LA SERATA
Bocci arriva a Cormons con 'Indovina chi viene a cena?': «Discriminazioni esistono ancora»
In scena il 28 gennaio, lo spettacolo parla delle fragilità del mondo di oggi. «L'importante è essere brave persone e amarsi».
Lo scalpore suscitato dal tema non impedì la conquista di due premi Oscar: a Katharine Hepburn come migliore attrice protagonista e a William Rose per la sceneggiatura. E accanto a questi, numerose nomination, anche ai Golden Globe. Se lo guardiamo adesso, “Indovina chi viene a cena?” può sembrarci datato e indubbiamente lo è nell’ambientazione e nel modo di vestire: meno, purtroppo, nel modo di pensare. «Ogni sera ci fermiamo a parlare con le persone del pubblico a fine spettacolo e tutti dicono che non è finita, che le discriminazioni esistono ancora, senza tener conto che l’importante è essere brave persone e amarsi».
Così Cesare Bocci, in tournée da ottobre con la versione teatrale del film che ha riunito in una sola pellicola mostri sacri come la Hepburne, Sidney Poitiers e Spencer Tracy di cui l’attore italiano raccoglie la pesante eredità nel ruolo di Matt Drayton. Nello spettacolo (in arrivo al Teatro Comunale di Cormons mercoledì 28 gennaio) Bocci e Vittoria Belvedere (sua moglie Cristina) si trovano di fronte alla sorpresa innescata dalla figlia July (Elvira Cammarone) che, senza preavviso, porta al cospetto dei genitori un futuro genero di colore (interpretato da Federico Lima Roque). Quello che sembrava un contesto lontano dai giorni attuali, rimane distante solo per la collocazione geografica e temporale (la San Francisco di fine anni Sessanta), svelando invece la piena vicinanza con le situazioni di emarginazione che tuttora si vivono.
Lo spettacolo, diretto da Guglielmo Ferro, è ormai in tournée da ottobre: che accoglienza ha avuto, anche rispetto ad aspettative iniziali?
Siamo nei teatri da due mesi e mezzo e la cosa veramente strana è che abbiamo avuto sempre il tutto esaurito. E’ una cosa davvero particolare: eravamo consapevoli che fosse un bel lavoro e che sarebbe piaciuto anche perché l’argomento è molto attuale ma non ci aspettavamo questo risultato.
Senz’altro è legato anche alla vostra visibilità, al fatto che siate personaggi amati e conosciuti..
C’è molto coinvolgimento del pubblico e come coppia con Vittoria funzioniamo bene: è come se gli spettatori avessero delle garanzie, vengono a teatro certi di un bel risultato e tutto ciò è visibile nell’amore che ci danno.
Il testo è stato attualizzato rispetto al film?
E’ stato modificato l’umorismo, che nell’originale è prettamente inglese: nel lavoro di Mario Scaletta, che ha adattato il copione, è stato portato maggiormente sul nostro tipo di comicità ma è rimasto il messaggio forte che a quel tempo si inseriva nel contesto della recente abolizione delle leggi che vietavano i matrimoni misti negli Stati Uniti. Adesso la discriminazione continua a esistere: per il colore della pelle, la religione, la disabilità, il diverso orientamento sessuale… Sono queste le divisioni di cui ci parla il pubblico al termine di ogni replica.
Quando le hanno proposto questo testo cosa ha pensato? E come si è relazionato con il modello di Spencer Tracy?
Con un modello così uno non si può relazionare, è una partita persa! Ho pensato fosse una bella occasione, ancora di più quando ho saputo con chi avrei diviso il palco e mi ha dato fiducia il coraggio dimostrato dalla produttrice (Acast Produzioni, ndr) che ha voluto uno spettacolo così importante, con un numero significativo di tecnici e attori di cui peraltro ho seguito i provini.
Come contestualizza lo spettacolo nel mondo di oggi, alla luce anche di quanto sta accadendo in questi giorni negli Stati Uniti?
Ha una forza incredibile perché fa ridere e quando qualcuno ride o sorride gli si apre il cuore. Lo spettacolo non fa semplicemente vedere cosa c’è che non va, ma permette alle persone di parlare di discriminazione e di elaborare un pensiero. Ciò che sta succedendo oggi è follia pura: solo l’accoglienza e il rispetto creano un mondo migliore.
C’è qualcosa che la spiazzerebbe o faticherebbe ad accettare come accade a Matt Drayton?
Certamente: Matt è un progressista, ha fondato un giornale per difendere le idee contro la discriminazione, ma quando si trova ad affrontare la situazione gli vengono dei dubbi. Se mia figlia venisse a casa con un ragazzo africano, musulmano o disabile beh, al primo impatto penserei che non è quello che mi sarei aspettato per lei. Ma la cosa che conta di più è la persona, il colore della pelle non fa la felicità ed è vero ciò che dice Matt: di sicuro avranno dei problemi perché sarà più complicato, ma troveranno il modo di superarli perché la vera questione è dare fiducia ai propri figli.
Lei è ambasciatore di Save the children: come mai fra tante cause sensibili ha abbracciato proprio questa?
In realtà sostengo anche Anffas e altre associazioni come Medici senza frontiere. Si tratta di un atto di egoismo perché quando fai del bene agli altri ti senti meglio e se hai un volto noto credo sia un dovere metterlo al servizio di queste cause. Quando ho conosciuto il gruppo di Save the children mi è subito piaciuto e ho voluto dare fiducia a queste persone che si impegnano in modo appassionato nel proprio lavoro. Li ho accompagnati in giro per il mondo per realizzare degli spot da usare per le raccolte fondi e siamo stati anche in molte periferie italiane dove vivono più di un milione di bambini in contesti di estrema povertà. Ciò che mi fa sorridere quando sono con loro, anche in situazioni drammatiche, è pensare che anche una donazione minima permette davvero di salvare una vita.
Il 31 dicembre ha festeggiato il Capodanno al Teatro Verdi di Firenze con una replica di “Indovina chi viene a cena?”: lei a cosa ha brindato?
Alla mia famiglia, a essere tutti quanti intelligenti, buoni e rispettosi con gli altri, ma anche al mio gruppo di lavoro.
Lei chi inviterebbe a cena e cosa offrirebbe?
Inviterei la mia famiglia e offrirei a loro e agli amici una bella serata.
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