, l’amore e la responsabilità

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 18 Mar 2026
Copertina per ‘Contrazioni pericolose’ di Gabriele Pignotta porta al Verdi le relazioni di coppia, l’amore e la responsabilità

Lo spettacolo prodotto da ArtistiAssociati andrà in scena stasera per la sua prima tappa del tour regionale. Il regista, attore e commediografo racconta il tema della genitorialità.

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Regista e attore oltre che sceneggiatore commediografo, Gabriele Pignotta – classe 1977 – è anche impegnato nel sociale e ha diretto tre campagne contro la violenza sulle donne. In tournée con la brillante commedia “Contrazioni pericolose” di ArtistiAssociati – in scena al Verdi di Gorizia stasera 18 marzo per la prima tappa regionale – Pignotta analizza in quest’intervista la cifra stilistica del proprio lavoro, raccontando la superficialità delle relazioni e al contempo la scelta coraggiosa di mettere al mondo una figlia.

Per lo spettacolo “Contrazioni pericolose” si può dire che l’unico rischio sia ridere troppo, e in questo caotico momento storico sembra l’unico “pericolo ragionevole”. È doverosa una precisazione, perché detto in questi termini sembra che si tratti di uno spettacolo comico con l’unico obiettivo di far ridere, mentre non è così. Si ride proiettandosi in una storia realmente accaduta: che ha una sua tridimensionalità e porta lo spettatore nella situazione di una sala parto, volutamente resa per alcuni versi paradossale. Quindi si narra di una storia vera con sentimenti reali attraverso il linguaggio della commedia. Si ride tanto, ma al contempo ci si emoziona e interroga su un tema importante qual è quello della genitorialità, che porta con sé tutto un filone esistenziale. Ci tengo a ribadirlo, in quanto si tratta di un’opera densa, che non esprime comicità fine a se stessa.

Perché hai scelto di mettere in scena proprio la sala parto? Perché si trattava di un tema che allora era diventato urgente nell’ambito della mia sfera personale. Ai tempi mi chiedevo se fosse il momento di diventare genitore: per me la questione del crearsi una famiglia o diventare genitori era molte forte. E quale migliore occasione che entrare in una sala travaglio - non nella sala parto - le sei sette ore precedenti alla nascita di una bambina? Legando a quest’evento una storia che all’epoca mi rappresentava, cioè quella di due ultraquarantenni che non avevano il coraggio di prendersi questa responsabilità, ma che raccontavano a se stessi la favoletta del “forever young” e “stiamo bene così”. Una storia con cui racconto una generazione che ancora insiste, ma che non trova realmente la felicità nella ricerca disperata di una soddisfazione personale, della carriera, del tempo libero e del concentrarsi su se stessi. Quindi il mio desiderio era di andare oltre, tant’è che da lì a un anno è nata mia figlia.

È una generazione immatura incapace di vivere appieno? È una generazione che non intende sacrificarsi. Almeno nelle grandi città, per quelle persone che svolgono una professione impegnativa, si stanno laureando o si sono laureate e seguono un percorso di crescita professionale diverso da quanti finito il liceo vanno a lavorare, che fra l’altro sono sempre meno. Se oggi domandi a una ragazza di 35, 36, 37, anche 38 anni, ti risponde che ci sta ancora pensando: “Non lo so, forse non sono pronta”, e via dicendo. Questo racconta un disagio sociale, perché non deve spaventare diventare genitori, anzi: dev’essere un completamento, un arricchimento e un’evoluzione piuttosto che un limite.

Oltre a essere autore del testo e uno degli interpreti, sei anche l’autore della commedia. L’hai scritta ad hoc per Rocío Muñoz Morales? No, l’avevo scritta per la prima edizione del 2014-2015. Poi abbiamo deciso di riprenderla: ho incontrato Rocío, abbiamo parlato, e insieme a Giorgio mi è venuta l’idea di creare questo nuovo cast rimettendola in scena.

Com’è stato firmare la regia e al contempo affiancare Rocío sul palco? Ho scoperto una ragazza davvero professionale dal grande talento, che si è lasciata guidare. A mio parere dovrebbe dedicarsi ancora di più alla recitazione. È rimasta entusiasta del lavoro svolto, quindi la considero una semina importante per il suo futuro.

Che carattere ha, Rocío, e come interagisce con Giorgio Lupano? Rocío e Giorgio si conoscevano per un precedente spettacolo in cui avevano lavorato assieme. Rocío, ha come tutti gli spagnoli un carattere affine al nostro: è molto “compagnona”, precisa sul lavoro, crea squadra, si affida. È una grande professionista, ma anche in grado di creare quel clima di grande gioco, complicità e benessere. Una bella compagna di viaggio con cui andare in tournée e condividere alberghi, cene o pranzi.

