Cioffi lascia il comando della compagnia di Gorizia: «Qui si capisce il valore di costruire ponti»

Cioffi lascia il comando della compagnia di Gorizia: «Qui si capisce il valore di costruire ponti»

L'intervista

Cioffi lascia il comando della compagnia di Gorizia: «Qui si capisce il valore di costruire ponti»

Di Ivan Bianchi • Pubblicato il 28 Ago 2026
Copertina per Cioffi lascia il comando della compagnia di Gorizia: «Qui si capisce il valore di costruire ponti»

Dopo cinque anni nel territorio, passa al Nucleo Operativo Ambientale di Venezia. «Piazza Transalpina rappresenta ciò che Gorizia dovrebbe continuare a essere». Il punto su reati e sicurezza.

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Cinque anni di servizio in un territorio in continua evoluzione, tra la gestione dell'ordinaria attività di prevenzione e repressione dei reati, le nuove esigenze legate ai flussi transfrontalieri, il contrasto alla violenza di genere e l'impegno richiesto da GO! 2025. È in questo contesto che si è inserito il lavoro del maggiore Rosita Cioffi, comandante della Compagnia Carabinieri di Gorizia dal settembre 2021, prima donna a ricoprire questo incarico nel capoluogo del Goriziano e, ora, pronta al nuovo incarico come comandante del Nucleo Operativo Ambientale a Venezia.

Un impegno nuovo e diverso dall’attuale che Cioffi prende come sfida professionale e personale. Arrivata in città dopo le esperienze alla Scuola Marescialli e Brigadieri di Firenze e al Comando Legione Carabinieri Calabria, Cioffi ha guidato la Compagnia in una fase particolarmente intensa per il territorio. Gli ultimi anni hanno visto infatti il progressivo aumento dei grandi eventi internazionali, il rafforzamento dei servizi di controllo lungo il confine orientale, l'attenzione ai fenomeni migratori e il consolidamento della collaborazione tra le diverse forze di polizia chiamate a garantire sicurezza in un'area sempre più al centro delle relazioni tra Italia e Slovenia.

Accanto all'attività operativa, uno dei fronti sui quali il maggiore ha posto particolare attenzione è quello della prevenzione. Numerosi gli incontri nelle scuole e con la cittadinanza dedicati alla cultura della legalità, alla tutela delle fasce più vulnerabili e alla sensibilizzazione sul fenomeno della violenza domestica e di genere, ambito nel quale l'Arma dei Carabinieri rappresenta spesso il primo punto di contatto per le vittime.

Nel corso dell'intervista, emerge il ritratto di una realtà complessa, nella quale la sicurezza non si misura soltanto attraverso i numeri delle operazioni o degli arresti, ma anche nella capacità di prevenire i reati, intercettare situazioni di fragilità e mantenere un dialogo costante con la comunità. Temi che il maggiore Rosita Cioffi affronta con uno sguardo rivolto tanto al presente quanto alle sfide che attendono il territorio goriziano negli anni a venire.

Quale è stata la sua prima impressione arrivando in un territorio così particolare, al confine tra due Stati?

Quando arrivammo qui con la mia famiglia, ancora prima di prendere servizio, trovammo una città ordinata, pulita, elegante. Piazza Transalpina fu una vera scoperta: poter attraversare il confine semplicemente camminando rappresenta una grande fortuna e dà la misura di quanto questo territorio sia unico. Mi sembrò però una città quasi ovattata, sospesa nel tempo.

In questi anni, Gorizia è cambiata molto. Mi avevano detto che qui il motto era "no se pol", invece ho visto una città capace di ospitare grandi eventi, da GO! 2025 ai concerti, fino alla visita del Presidente della Repubblica l’8 febbraio 2025. Mi auguro che questo percorso continui. Basta guardare cosa accade fuori dai confini cittadini per capire che Gorizia ha tutte le potenzialità per crescere ancora.