Questa pièce prosegue il successo di “Scusa, sono in riunione…ti posso richiamare?” e “Ti sposo ma non troppo”… Ed è fondamentale ricordarlo, in quanto stiamo costruendo un filone importante con la produzione ArtistiAssociati di Walter Mramor. È un piacere che il pubblico ci segua in tutt’Italia e si affezioni a questo progetto, ma il percorso va al di là di Vanessa e Rocío, verso le quali sono sempre grato per aver deciso di salire sulla “barca”. Con Vanessa ormai sono dodici anni che lavoriamo insieme: abbiamo fatto quattro commedie e un film, è una ditta consolidata. Ben contento dell’apporto prezioso di entrambe, il pubblico comprende la proposta artistica legata al mio modo di scrivere, dirigere e proporre opere teatrali ricercando lo stesso mood, la medesima sensibilità e ironia. Che messi assieme decretano il successo di un’opera e conducono lo spettatore a entrare a far parte di quella comunità, quell’unità di visione che è il luogo stesso del teatro.

Nelle tue opere noto una riflessione sulle relazioni interpersonali. Che tipo di relazioni siamo in grado di sviluppare, oggi, in questo villaggio globale dove siamo perennemente iperconnessi? Troppo frettolose, sbrigative, superficiali: si tende a scappare. La nostra presenza assidua sui social – con cui veniamo manipolati - è apparenza e superficie, è simbolo, mai sostanza. Ecco che anche le nostre relazioni perdono concretezza, ma soprattutto la maturità di restare e affrontare un problema. Piuttosto che progettare una relazione che sia crescita interiore ci si limita a una modalità di vita ridotta a benessere immediato: viaggetti, aperitivini, palestra, flirt, incontri veloci. È diventato tutto troppo “take away”, e il tipo di relazione di oggi è questo. In realtà, poi scopriamo che il benessere lo ritroviamo nella vecchia casa di famiglia in campagna, nel rapporto con gli amici di sempre, serate in cui ci rilassiamo perché percepiamo di tornare a far parte di qualcosa costruito negli anni. Mentre oggi assistiamo a una corsa al successo personale e al restare in superficie che davvero spaventa.

A proposito di donne, l’otto marzo è appena passato. Ritieni che la condizione femminile sia progredita, oppure i continui femminicidi indicano che è necessario un cambiamento radicale della struttura sociale? C’è una luce di speranza, in fondo al tunnel? Assolutamente sì. Penso che il ruolo femminile sia decisamente progredito, nessuno ne parla proprio perché purtroppo esiste ancora la piaga del femminicidio, che condanno senza se e senza ma. E tuttavia, questo talvolta offusca l’analisi e non consente di analizzare l’evoluzione di molte donne, come la gran parte sia autonoma all’interno del rapporto sia di coppia che familiare. Anzi, come molte donne siano diventate addirittura protagoniste assolute all’interno dell’ambito familiare e delle relazioni, “non” vittime, e di questo non si parla mai. Nelle cene con gli amici la lamentela principale è: “Decide tutto lei, fa tutto lei, io non conto un cavolo”. Cos’è accaduto? Laddove la donna si è emancipata, ha perso l’equilibrio relegando l’uomo a ruolo di assistente, in quanto il tema figli e famiglia è ancestralmente di sua competenza. Da uomini moderni quali siamo abbiamo assecondato l’emancipazione totale: se lei è avvocato o psicologa, lui per consentirle la giusta libertà si occupa della casa e dei figli. Qui però è l’uomo a doversi emancipare e vedersi riconoscere come capace. Esiste ancora il femminicidio e il patriarcato, ma più come deriva di un mondo che non c’è più. In questo senso, all’interno del femminicidio non c’è solo il patriarcato, ma la dequalificazione totale dell’uomo che non si vede più riconosciuto nel suo ruolo originario. “Non mi aiuti a vivere né a crescere i figli, in casa sei un disastro, ti adagi sul divano in ciabatte, non conti più nulla”. Di questo non si parla mai, ma esiste anche l’altra faccia, e molta della rabbia nasce da questo. Quando mi pongono questa domanda non ho paura di rispondere che esiste purtroppo il femminicidio, ma come bruttissimo riflesso di un mondo che sta – spero- scomparendo. Ritengo sia ora di aiutare le coppie e le donne a ritrovare un nuovo equilibrio, altrimenti il rischio è creare un ulteriore conflitto che inneschi ancora tensione e rabbia. Nelle relazioni, l’equilibrio è fondamentale.

Però è anche vero che a morire sono sempre le donne. Questi casi sono anche omicidi, non solo “femminicidi”: gesti sconclusionati di chi ha completamente perso il senno. A questo proposito, insieme all’associazione “Doppia difesa” ho realizzato tre cortometraggi contro la violenza sulle donne, sono disponibili su Youtube, il più bello si chiama “Un’altra storia”. Per lo più oggi assistiamo a episodi di violenza da combattere senza però colpevolizzare l’uomo in generale. Sacche di degrado psicologico e sociale all’interno delle quali molti uomini si sentono autorizzati a uccidere, e questo è clamoroso. Ci ritroviamo in un periodo di fragilità psicologica in cui si arriva a evocare un’uccisione come qualcosa di possibile. Ma il femminicidio è una piaga terribile che va in realtà analizzata con ampiezza di vedute, affinché possa risolversi davvero.  

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