È una città nella quale si vive bene e dove farei crescere serenamente i miei figli. Basta fare una passeggiata la sera per percepire quanto sia una realtà sicura. Se così non fosse, lo avremmo percepito anche noi vivendo e lavorando qui quotidianamente.

Qual è l'immagine che porterà con sé di questi anni trascorsi nel Goriziano?

Sicuramente il dialogo tra le istituzioni perché è qualcosa che non va dato per scontato. Qui ho trovato una collaborazione autentica tra forze dell'ordine, amministrazioni pubbliche ed enti del territorio e lo stesso vale per i rapporti con la polizia slovena. Negli anni sono cambiate molte persone negli incarichi, ma non è mai venuto meno il legame istituzionale. Credo sia stato proprio questo il fattore vincente: quando le istituzioni lavorano nella stessa direzione, tutto il territorio ne trae beneficio.

Gorizia è una realtà di confine. In questi anni come è cambiato il concetto stesso di sicurezza, soprattutto dopo il ritorno dei controlli alla frontiera?

Per molti anni avevamo vissuto un confine praticamente invisibile. Successivamente, con l'aumento dei flussi lungo la rotta balcanica, si è reso necessario ripensare il sistema dei controlli: l'obiettivo non è chiudere il confine, ma garantire maggiore sicurezza. La nostra priorità è contrastare le organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti e arrestare i passeur, tutelando allo stesso tempo le persone che fuggono da guerre e situazioni di grave difficoltà e che troppo spesso vengono sfruttate. Il nostro territorio non può diventare semplicemente un luogo dove scaricare persone dopo averle trasportate illegalmente. I controlli servono proprio a impedire questo fenomeno.

Quanto è importante oggi la collaborazione quotidiana con le forze di polizia slovene?

Quando sono arrivata ho trovato rapporti già consolidati tra la Compagnia di Gorizia e la polizia slovena. Il protocollo ufficiale prevede determinati canali, che vengono sempre rispettati, ma il rapporto quotidiano costruito negli anni permette spesso di lavorare con grande rapidità ed efficacia. È una collaborazione che ha dato ottimi risultati, così come quella con la Polizia di Stato e con i comandi delle province vicine, da Trieste a Udine. Alla fine ciò che conta non è chi effettua materialmente un arresto, ma il risultato raggiunto grazie al lavoro di squadra.

C'è stato un episodio che ha rappresentato meglio di altri il valore di questa collaborazione?

Ricordo la scomparsa di un cittadino goriziano, la cui automobile venne ritrovata a Nova Gorica. Nel momento in cui il veicolo fu localizzato si attivò, nel giro di pochissimo tempo, una macchina organizzativa che coinvolse entrambe le parti del confine. Nel giro di circa mezz'ora erano stati mobilitati tutti i mezzi necessari e furono organizzate riunioni operative congiunte. Fu un esempio concreto di come la collaborazione transfrontaliera possa funzionare in maniera efficace. Un altro banco di prova importante, però, sono stati gli incendi sul Carso nell'estate del 2022, quando la cooperazione tra tutte le istituzioni italiane e slovene si è rivelata fondamentale.

I cittadini chiedono spesso una maggiore percezione di sicurezza. Quanto conta la presenza visibile delle pattuglie rispetto all'attività investigativa, meno evidente ma altrettanto importante?

Sono due aspetti che devono andare di pari passo. La sicurezza percepita è fondamentale perché rappresenta la nostra prima sentinella sul territorio: la presenza di una pattuglia, il cittadino che vede un controllo, contribuiscono a creare fiducia e rassicurazione. Allo stesso tempo, però, c'è tutto un lavoro che non si vede e che viene svolto negli uffici e nelle caserme. Quello che viene raccolto dalle segnalazioni dei cittadini o dagli interventi delle pattuglie deve poi essere analizzato e sviluppato attraverso l'attività investigativa. Spesso la percezione non coincide perfettamente con la realtà dei fenomeni. Un singolo episodio può essere amplificato, anche attraverso i social o i mezzi di informazione, creando un'impressione diversa rispetto alla situazione complessiva. Questo non significa sottovalutare il problema: ogni segnale può essere il campanello d'allarme di un disagio più ampio, che magari richiede anche l'intervento di altre istituzioni per agire sulle cause.

Negli ultimi anni quali fenomeni hanno mostrato una crescita maggiore nel Goriziano?

Sicuramente abbiamo registrato una maggiore attenzione rispetto ai reati commessi dai minorenni. Un aspetto che colpisce è il fenomeno dei piccoli furti negli esercizi commerciali, dove spesso l'oggetto sottratto è l'alcol. È un tema sul quale è necessario lavorare anche con le famiglie e nelle scuole, perché dietro questi episodi possono esserci situazioni di disagio o una mancata consapevolezza delle conseguenze dei propri comportamenti. Un altro fenomeno in crescita riguarda le truffe informatiche, anche ai danni delle persone anziane. La tecnologia offre molte opportunità, ma allo stesso tempo apre nuovi spazi per chi vuole approfittare della vulnerabilità delle persone.

Ci sono invece reati che oggi preoccupano meno rispetto al passato?

Sul nostro territorio non riscontriamo, in questo momento, una particolare emergenza legata agli episodi di violenza o al grande spaccio di stupefacenti. Questo però non significa che questi fenomeni non possano ripresentarsi: i reati hanno spesso un andamento ciclico.

Molte attività illecite oggi passano anche attraverso il web e il dark web; quindi, è diventato fondamentale un lavoro sempre più qualificato sul fronte informatico. Anche per quanto riguarda i furti nelle abitazioni, strumenti come la videosorveglianza urbana e i sistemi di lettura targhe hanno dato un importante contributo nelle attività di ricostruzione e individuazione dei responsabili.

In questi anni avete investito molto nella cultura della legalità, soprattutto entrando nelle scuole. È cambiato il rapporto tra giovani e Arma dei Carabinieri?

All'inizio il Covid aveva inevitabilmente limitato molto questo tipo di attività. Per me, però, il lavoro con i ragazzi è sempre stato fondamentale. Non devono vedere il carabiniere come un'autorità presente soltanto per sanzionare, ma come un punto di riferimento, un alleato. Abbiamo cercato innanzitutto di fare informazione. Con gli studenti più grandi abbiamo affrontato temi complessi come la violenza di genere e abbiamo riscontrato, ad esempio, che alcuni comportamenti di controllo all'interno delle relazioni vengono ancora considerati normali. La geolocalizzazione costante tra fidanzati è un esempio: atteggiamenti che per anni abbiamo cercato di contrastare sembrano oggi tornare sotto una forma diversa. Ricordo la frase di uno studente di un liceo, secondo cui una ragazza non dovrebbe andare in discoteca con una minigonna perché rischierebbe di essere violentata. È proprio su questi stereotipi che bisogna intervenire. È stato fondamentale costruire un rapporto diretto con insegnanti e dirigenti scolastici. Oggi, dopo cinque anni, capita che siano loro stessi a contattarci per confrontarsi su situazioni che riguardano gli studenti.

Qual è la domanda che gli studenti le hanno rivolto più spesso e che l'ha colpita maggiormente?

All'inizio le domande erano soprattutto sui reati, sugli aspetti operativi del nostro lavoro. Con il tempo, invece, sono diventate domande più personali: perché abbiamo scelto di fare i carabinieri, cosa significa indossare questa uniforme, quali sono le motivazioni che ci guidano.

È stato un cambiamento importante, perché significa che i ragazzi hanno iniziato a vedere prima la persona e poi il ruolo. Abbiamo parlato anche di comportamenti che riguardano la vita quotidiana, dal bullismo al tema dell'indifferenza davanti alle ingiustizie. Non basta non commettere un errore: in una società civile è importante anche intervenire quando si assiste a una situazione sbagliata.

Abbiamo aperto le porte della caserma di Corso Verdi anche ai bambini più piccoli, facendo conoscere loro gli spazi, le radio, le auto di servizio. L'obiettivo era trasformare l'immagine della forza dell'ordine: non soltanto una presenza repressiva, ma un alleato e un luogo di sicurezza. Lo stesso principio vale per le attività nei centri estivi, dove abbiamo incontrato i bambini attraverso momenti di gioco e confronto.

Qual è stato il momento più difficile del suo mandato a Gorizia?

Sicuramente la gestione degli incendi sul Carso del 2022. Non tanto per l'emergenza in sé, perché l'Arma è abituata a gestire situazioni complesse, quanto per le condizioni nelle quali ci siamo trovati a operare. L'incendio è scoppiato in estate, durante un fine settimana e in un periodo nel quale molti erano in ferie. Significava attivare rapidamente un protocollo complesso, coordinare tutte le forze disponibili e garantire la sicurezza delle persone.

Ricordo in particolare il momento in cui fu necessario evacuare San Michele del Carso: bisognava intervenire rapidamente per mettere in sicurezza un intero paese. Ma il lavoro non si fermava all'emergenza. Mentre si gestivano gli sfollamenti e le attività di soccorso, era necessario garantire anche i servizi ordinari e predisporre controlli contro eventuali episodi di sciacallaggio. Per diversi giorni nessuno è praticamente tornato a casa. È stata una prova importante per tutti.

Venezia sarà una realtà molto diversa da Gorizia. Quale bagaglio professionale si porta dietro dall'esperienza isontina?

Sicuramente il metodo di lavoro che ho trovato qui. La collaborazione tra istituzioni, il dialogo costante e la capacità di lavorare insieme per raggiungere un obiettivo comune sono aspetti che porterò con me anche nel prossimo incarico. È un modello che ho apprezzato molto e che, anche dal punto di vista personale, sento vicino al mio modo di intendere il lavoro. Quando le istituzioni collaborano davvero, i risultati arrivano e il territorio lo percepisce.

Se potesse lasciare un messaggio ai cittadini del Goriziano, quale sarebbe?

Il primo messaggio è sicuramente di gratitudine. Quando sono arrivata non conoscevo questo territorio e ho trovato persone che hanno dimostrato una grande stima nei miei confronti e nei confronti dell'Arma dei Carabinieri. È qualcosa che ho percepito profondamente e che, in un certo senso, mi ha sorpreso. Gorizia è diventata anche un luogo di vita: qui ho vissuto con la mia famiglia e avrei continuato volentieri a far crescere i miei figli. Credo che il messaggio più importante sia quello di continuare sul percorso iniziato con il 2025. Quello che abbiamo visto con la Capitale europea della cultura ha dimostrato che questa città può essere conosciuta e valorizzata anche a livello internazionale.

È stato possibile grazie al lavoro delle istituzioni, ma anche grazie alla partecipazione dei cittadini. Questo è un patrimonio che non va disperso: si può fare e si deve continuare a fare. 

Se tra dieci anni dovesse ripensare agli anni trascorsi a Gorizia, quale immagine crede sarà la prima a riaffiorare nella sua memoria?

Sicuramente piazza Transalpina. Quella piazza rappresenta tutto ciò che Gorizia è e dovrebbe continuare a essere: un luogo dove due Stati si incontrano, dove popoli e culture diverse convivono, dove le barriere linguistiche e fisiche possono essere superate. È l'immagine che porterò con me e che cercherò di replicare, per quanto possibile, anche nelle altre realtà dove avrò la possibilità di lavorare. Per me rappresenta il senso più profondo di questo territorio: la capacità di unire, di creare collegamenti e di costruire ponti invece di muri.

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